Articolo di Samuel Tasca    Foto di Valentino Cilmi

Dopo una lunga gavetta, iniziata per gioco, realizzando diversi cortometraggi, il regista calatino Fabio Cillia sta per girare il suo primo film. Nonostante i suoi trentotto anni, tante sono state le soddisfazioni raccolte con i suoi lavori cinematografici. «Sono la stessa persona di sempre – racconta Fabio Cillia -. L’educazione familiare è stata molto fondamentale anche nello sviluppo della mia professione e cerco di portare la semplicità e l’umiltà. A vent’anni volevo andare via per raggiungere obiettivi importanti, oggi devo rendere conto a quel ragazzo che decise di partire da questa terra: mi bastano il mio lavoro, la mia famiglia, i miei affetti, una pacca sulle spalle e sentirmi dire “il tuo film mi è piaciuto tanto”. La passione per il cinema nasce quando mio padre acquistò la prima telecamera, m’innamorai di questo oggetto per giocare e iniziai a fare qualche cortometraggio, diverse persone mi incoraggiarono a continuare in quello che stavo facendo. I filmati diventarono virali con i vhs e cominciarono a girare tra gli amici per farci due risate il sabato sera. La telecamera mi ha portato a pensare che dopo il liceo fosse il caso di provare il cinema». Numerosi sono stati gli apprezzamenti per i suoi film e da lì comprese che la regia sarebbe diventata la sua professione. «Ho capito che fare il regista potesse essere il mio lavoro a tredici anni quando presi quella telecamera. Conservo gelosamente il mio primo lungometraggio “Una vita non basta” girato con l’amico Piero Messina (altro regista calatino, nda) perché credevo che ce l’avrei fatta. È importante credere in ciò che si fa, altrimenti non vai da nessuna parte». Da allora in poi Fabio Cillia ha seguito la sua passione, prima con gli studi e poi subito nel mondo della regia. «Una volta laureato al Dams come programmista e regista di cinema e televisione sono entrato negli studi di Cinecittà, dove ho partecipato a diversi film, ho lavorato con Claudio Fragasso, ho conosciuto produttori come Raffaello Saragò che mi ha seguito per diversi anni, e da poco Salvatore Alongi che sta credendo fortemente in me». L’anno scorso ha pubblicato il libro “Gli amici di mio fratello” in cui racconta la sua adolescenza negli anni ‘80 a Caltagirone, ripercorrendo storie, personaggi e vite vissute e incontrate durante il suo percorso di crescita.
«Prima di scrivere questa storia ne ho analizzato le parti chiave e l’ho lasciata decantare, per poi rivederla a distanza di tempo in modo da essere il più obiettivo possibile. È tratta da un’autobiografia, una storia semplice, ricca di emozioni in cui racconto un periodo di crescita, che sono stati gli anni ‘80 e ‘90 nella mia città. Un momento nostalgico con cui voglio ricordare tutto ciò che ho fatto in quegli anni: la lontananza dalla mia terra è stata la scintilla per rivivere tutta la mia infanzia. L’obiettivo, innanzitutto, è quello di far sorridere la gente, farla commuovere e riflettere, immedesimarsi in alcune situazioni. È un film con cast, regia e produttore (Salvatore Alongi, nda) siciliani, che sarà girato tutto in Sicilia, la maggior parte a Caltagirone, con la collaborazione della Fenix Entertainment di Riccardo Di Pasquale». Fabio Cillia lo scorso giugno ha finito le riprese di “Prigionia”, un progetto nato da un mediometraggio realizzato nel 2010 in collaborazione con l’Istituto Alessio Narbone, che sarà distribuito in Italia e all’estero. «È un documentario su sette personaggi della casa circondariale di Caltagirone che raccontano le loro paure, errori e speranze, il desiderio enorme di redenzione dagli altri e per se stessi, il timore di riprendere in mano la loro libertà perché sono chiusi in un limbo e non sanno come riaffrontare la vita. La produzione One Seven Movies che sta lavorando anche a “Gli amici di mio fratello” (Salvatore Alongi) sta ricevendo diverse richieste di collaborazione da consolidate aziende esportatrici per la distribuzione del docufilm nei paesi esteri».

Articolo di Irene Novello    Foto di Samuel Tasca

Sin dalla notte dei tempi il mobile è stato testimone fedele e, al tempo stesso, funzionale alle vicende umane, adattandosi ai mutamenti del tempo e all’evoluzione del gusto. L’Italia è da sempre maestra dello stile, dettando le regole dell’arredamento.

Aran Cucine, Tonin Casa, Mobilgam, Passione Italiana, Orme, Nicoletti, Delta Salotti, Connubia Calligaris, Bontempi Casa, Ballancin, Ferrimobili: sono questi e molti altri i marchi italiani che firmano l’arredamento nazionale e internazionale promosso e valorizzato all’interno del Salone del Mobile di Milano, frequentato dagli acquirenti di tutto il mondo. «Il mobile è italiano, il design è italiano, sono pochi i mobilifici esteri, il mobile nasce in Italia», afferma Emanuele Puglisi che ci ha accompagnato all’interno della sua azienda, raccontandoci dei mobilifici con cui collabora e dei cambiamenti che hanno caratterizzato la storia dell’arredamento. Emanuele è, infatti, il titolare di Puglisi Mobili, una delle aziende che è riuscita a creare la storia del mobile a Ragusa e in tutto il territorio ibleo. L’azienda nasce nel 1955 grazie all’intuito e allo spirito imprenditoriale dei nonni di Emanuele che aprirono il primo punto vendita nel centro storico di Ragusa. L’esperienza e la professionalità pluriennale, sempre apprezzata dai clienti, hanno portato la famiglia Puglisi ad avviare, nel 2016, un secondo showroom in via Ugo La Malfa, reinterpretando l’immagine dell’azienda e creando una partnership con il brand Aran. Un salto verso il mercato contemporaneo, offrendo arredi esclusivi per la zona giorno e notte ma anche per l’ufficio e l’outdoor. Tradizione, innovazione, professionalità ed esperienza sono gli aspetti che caratterizzano l’azienda Puglisi Mobili. Sempre pronta a soddisfare le esigenze e i gusti del cliente, con una vasta gamma di marchi per arredare la propria casa come si è sempre sognato. E tutto rigorosamente italiano.
Quali sono le caratteristiche principali di Puglisi Mobili?
«Un ambiente e uno staff giovane che si prende cura del cliente e della sua idea di casa formano il giusto connubio tra estetica e funzionalità dell’arredo che deve essere moderno (per chi lo preferisce) e, allo stesso tempo, vivibile. Inoltre il cliente è accompagnato e seguito nella creazione della sua casa ideale partendo dal progetto che viene trasformato in realtà grazie al lavoro dell’architetto Valeria Parrino».

Emanuele, qual è l’ambiente di casa preferito dai giovani?
«È l’open space, dove cucina e living sono uniti come spazi di arredo, mentre fino a poco tempo fa erano due ambienti separati e ben distinti. In questo ambiente si possono offrire al cliente diverse soluzioni che valorizzano lo spazio, anche se piccolo».

Che cosa consiglia a chi vuole arredare una nuova casa?
«I nostri consigli si adattano al tipo di cliente che ci sceglie come azienda per arredare la propria casa. Cerchiamo di capire innanzitutto le esigenze e i gusti dell’acquirente: una famiglia con figli richiederà delle necessità diverse rispetto alla coppia di neo-sposini che magari sarà più interessata all’essenzialità dell’arredo. Il nostro obiettivo è quello di aiutare il cliente a trovare le soluzioni più adatte alle proprie esigenze. Nella progettazione degli ambienti ci confrontiamo sempre con le richieste del pubblico, avendo cura di realizzare il concetto di “casa” che ci ha espresso».

 

selection

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Articolo di Irene Novello   Foto di Samuel Tasca

Ci troviamo a Ragusa, uno dei gioielli dell’arte barocca nel territorio del Val di Noto, definita anche “isola nell’isola”. Percorriamo la via Archimede alla scoperta di uno dei negozi storici della città: Selection. Ad accoglierci troviamo la signora Agata che subito si distingue per la sua cordialità e disponibilità. Ci racconta la storia e la mission della sua attività commerciale, attiva ormai da più di quarant’anni nella vendita di oggettistica, complementi d’arredo, regalistica e liste nozze. A disposizione della clientela, una vasta selezione di prestigiosi marchi nazionali e internazionali tra cui poter scegliere: prodotti di elevata qualità e dal design esclusivo. Tra questi, ci mostra i prodotti Alessi, dal design originale ed eccellente; i piccoli, ma pregiati, capolavori in vetro soffiato di Venini, alcuni dei quali sono entrati a far parte delle collezioni artistiche di diversi musei nel mondo. Non solo, c’è anche l’alta qualità degli articoli da tavola e da cucina del brand Sambonet; la bellezza e la preziosità dei cristalli Saint Louis; le porcellane Rosenthal dalla forma dinamica; l’artigianato artistico della porcellana firmata LLadro e la preziosità dei prodotti della Royal Copenhagen. All’interno dello showroom si possono acquistare anche accessori per la casa e prodotti hi-tech per la cucina, sempre caratterizzati dal design originale e dall’alta qualità dei materiali che li rendono articoli esclusivi. Chi si rivolge a Selection, inoltre, troverà un team pronto a soddisfare ogni esigenza della clientela: dalla cura dei dettagli alla guida nella scelta dell’articolo, grazie ad uno staff adeguatamente formato e cordiale.
Ascoltando la signora Agata, comprendiamo come le dinamiche del mercato abbiano subito negli ultimi anni dei grossi cambiamenti legati ai diversi gusti e alle nuove esigenze della clientela. Nonostante ciò, Selection, sempre molto attenta alle evoluzioni, pur mantenendo i brand che l’hanno sempre contraddistinta, ha saputo integrare tra le collezioni anche articoli che corrispondono maggiormente alle esigenze dei più giovani. A fianco all’innovazione però, una forte e minuziosa attenzione viene riservata alla valorizzazione delle tradizioni come l’allestimento, a casa della sposa, del tavolo con i regali della lista nozze (una tradizione diffusa in provincia) e la preparazione della confettata.
Una soluzione che può rivelarsi utile anche a chi ha ospiti che vivono lontano dal capoluogo ibleo, è la realizzazione della lista nozze online che Selection mette a disposizione dei propri sposi.
«La nostra sfida, oggi, è riuscire a soddisfare e a sorprendere chi ci sceglie, per accompagnarli e sostenerli nei momenti più importanti della loro vita».

 

Francesco Montanari

Francesco Montanari

Articolo di Angela Failla    Foto di Alessandro Montanari

«Ho scelto di interpretare il personaggio di Saverio Barone perché anch’io, come lui, ho la forte volontà di affermarmi. Ho voglia di essere riconosciuto con un ruolo specifico. Il che non significa fama, quello è un derivato, bensì è un vivere nel tuo branco con un ruolo ben preciso». Si racconta così Francesco Montanari, trentaquattro anni lo scorso 4 ottobre. Sguardo diretto e un talento innato che gli ha permesso di interpretare, in maniera impeccabile, tanto il mondo criminale quanto quello dei servitori dello Stato. Dal feroce “Libanese” al giovane Pm de “Il Cacciatore”, interpretazione che gli è valsa il titolo di “miglior attore di serie tv” al Canneséries, il riconoscimento per la miglior interpretazione maschile per la fiction dedicata al magistrato Sabella. Un talento costruito con una lunga gavetta a teatro ed esploso poi in Tv e sul grande schermo. E grazie alle sue interpretazioni sempre più convincenti, il “Libanese” di Romanzo Criminale è stato uno dei super big dell’ultima edizione di Etna Comics che si è tenuta a Catania lo scorso giugno. E sono tanti i progetti futuri che lo vedranno protagonista: dal corto “La notte prima”, presentato alla 75ma Mostra del Cinema di Venezia, al sequel de “Il Cacciatore” (come annunciato a Cannes), a un nuovo film tratto dal romanzo di Pino Corrias “Dormiremo da vecchi”, che uscirà l’anno prossimo.

In Tv ha interpretato tanti ruoli diversi. In base a cosa sceglie?
«In base all’umanità che m’interessa in quel momento storico. Mi piace osservare i miei coetanei e cerco di capire, in base alla mia sensibilità, cosa possa essere utile e costruttivo nel linguaggio collettivo e comune. Cerco di indagare in quel senso».

Nella serie Tv “Il Cacciatore” interpreta il giovane magistrato Saverio Barone. Quanto c’è di lei?
«Un attore mette tutto se stesso in ogni ruolo, per cui c’è sempre tutto di te e al contempo niente. Saverio Barone è un ragazzo che non vuole più essere trattato da ragazzino. Ha un rapporto conflittuale con il suo mentore che tende sempre a umiliarlo. A un certo punto Saverio deciderà di non farsi più mettere sotto da nessuno. E quando, all’età di trent’anni, entrerà nel pool antimafia dove tutti i magistrati sono più grandi di lui e lo trattano come un novellino, Saverio userà questa determinazione per autoaffermarsi. Ho scelto di interpretare questo personaggio perché anch’io, come lui, ho la forte volontà di affermarmi e di essere riconosciuto nel collettivo con un ruolo ben preciso. Il che non significa fama, bensì è un vivere nel tuo branco con un ruolo specifico».

Perché sceglie spesso prodotti che parlano di mafia?
«Romanzo Criminale è andato bene ed è diventato quasi mitologico per un motivo specifico: non tanto per la storia romanzata della banda della Magliana, quanto per gli otto ragazzini del muretto che invece di farsi le canne e perdere tempo, avevano un progetto comune, che io chiaramente non condivido perché è un’associazione a delinquere. Nella serie, dove interpreto il ruolo del Libanese, il fondatore insieme agli altri di questa banda, il mio personaggio desidera fondamentalmente essere amato dalla madre. L’abbandono, da parte di quest’ultima, lo farà sprofondare nella disperazione. E nella scena finale, quel ragazzo che per dodici episodi è stato prepotente e arrogante con le pistole, mostrerà tutta la sua umanità e fragilità domandandosi perché la madre non l’abbia mai amato. Ed è lì che ti affezioni al personaggio. Achille Ferro di Squadra Antimafia, era un uomo che voleva l’affetto del padre. Quindi parliamo di caratteri e personalità dove, alla fine, il contesto criminale è sempre molto marginale. Con questo però non voglio dire che c’è bisogno solo di contesti criminali, anche se c’è sicuramente un’imprenditoria produttiva che sfrutta questi macrocontesti per arrivare meglio alla gente».

E Saverio Barone ha le stesse mancanze?
«Saverio Barone non ha questa mancanza umana ma vuole affermarsi proprio come voglio fare io e in un ruolo come quello che interpreto ne “Il Cacciatore” il mio senso civico di cittadino collima alla perfezione con il mio appagamento artistico».

Ci sarà un sequel?
«“Il Cacciatore” esce da un lungo percorso che ci ha visti premiati non solo a Cannes ma anche e soprattutto in termini di ascolto. Per cui sì, ci sarà un sequel».

 

uva-da-tavola-mazzarrone

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Articolo di Samuel Tasca   Foto di Biagio Tinghino

 

A Mazzarrone, il Festival dell’Uva da Tavola IGP si conferma un successo. Una dodicesima edizione strepitosa che ha richiamato migliaia di visitatori da tutta la Sicilia.
Il nome non vi suonerà nuovo, lo avrete visto più volte ai lati delle cassette di uva o sui cartellini dei banchi frutta dei supermercati. Stiamo parlando di Mazzarrone, il piccolo comune della provincia di Catania, situato proprio al confine col territorio ragusano, che negli anni si è fatto apprezzare e conoscere per la produzione dell’uva da tavola, fiore all’occhiello del territorio, insignita del prestigioso marchio I.G.P. (Identificazione Geografica Protetta).
Una realtà laboriosa e orgogliosa dei propri frutti, che ogni anno a settembre richiama migliaia di visitatori per il prestigioso Festival Internazionale dell’Uva da Tavola IGP di Mazzarrone (6-9 settembre 2018), un appuntamento fisso che ogni anno coniuga insieme promozione del territorio, spettacolo, intrattenimento e cultura.
Il Festival è iniziato giovedì 6 settembre dedicando la sua serata di anteprima al mondo della moda e degli abiti da sposa, con la sfilata “Fashion Day in Tour” Arte e Moda.
Il venerdì, ad aprire ufficialmente i festeggiamenti, il consueto taglio del nastro con l’inaugurazione della fiera espositiva e, novità di quest’anno, il “Villaggio del Gusto” che, oltre agli stand, ha ospitato anche chef del calibro di Joseph Micieli e Marco Failla con i loro show cooking.
La serata è stata poi dedicata al mondo del cinema e del sociale col Festival Cinematografico “Ciak Si Cresce” a cura dell’Associazione Vivalavida e della Dott.ssa Sandra Meli. Un’iniziativa che permette ai giovani di cimentarsi nella produzione di cortometraggi incentrati su tematiche sociali importanti per l’adolescenza quali il bullismo, il cyberbullismo, la sessualità e le dipendenze. A partecipare alla manifestazione ospiti importanti come: il regista Alessandro Varisco, gli attori Cinzia Clemente e Giuseppe Brancato, i ragazzi dell’Ass. MABASTA e il MoIGe, oltre all’allegria del comico siciliano Roberto Lipari. Sabato, la serata è stata dedicata al Premio Grappolo d’Oro che da anni, ormai, valorizza i personaggi siciliani che si sono distinti nel loro settore per capacità personali e professionali. Tra i premiati, il Presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci e il chitarrista Placido Salomone. Inoltre, sono state riconosciute anche personalità importanti per il territorio: l’imprenditore Emanuele Bellassai e il Dott. Salvatore Cariola, oltre a tutta la squadra del Mazzarrone Calcio, che da un anno fa rivivere nuovamente i sogni degli sportivi di Mazzarrone. A completare la serata, l’orchestra Good Time, il duo comico de I Soldi Spicci, il violinista Maurizio Scaparro e la voce straordinaria di Deborah Iurato. Infine, a chiudere questi quattro giorni di Festival, le voci storiche di Roby Facchinetti e Riccardo Fogli che per due ore hanno incantato le centinaia di persone presenti con i loro più grandi successi.
In realtà il Festival di Mazzarrone quest’anno è stato molto di più. A far da contorno agli eventi principali, altrettanti hanno accompagnato le migliaia di visitatori che hanno potuto apprezzare la Street Art di Davide Ingallina che per il secondo anno ha decorato la piazza principale con i suoi murales, regalarsi emozioni e adrenalina con un lancio in bungee jumping o di un’escursione in quad e jeep. Tra le novità, anche la Waky Race, la corsa con le auto senza motore realizzate e decorate dai partecipanti. E ancora esibizioni itineranti, tornei sportivi, conferenze e degustazioni di prodotti tipici. Insomma, un programma davvero ricco e intenso che ha lasciato tutti soddisfatti a partire dall’Amministrazione Comunale, dalla Pro Loco e da quanti hanno collaborato per mesi all’organizzazione e alla buona riuscita di questo Festival.
«Archiviamo questa edizione con un grande successo, frutto della collaborazione di tutti – dichiara Salvatore Guastella, Presidente della Pro Loco di Mazzarrone -. Stiamo già lavorando ad un programma ricco di eventi e vi aspettiamo numerosi il prossimo anno».

 

Articolo di Titti Metrico   Foto di Biagio Tinghino

Ci sono pietanze e ricette che si perdono nella notte dei tempi, gustarle è un vero privilegio!
Se vi piacciono le storie e le tradizioni antiche voglio parlarvi di un luogo dove l’uva è la regina. Si tratta di un piccolo borgo contadino, quasi sconosciuto, Granieri, nel territorio calatino dell’entroterra siciliano.
Siamo nel periodo della vendemmia, l’odore dolce-acre dell’uva invade il borgo. Un ritorno ciclico, confortante, particolarmente atteso e sentito perché qui ancora si respira la tradizione, perché nonne e mamme, a volte aiutate dalle generazioni più giovani, iniziano i riti annuali della preparazione del mosto, del vino cotto e della mustata (e non mostarda come molti erroneamente dicono).
Si sente spesso parlare del vino cotto, ma pochi lo conoscono. È uno sciroppo dolce fatto con il mosto d’uva, introdotto dagli antichi Romani che lo ereditarono a loro volta dai Greci delle colonie del sud Italia. Il vino cotto spesso viene paragonato a un elisir perché ha mille proprietà. Quasi privo di alcool, è usato come sciroppo per la tosse, impiegato per massaggiare e lenire la pelle. È inoltre un ottimo dolcificante naturale e, diluito con acqua fredda, costituisce una bibita fresca e dissetante.
Tra le numerose preparazioni in cucina, è consigliato per secondi piatti a base di carne di maiale (in particolare il filetto di maiale dei Nebrodi), si accompagna ottimamente ai formaggi a pasta dura ma sopratutto è l’ingrediente base di molti dolci autunnali, ai cui impasti conferisce un colore caramellato. Si può anche usare per guarnire gelati e torte di cannella e ricotta. Anticamente era tradizione regalarne una botticella a ogni nuovo nascituro che l’avrebbe aperta soltanto nel giorno del matrimonio. Il vino cotto oramai è una rarità ed è considerato un prodotto di nicchia, invece, la mustata viene ancora tramandata come la tradizione di un dolce “povero” dei nostri nonni che neanche la globalizzazione è riuscita a cancellare. Ogni famiglia ha un suo ingrediente segreto, anche se la ricetta base differisce poco da una preparazione all’altra.
Questo dolce veniva preparato dalle famiglie dei contadini per donarlo soprattutto ai bambini oppure era offerto in occasione d’importanti cerimonie come battesimi e matrimoni.
Il mosto (mustum, in latino) è l’ingrediente base di questo dolce che nel dialetto siciliano viene appunto chiamato, mustata. Essa, ancora calda, si versa nelle tipiche formelle di ceramica di Caltagirone (che spesso sono tramandate di generazione in generazione) le quali ornano i dolci, dopo sformati, di bellissimi decori e frasi che a volte sono una sorta di dolce comunicazione. Si mette ad asciugare al sole per un paio di giorni rigirandola di continuo. In seguito, si può conservare in carta oleata o in barattoli con foglie secche di alloro. Ricordo ancora quando a furma ri mustata (forma di mustata) veniva regalata a noi bambini in occasione della festività dei “morticini” (commemorazione dei defunti) insieme ai pupi ri zuccaru (pupi di zucchero), alla frutta martorana e qualche forma di cotognata.

 

 

festival-cinema-marzamemi

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Articolo di Samuel Tasca    Foto di Valentino Cilmi

Accompagnati da ospiti di riguardo come Pif (il cui vero nome è Pierfrancesco Diliberto) ed Elit Iscan, la piazza di Marzamemi si trasforma in una sala sotto le stelle, puntando a eliminare le barriere politiche e interiori attraverso la magia del cinema.

Marzamemi. Arrivati nella bellissima Piazza Regina Margherita abbiamo l’impressione di essere finiti all’interno del set di “Nuovo Cinema Paradiso”, in quella scena indimenticabile nella quale Alfredo e Totò facevano sognare i loro compaesani trasformando la piazza in un cinema sotto le stelle. Ed è proprio quello che succede ormai ogni anno a Marzamemi, in occasione del Festival Internazionale del Cinema di Frontiera, che quest’anno arriva alla maggiore età con la sua diciottesima edizione, svoltasi dal 12 al 15 Settembre. Ed è proprio in questa piazza dal fascino antico, definita appunto “la sala a cielo aperto più grande e più a sud d’Europa”, e in altri punti della città, che sono stati proiettati i film partecipanti al concorso, provenienti da tutto il mondo.
Il tema scelto per questa diciottesima edizione è stato la Linea d’Ombra, spiegata così da Nello Correale, ideatore e direttore del Festival: «Aldilà della politica, dell’economia o delle ideologie politiche alla fine è la coscienza che decide. […] Le storie raccontate sullo schermo di Marzamemi lo dimostrano: la “frontiera” più difficile da superare per tutti noi è quella “interiore”».
Ad aggiudicarsi il premio come miglior film è stato “La Mélodie” di Rachid Hami (Francia 2017). “Una commedia leggera ma con un messaggio serio che […] riesce a proporre importanti temi sociali di attualità, l’attraversamento delle frontiere e il superamento dei pregiudizi, attraverso il linguaggio universale della musica”.
“Idris” di Kassim Yassin Saleh (Italia 2017) si aggiudica il premio come miglior cortometraggio; il Premio Speciale della Giuria è andato invece a “Salveger” di Angelica Germanà Bozza (Italia 2018), e per la prima volta, la Presidenza della Camera dei Deputati ha concesso un premio che è andato al film “Due piccoli italiani” di Paolo Sassanelli (Italia/Islanda 2018).
Anche in questa edizione non sono mancati nomi importanti provenienti dall’ambito nazionale e internazionale: la giuria dei lungometraggi composta dai registi Daniele Ciprì, Mohammed Soudani, Roland Sejiko e dall’attrice Lucia Sardo; la giuria che ha esaminato i corti, composta invece dalla produttrice Linda Di Dio, dall’attrice Elit Iscan, anche madrina della manifestazione, e da Giuseppe Gambina dell’Anec. Tra gli ospiti inoltre, la regista ungherese Lili Nargy, l’attrice Donatella Finocchiaro e l’attore e regista Pif. «In un periodo in cui si pensa di fare comunità stando seduti in casa davanti a un computer, i Festival come questi hanno qualcosa di miracoloso. Stare seduti in una piazza a ridere, scherzare, commuoversi insieme è davvero strepitoso». Queste le parole di Pif davanti al pubblico di Piazza Regina Margherita e poi ancora ai microfoni dei giornalisti, rivolto ai ragazzi che vorrebbero fare cinema: «È fondamentale in questo lavoro capire se si ha qualcosa da dire, se si ha un punto di vista diverso rispetto agli altri. […] I miei primi cortometraggi erano bruttissimi perché mi rendo conto che non avevo un mio punto di vista del mondo. Quindi prima di gettarsi in quest’avventura è fondamentale farsi questa domanda». Parlando della sua Sicilia invece conclude dicendo: «Io sono cautamente ottimista, guardo i fatti. Se faccio un paragone tra quando io avevo dieci anni e un bambino di oggi, siamo due mondi completamente diversi. A quel tempo Palermo era completamente in mano alla mafia. Oggi, se vuoi aprire un negozio puoi farlo senza pagare il pizzo. Io, e non solo io, ho girato un film senza pagare il pizzo. Sono momenti di libertà di cui dovremmo fermarci e godere. Questo è profumo di libertà… quindi sono ottimista. Il vero problema è che la mafia verrà sconfitta quando i siciliani decideranno di sconfiggerla. È arrivato, secondo me, il momento di girare il dito e di puntarlo verso di noi stavolta».

Segesta

Segesta

 

Articolo di Irene Novello   Foto di Andrea Raiti

La Sicilia è una terra ricca di bellezze artistiche e di paesaggi naturali unici al mondo. L’Isola racchiude ben sette siti riconosciuti Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, a testimonianza del valore storico, culturale e naturale che ha da sempre caratterizzato la più grande isola del Mediterraneo. Come raccontava nel 1885 Guy de Maupassant nel suo Viaggio in Sicilia: “Ma quel che ne fa, innanzi tutto, una terra necessaria a vedersi ed unica al mondo è il fatto che, da una estremità all’altra, essa si può definire uno strano e divino museo di architettura”. Ed è proprio per la sua bellezza architettonica e paesaggistica che è diventato noto in tutto il mondo, il Parco Archeologico di cui parliamo: Segesta. Fu una delle principali città degli Elimi, un popolo di origine peninsulare, che la tradizione antica vuole di discendenza troiana. La città, fortemente ellenizzata, divenne uno dei centri più importanti della Sicilia e del Mediterraneo; la sua storia è caratterizzata dalle secolari controversie con Selinunte. Conquistata e distrutta nel 307 a.C. da Agatocle, tiranno di Siracusa, che le impose il nome di Diceòpoli, città della giustizia. Riprese il suo nome e durante la prima guerra punica passò ai Romani con i quali visse un nuovo periodo di prosperità. Le indagini archeologiche hanno messo in luce anche un villaggio di età musulmana e un insediamento normanno-svevo, dominato dall’alto dal castello costruito sulla sommità del Monte Barbaro.
Il Parco si trova a 40 Km da Trapani, nel territorio di Calatafimi Segesta, noto per il tempio dorico datato alla metà del V secolo a.C., costruito sulla cima di un colle che sembra dominare le terre circostanti tra colline di colore bruno e varie tonalità di verde che creano una quinta scenografica naturale e per il teatro costruito sul Monte Barbaro intorno alla seconda metà del II secolo a apoteksv.se.C.
Il Tempio dorico costruito su una collina, è noto in tutto il mondo per l’ottimo stato di conservazione. È un tempio incompiuto, la costruzione fu probabilmente interrotta nel 409 a.C. quando Segesta passò sotto il dominio cartaginese. Infatti, l’edificio presenta le colonne prive di scanalature ed è inoltre privo della cella, il vano che si trova all’interno di ogni tempio greco e che custodisce il simulacro della divinità tutelare; sicuramente la cella faceva parte del progetto, infatti, gli scavi archeologici hanno messo in evidenza alcuni tratti delle fondazioni che testimoniano la sua imminente costruzione. Non si hanno notizie del culto cui il tempio era dedicato. Il Teatro guarda verso il Golfo di Castellammare, incorniciato da un panorama che toglie il fiato, dove mare e terra s’incastrano, creando delle emozioni uniche. Vi si accedeva attraverso un’ampia strada lastricata, costruito in calcare locale, con la classica cavea circolare, sostenuta e costruita da un possente muro di contenimento. Tutt’oggi sono presenti nella cavea i sedili per gli spettatori della costruzione originale; ne poteva ospitare circa quattromila. Oggi, durante la stagione estiva, è possibile rivivere la magia antica del teatro grazie alle rappresentazioni classiche e moderne, spettacoli di danza e concerti di musica lirica interpretati da importanti artisti.
Segesta è uno dei Parchi Archeologici più importanti e più belli della Sicilia, la cui preziosità è stata quest’anno ulteriormente confermata dalla Regione Siciliana, riconoscendolo come ente autonomo e quindi indipendente per quanto riguarda la ricerca scientifica, la gestione, l’amministrazione e il settore finanziario. Il Parco Archeologico di Segesta si aggiunge a quelli già esistenti della Valle dei Templi, Naxos-Taormina e Selinunte Cave di Cusa, a seguito della Legge Regionale 2000 con cui sono stati istituiti nell’Isola i Parchi Archeologici. Tra le intenzioni del governo c’è quella di istituirne altri diciassette con l’intenzione di valorizzare al meglio le bellezze artistiche della nostra bella Sicilia.

 

24-Ragusani-nel-mondo

 

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Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Samuel Tasca

Se dovessi esprimere in poesia quello che rappresenta il Premio Ragusani nel Mondo potrei direi: “ovunque un ragusano sia, mai scorderà la terra natia”.
Ecco il punto di partenza del Premio Ragusani nel Mondo, giunto ormai alla 24esima edizione, che è diventato sicuramente uno degli eventi di punta del sud-est siciliano che mira a riconoscere l’eccellenza della ragusaneità nel mondo. Questa edizione del Premio, magistralmente presentata dai giornalisti e conduttori Caterina Gurrieri e Salvo Falcone, ha visto numerosi premiati: a partire dai due fratelli pozzallesi Claude e Angelo Gulino, uno manager di Sistemi informatici e l’altro leader in Ingegneria e Tecnologia Globale, entrambi affermati negli Stati Uniti; al sindacalista modicano Enzo Savarino, al vertice di un’importante sigla sindacale tedesca.
E poi ancora: il giarratanese Bruno Cultrera, titolare a Melbourne di una fiorente azienda di commercio e distribuzione di prodotti alimentari; il mecenate della cultura iblea negli States, l’avvocato Giuseppe Rollo e poi, ancora, l’imprenditore Giancarlo Licitra che è il secondo produttore al mondo di farine di carrube.
A ricevere il premio c’è anche il giovane designer modicano Carmelo Giannone, poco più che trentenne, che ha lavorato al design esterno del primo suv del marchio Alfa Romeo, Stelvio.
In campo fotografico hanno ricevuto il premio, il pedalinese Toni Campo, fotografo di Vogue e il comisano Toni Gentile, fotogiornalista noto per aver immortalato i giudici Falcone e Borsellino. Figli di questa terra, insomma, che attraverso un riconoscimento pubblico possono sentire il calore di una Ragusa premurosa, accogliente, materna!
Ad allietare la serata, tenutasi in piazza Libertà sabato 4 Agosto, ci ha pensato l’abile imitatore e cabarettista Andrea Barone, unitamente a la Peppe Arezzo Orchestra e agli attori della Compagnia G.o.D.o.T. Applauditissimi Lorenzo Licitra e Nico Arezzo, entrambi eccellenze canore ragusane.
Una serata ricca di talenti esplicati nelle diverse forme artistiche e d’eccellenza professionale. L’abbigliamento della presentatrice e delle vallette è stato curato dal giovane Fabrizio Minardo, stilista ragusano che vanta qualificate esperienze nel campo della moda, tra queste la collaborazione nello staff di Dolce&Gabbana. A sfilare, anche un abito disegnato dalla stilista Marisa Fossato, indossato da Annalisa Basso, che sarà donato al Museo Americano dell’Emigrazione.
Un riconoscimento è stato assegnato anche a Turi Occhipinti e Gaetano Scollo, videomakers e realizzatori di cortometraggi e a Emanuele Cavarra, scrittore di romanzi e art director (tra l’altro ideatore del logo della 24esima edizione del Premio Ragusani nel Mondo) per essere stati selezionati al 68esimo Festival Internazionale dei Cortometraggi di Montecatini.
Madrina della serata, ospite d’onore, è stata Orietta Berti che ha chiuso l’importante evento con alcuni dei suoi intramontabili pezzi.
Il Premio è stato inoltre seguito in diretta streaming da più di 15mila webspettatori da tutto il mondo. Anche i social protagonisti di questa edizione: la bellissima modella e presentatrice Eleonora Incardona grazie alle sue dirette dietro le quinte ha creato “un modo per offrire, a chi ci ha seguito, delle chicche interessanti sui premiati”.
Cresce già l’attesa e i preparativi per il traguardo d’argento del Premio Ragusani nel Mondo che vedrà anche la presenza della prestigiosa Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli, per la prima volta in Sicilia nella storia.
Il direttore dell’Associazione Ragusani nel Mondo, Sebastiano D’Angelo, aggiunge: “Sarà un’edizione che non mancherà di rinnovare nuove e vecchie emozioni, richiamando sul palco di Ragusani nel Mondo tutti i premiati delle precedenti edizioni. Un impegno organizzativo non comune che si spera di portare al termine grazie al coinvolgimento degli Enti locali e al mecenatismo di alcune primarie aziende del territorio”.
Nell’attesa del prossimo grande evento, l’Associazione Ragusani nel Mondo, insieme al Presidente Franco Antoci e al direttore Sebastiano D’Angelo ringraziano tutti coloro che hanno collaborato all’ottima riuscita del Premio.

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Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Roberto Strano

«Sono contento di trovarmi in mezzo a voi. È bello il sole della Sicilia». È iniziato così il discorso di Papa Francesco, quasi a sottolineare il calore umano e la splendida giornata di sole che l’hanno accolto a Piazza Armerina in occasione del bicentenario della Diocesi, in questo suo secondo viaggio in Sicilia, cinque anni dopo aver visitato Lampedusa. E non ha deluso le attese degli oltre cinquantamila fedeli che lo attendevano in Piazza Europa gridando gioiosamente il suo nome.
«Non sono poche le piaghe che vi affliggono. Esse hanno un nome: sottosviluppo sociale e culturale, sfruttamento dei lavoratori e mancanza di dignitosa occupazione per i giovani, migrazione di interi nuclei familiari, usura, alcolismo e altre dipendenze, gioco d’azzardo, sfilacciamento dei legami familiari. Di fronte a tanta sofferenza, la comunità ecclesiale può apparire, a volte, spaesata e stanca, a volte invece, grazie a Dio, è vivace e profetica, mentre ricerca nuovi modi di annunciare e offrire misericordia soprattutto ai fratelli caduti nella disaffezione, nella diffidenza, nella crisi della fede». Concludendo il suo intervento, a volte andando anche a braccio, Papa Francesco ha esortato i fedeli a impegnarsi «per una nuova evangelizzazione di questo territorio centro-siculo, a partire proprio dalle sue croci e dalle sofferenze. Vi attende una missione avvincente, per riproporre il volto di una Chiesa sinodale e della parola», affinché la nuova evangelizzazione, la carità evangelica e la buona parola arrivino ovunque, senza dimenticare nessuno e soprattutto «gli anziani, i nostri nonni. Loro sono le nostre identità, le nostre radici e non vogliamo essere un popolo sradicato» e a coloro che si sentono delusi e sconfitti, che vivono ai margini. La seconda tappa del suo viaggio era Palermo, proprio nel giorno in cui ricadeva il 25° anniversario della morte del Beato Pino Puglisi, caduto per mano della mafia. Al Foro Italico l’attendeva un bagno di folla e da lì Papa Francesco ha precisato «Oggi abbiamo bisogno di uomini d’amore, non di uomini d’onore. Chi è mafioso non vive da cristiano. Chi è mafioso bestemmia con la vita il nome di Dio-Amore. Smettete di pensare a voi stessi e ai vostri soldi. Convertitevi al vero Dio, altrimenti la vostra stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte». Ricordando l’operato di Padre Pino Puglisi ha dichiarato «Sapeva che rischiava ma sapeva soprattutto che il pericolo vero nella vita non è rischiare, è vivacchiare tra comodità, mezzucci e scorciatoie. Dio ci liberi da una vita piccola, che gira intorno ai piccioli. Don Pino Puglisi non si accontentava di non far nulla di male ma seminava il bene. Oggi siamo chiamati a scegliere da che parte stare: vivere per sé o donare la vita». L’invito è a scegliere fra l’amore e l’egoismo, fra il bene e il materialismo. «Domandiamoci cosa posso fare io, che cosa posso fare per gli altri – ha continuato Papa Francesco -. Non aspettare che la Chiesa faccia qualcosa per te, comincia tu. Senti la vita della tua gente che ha bisogno. Ascolta il tuo popolo. Questo è l’unico populismo possibile, l’unico populismo cristiano, sentire e servire il popolo». Un altro momento commovente della visita pastorale è stato l’abbraccio con Biagio Conte, che con la sua missione Speranza e Carità, assiste migliaia di persone in difficoltà dove il Papa ha pranzato con gli ospiti della missione. Poi un breve passaggio nel quartiere Brancaccio, dove Padre Pino Puglisi è stato ucciso, in Cattedrale per incontrare il Clero diocesano e religioso invitandoli a «non legarsi ai poteri del mondo e non vivere una doppia morale ma servire nella semplicità» e infine a Piazza Politeama l’ultimo appuntamento con i giovani esortandoli a «sognare in grande» per affrontare il presente e progettare il futuro, rivendicando con l’orgoglio «di appartenere a una terra che non è irredimibile». Sorrisi e lacrime di gioia hanno segnato i volti dei fedeli accorsi a incontrare un Papa portatore di speranze e il suo messaggio è stato abbastanza chiaro, adesso spetta a noi far si che le sue parole non rimangano tali, ma abbiano un seguito, si trasformino in fatti concreti!