dsa

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Articolo a cura della Dott.ssa Sandra Meli

Inizia la scuola e per molti genitori inizia un vero e proprio “calvario”, poiché il proprio figlio sembra non capire la lettura, si distrae facilmente, sembra non riuscire a eseguire i calcoli, e così i compiti sembrano interminabili e seguiti da un innalzamento della tensione a casa che di certo non migliora la situazione. È probabile che siamo davanti ad un bambino con DSA. Non bisogna preoccuparsi, ma certamente intervenire il più precocemente per aiutarlo nel migliore dei modi. I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (D.S.A.) comprendono la dislessia, la discalculia, la disortografia e la disgrafia, difficoltà presenti nella lettura, nel calcolo e nella scrittura e interessano una percentuale abbastanza alta di bambini in età scolare (2,5-3 per cento). Hanno un’ origine neurobiologica e riguardano bambini normodotati cognitivamente, ecco perché sono chiamati “specifici”, in quanto interessano specificatamente l’area degli apprendimenti e non altre. La diagnosi di DSA è fatta intorno ai sette anni, quando il bambino ha acquisito abbastanza dimestichezza con lettura, scrittura e calcolo e riesce a comprendere il significato simbolico di numeri e lettere. Bisogna certamente rispettare le tappe di sviluppo di ciascun bambino, ma è fondamentale fare una diagnosi precoce per ottenere maggiori miglioramenti. Già alla scuola dell’infanzia è possibile individuare, attraverso test standardizzati somministrati da un esperto, “indicatori” di eventuali difficoltà di apprendimento successive. Alcuni dei sintomi che si possono presentare alla scuola primaria sono: lettura poco fluente e con errori, scarsa comprensione del testo e difficoltà a ricordare, grafia poco leggibile, inversione o sostituzione di lettere, difficoltà a imparare le tabelline. Il bambino, nonostante la sua intelligenza e l’impegno esagerato, non riesce a ottenere i risultati sperati e a risentirne è anche la sua autostima. La Legge n.170 dell’8 ottobre 2011, non prevede l’insegnante di sostegno per i DSA; la scuola, però è tenuta redigere un Piano Didattico Personalizzato che prevede l’attuazione di strumenti compensativi e/o dispensativi necessari per il bambino. Bisogna sottolineare che un bambino con DSA non è un bambino che non può apprendere ma che apprende in modo diverso. Con questi accorgimenti e il PDP potranno stare a passo con la classe. Una diagnosi tardiva, un mancato utilizzo degli strumenti o del sostegno didattico pomeridiano, là dove è necessario, rappresentano un grave rischio per la crescita, la personalità e la stima del minore. Oggi esistono molti “doposcuola specialistici”, dove i bambini vengono aiutati da “professionisti” a tirare fuori “il meglio di sé” e vivere così la scuola più serenamente.

santi visalli

 santi visalli

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Newell Clark e Santi Visalli

É arrivato negli States inseguendo il sogno americano. La Sicilia, per tanti motivi, gli stava stretta e così Santi Visalli armandosi di tenacia e voglia di fare ha raccontato al mondo intero, attraverso i suoi scatti, l’America sino ai giorni nostri. «Quando son cresciuto io, Messina era considerata una delle più belle città della Sicilia. La chiamavano la Regina dello Stretto. Noi eravamo poveri, mio padre era barbiere, però eravamo felici. La parentela era molto numerosa e durante le feste era un’enorme gioia. Dopo la guerra ho preso il diploma di Ragioneria all’Istituto Tecnico Iaci di Messina, e per molti anni ho invano cercato lavoro. Mentre il nord si sviluppava noi al Sud ancora morivamo di fame. Ecco il motivo per il quale, con due altri amici decidemmo di fare un raid di 150 mila chilometri in giro per il mondo. Durante questo giro incominciai ad imparare qualche primo elemento fotografico. Dopo tre anni di avventure e disavventure arrivammo a New York». Santi Visalli, mantenendo le sue radici siciliane, ha ancora vivo il ricordo della sua avventura e gli inizi non facili a New York. «Qui per necessità raffinai le mie capacità di fotografo. Non parlavo inglese e mi esprimevo con le mie immagini. La fotografia è un grande mezzo di comunicazione». Lui che aveva visto al cinema i divi di Hollywood, con uno stile tutto suo, a tratti personale e artistico, ha fotografato star, presidenti e paesaggi urbani raccontando la nazione più ricca del mondo e i suoi personaggi. «Io sono un fotogiornalista, quindi mi sento un testimone. Dall’inizio ho sempre tenuto in mente di impressionare le mie pellicole per i posteri. Sono un testimone oculare del mio periodo storico, sessant’anni di fotogiornalismo». Le prime pagine dei più famosi giornali internazionali, dal New York Times a Life, da Newsweek a Time, da Forbes all’Europeo, hanno pubblicato le sue foto, sono state esposte nei più prestigiosi musei e ha pubblicato oltre 14 libri. «Sì, sono arrivato ai vertici della mia professione. Se esiste un vertice» ma la vera svolta professionale arrivò nel 1966 quando riuscì ad immortalare «la festa di Truman Capote ed il matrimonio a Tel Aviv dei figli di Moshe Dayan». Come tutte le persone dotate di talento e capacità all’estero gli è stato tributato il successo che merita, meno nel suo Paese, anche se recentemente qualcosa, per fortuna, è cambiata «mi pesa moltissimo. Ci penso ogni giorno. Nemo Profeta in Patria» dichiara Santi Visalli con un po’ di rammarico e da persona umile spiega che ciò che lo inorgoglisce di più è «quando qualcuno mi ferma per congratularsi con me per quella particolare fotografia». Occorrono tre elementi fondamentali per avere una foto ottimale che rimanga un punto fermo nella storia, «la rendono eterna la luce, la composizione ed il messaggio. Come diceva Henri Cartier Bresson bisogna catturare “the decisive moment”, il momento decisivo. Per la luce mi sono ispirato ai nostri quadri rinascimentali. Per la composizione agli impressionisti francesi e per il messaggio alla mia esperienza. I miei idoli sono, come ha visto, Tony Vaccaro e Lewis Wickes Hine». Tra i tanti personaggi ritratti quello che l’ha più colpito è stato «Federico Fellini, con il quale ho lavorato» ed altri ancora sono quelli con cui «qualche volta più che amicizia, è nata la stima, il rispetto professionale». Mentre oggi si tende a pubblicare tutto sui social Visalli è di parere diverso «odio i social, però la digitalizzazione pur essendo povera di qualità ed aver sputtanato la professione, è di enorme importanza per la rapida comunicazione. L’analogico. La grana nella pellicola è insostituibile». In tanti anni di carriera, che gli sono valsi numerosi premi e riconoscimenti, tra cui quello di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ha messo su un grandissimo archivio con oltre centomila fotografie, custodite in una fondazione «Il patrimonio è stato collocato due anni fa. Volevo darlo alla mia Messina, ma mi hanno riso in faccia». I suoi scatti, quasi poetici, ripercorrono un vero e proprio viaggio nel tempo, eventi storici, personaggi famosi e icone del nostro tempo, grazie alla sua grande capacità di catturare quella luce che li rendono eterni perché diventi il tempo di tutti, e Santi Visalli mi anticipa che sta lavorando a nuovi progetti, di cui per ora vuol mantenere il più stretto riserbo.

 

Articolo di Redazione    Foto di Giovanni Ferrara

Si può concretizzare l’obiettivo di far volare le nostre arance rosse di Sicilia in Cina per il prossimo febbraio attraverso i marketplace di Alibaba, il gigante cinese dell’e-commerce pronto a commercializzare le arance siciliane in un mercato di dimensioni vastissime. Occorre fare sistema tra gli operatori del settore agrumicolo e le istituzioni per cogliere questa opportunità che può aprire nuovi mercati per le nostre arance rosse e nuovi scenari per tutte le produzioni agricole di qualità. È stato questo il focus del seminario “E-commerce per l’ortofrutta di qualità” che si è svolto il 22 giugno al MAAS di Catania, nell’ambito del progetto “Social Farming, agricoltura sociale per la filiera agrumicola siciliana 2.0”, promosso dal Distretto Agrumi di Sicilia e Alta Scuola Arces con il contributo non condizionato di The Coca-Cola Foundation. “Abbiamo riunito i principali attori della filiera agrumicola interessati all’opportunità di utilizzare canali innovativi di commercializzazione – afferma Federica Argentati, Presidente del Distretto Agrumi di Sicilia -. Alibaba oggi ci offre l’opportunità di portare l’arancia rossa sul mercato cinese. Un’opportunità che il Distretto con i Consorzi di tutela si adopererà a facilitare, spingendo anche sui Ministeri Esteri e Agricoltura per ottenere l’autorizzazione al trasporto via aereo verso la Cina e al Cold Treatment in magazzino. Ma è una opportunità che spetta principalmente alle imprese cogliere, anche facendo sistema”.
“L’e-commerce è un tema attualissimo e l’export verso la Cina è all’ordine del giorno fra gli impegni dell’assessorato – ha detto Edy Bandiera, Assessore regionale all’Agricoltura -. Ci siamo impegnati ad aprire al trasporto aereo il protocollo e ritengo che la nostra agricoltura possa raggiungere livelli straordinari se tuteliamo i nostri prodotti e li valorizziamo con un’adeguata politica dei marchi”.
Ad entrare nel vivo dell’opportunità di export verso la Cina è stato Manfredi Minutelli, Senior Business Development Manager di Alibaba Italia: “Ad Alibaba piacerebbe lanciare l’arancia rossa di Sicilia sul mercato cinese in corrispondenza del capodanno cinese, a febbraio – ha detto il manager -. Per cominciare si può avviare l’export di qualche container, in modo da presentare il prodotto in Cina su Mr Fresh, una delle nostre piattaforme on line che contano 552 milioni di consumatori attivi, e in modo integrato anche nelle nostre catene di supermercati Hema, posizionandolo in una fascia di mercato premium, di alta qualità. Alibaba ha un alto interesse verso un prodotto che oggi in Cina non c’è e che può arrivare solo dalla Sicilia. Naturalmente, bisogna creare un packaging e un logo accattivante, una campagna di comunicazione che racconti l’italianità e la sicilianità per catturare il consumatore cinese. È ovvio, però, che prima bisogna superare tutte le difficoltà burocratiche previste dal protocollo siglato tra Italia e Cina sull’export degli agrumi, prima fra tutte l’autorizzazione al trasporto aereo e cominciare a lavorare con le aziende per avviare il progetto per tempo”. Il Cold Treatment in magazzino, prima della spedizione, consentirebbe di avviare l’export, resta da superare lo scoglio del trasporto. Quello ancora oggi previsto, via nave, è impraticabile per i tempi lunghi. Quello aereo, per il quale c’è già un’apertura da parte cinese, deve ottenere l’approvazione ufficiale. Siamo a conoscenza che ci sono primarie imprese del settore agrumicolo e della logistica ad investire in questa operazione, ci auguriamo che tutte le istituzioni si muovano con tempestività per ottenere le approvazioni necessarie. Appena arriveranno, dalla Sicilia potrebbe partire il primo cargo di arance rosse verso la Cina e ci auguriamo che nel sistema aeroportuale del Sud-Est, l’aeroporto di Comiso si possa specializzare anche per il trasporto aereo delle produzioni ortofrutticole.

Articolo di Redazione   Foto di Samuel Tasca

Sicilia: terra di eccellenze, luogo in cui convivono e si nutrono a vicenda tradizione e innovazione, Isola che pullula di energia, ammalia con il suo fascino, stupisce con la biodiversità dei suoi territori. È qui che siamo nati, siamo cresciuti e viviamo. È questa la bellezza che vogliamo tutelare, promuovere e celebrare. Con questa mission, insieme ai “Giovani Imprenditori di Confcommercio Catania”, la nostra realtà editoriale ha creato l’associazione e il premio “I Paladini della Cultura”. L’obiettivo è quello di andare alla scoperta delle eccellenze della nostra isola e premiare le personalità o le realtà che incarnano nel loro impegno quotidiano l’autenticità siciliana, la sapienza e la creatività della sua gente.
Vuoi diventare anche tu “Paladino della Cultura”?
Crediamo nell’importanza e nelle immense opportunità che la sinergia e la rete possono mettere in campo per sostenere e finanziare progetti e iniziative culturali. La nostra associazione promuoverà azioni di crowdfunding e sarà aperta a tutti coloro che vorranno sposare la questa causa. Inoltre, coinvolgeremo Onlus, enti pubblici e privati, e tutte le personalità che condividono, senza fini di lucro, la valorizzazione del patrimonio culturale siciliano. Per il 2018, Anno Europeo del Patrimonio Culturale, abbiamo deciso di sostenere l’Opera dei Pupi di Catania che nel 2001 è stata dichiarata dall’Unesco “Capolavoro e Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità” e successivamente, dopo l’approvazione a Parigi nel 2003 della “Convezione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale”, è stata confermata nella “Intangibile Heritage List” nel 2008. Lo facciamo offrendo il nostro contributo per l’apertura del “Teatro Stabile dell’Opera dei Pupi” a “Le Ciminiere”, finalmente assegnato alla Marionettistica dei Fratelli Napoli e la realizzazione, sempre a Catania, di uno spazio museale per la tutela dei Pupi e del patrimonio scenico che rischia di perdersi con il passare del tempo.
La Marionettistica dei Fratelli Napoli, fondata nel 1621 a Catania da Don Gaetano Napoli, oggi giunta alla quinta generazione, porta da sempre in Italia e nel mondo la cultura popolare siciliana. Con la nostra iniziativa vogliamo contribuire affinché una tradizione artistica apprezzata e richiesta in manifestazioni di tutto il mondo possa continuare a vivere nella propria terra.
Per saperne di più visita il nostro sito paladinidellacultura.it e sostienici donando il tuo contributo
(IBAN: IT 53Z0503683960CC0411274004).
Tutti i nostri sostenitori riceveranno in omaggio il libro “Piacìri” dello chef Roberto Toro.

 

manuela ventura

manuela ventura

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Bepi Caroli, Luca Guarneri, Maria Vernetti, Natale De Fino

Recentemente l’abbiamo vista in tv come attrice in “È così lieve il tuo bacio sulla fronte”, “Questo nostro amore ’80” e “Prima della notte” dove ha interpretato ruoli straordinari, ma il suo debutto è in teatro. Manuela Ventura spiega «non saprei definirmi, potrei utilizzare un cartello con scritto “lavori in corso”, la sensazione è quella di essere in un continuo divenire, con alcune sporadiche certezze circa il mio modo di essere, inquieta, pensierosa, curiosa, sono una che si arrabbia e si commuove, poi il resto si fa e si disfa, cambia, si aggiungono aggettivi, si tolgono sostantivi, si arricchiscono i sogni e i desideri, arrivano nuove paure e nuove speranze». Dalla sua carriera emerge che la passione per la recitazione «È una passione che sembra venire da lontano, una predisposizione verso questa forma di gioco e di piacere che è diventata un modo per esprimermi, per sparpagliare emozioni, per raccogliere pensieri, per scavare buche alla ricerca di acque, dissetarmi, provare momenti di felicità. Dopo le prime esperienze alle elementari e medie, inizio, a circa tredici anni, a frequentare una scuola di teatro; ero la più piccola e la più introversa, ma silenziosamente osservavo e immaginavo. Dopo gli studi tradizionali, decido di provare la selezione per entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma. Treno, valigia, viaggio, provini, attesa e poi finalmente l’ammissione. Cosa avrei fatto altrimenti? Galoppato per le praterie con un cavallo marrone, indossando una camicia a quadri e un cappello da cowboy. Questo è quello che immaginavo guardando fuori dal finestrino della macchina in corsa, durante le vacanze, nella mia infanzia». Fra cinema, teatro e televisione per Manuela «Il primo amore è stato il teatro e come tale ha un posto privilegiato, però oggi non ho una preferenza assoluta, sono linguaggi diversi, tuttavia nascono da una necessità comune, raccontare la vita, creare una visione, sognare, attingono spesso l’uno dall’altro, s’influenzano. L’arte del teatro è un grande gioco, più ampio è il guardare e più grandi le trasformazioni, gli eccessi, le maschere, le illusioni. Il teatro è inoltre nella sua relazione primaria ed esclusiva con il pubblico, una dinamica forte che parte proprio da questo rapporto che avviene dal vivo tra attori e spettatori, uno scambio “in diretta”, fatto di quell’istante del qui e ora in cui accade il mistero e l’irripetibilità. Per il cinema o la televisione, la relazione è diversa, sicuramente diretta e viva con il regista e il cast artistico e tecnico che segue il set, ma il “pubblico”, mentre si gira, è la macchina da presa, il racconto, l’emozione passano attraverso un primo o un primissimo piano, l’inquadratura, le luci, il montaggio. Per un’attrice riuscire a fare esperienza con i vari tipi di linguaggio è davvero interessante». Nonostante gli impegni professionali la portino lontana il legame con la sua terra rimane sempre forte «Catania è la città dove sono nata e cresciuta, che mi ha dato le radici e dunque nutrimento. La città dalla quale sono partita tante volte, è la sua stazione, il porto, l’aereo che hanno segnato i momenti di distanza e di riavvicinamento. È la città in cui vivo, il luogo del mio ritorno. Il luogo da cui vedo e sento il mare ogni giorno e quel posto da cui ammiro l’Etna e il suo manto ora nero ora bianco. È una città che dovremmo saper amare di più. È un posto dove, però sento mancanze. La Sicilia per me è quotidianità, odori intensi, estremi, sole caldo che acceca, rabbia, sale che asciuga e che brucia, luce inafferrabile senza orizzonti alle volte, suoni che riconosco, energia, è i miei amici più cari e i miei amori grandi. È quel punto di vista attraverso cui ho conosciuto il resto del mondo, almeno una parte di esso». Chissà che qualche volta non la vedremo nei panni di regista «Ogni tanto ci ho pensato ma per ora rimando; mi piacerebbe vederla la Sicilia attraverso gli occhi dei bambini, liberi di invaderne strade, campagne, mari e città, come in una grande caccia al tesoro, liberi di dipingerla di colori che solo loro possono vedere, liberi di immaginarla come la loro isola del futuro».

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Carlo Giunta

Andrea Caschetto nasce a Ragusa, ventotto anni fa. All’età di quindici anni scopre di avere un tumore in testa. Dopo essere stato sottoposto ad un difficile intervento chirurgico si accorge di avere difficoltà a memorizzare e ricordare cose, persone, eventi. Tenta la via delle emozioni: il sorriso e la gioia costituiscono la terapia giusta per far sì che non dimentichi. E allora inizia a viaggiare, ad incontrare popoli, culture diverse: dall’Africa all’Asia, all’America Latina. Il mondo è un posto straordinario dove poter sorridere.
Andrea è molto legato al nonno e alla mamma ma soprattutto è innamoratissimo della vita. Sorriso inarrestabile, bellissimo, contagioso, da quando ha iniziato a viaggiare ha scoperto numerose situazioni difficili: nel mondo ci sono tantissimi bambini che soffrono a causa della fame, delle violenze, della guerra o per la mancanza dei genitori. Tantissimi hanno bisogno semplicemente di un sorriso, di un conforto. Lui è andato, e va, proprio lì, tra loro. È stato proclamato “Ambasciatore del Sorriso” dall’ONU. Si definisce “amico di tutti i bambini del mondo”. Ha scritto due libri carichi di amore per la vita: “Dove nasce l’arcobaleno” e “Come se io fossi te”.

Andrea, ci parli della tua missione?
«Devo ammettere che la parola missione non mi è mai piaciuta. La mia è semplicemente l’iniziativa di essere felice in maniera incredibile aiutando gli altri. Diciamo che faccio delle “cose” umanitarie per essere io stesso felice. Sarebbe inutile fare qualcosa che non ti fa stare bene».

Quando è stato il momento in cui hai capito che dovevi portare il tuo sorriso, la tua forza, in giro per il mondo?
«Penso di averlo capito nel momento in cui ho scoperto la bellezza del viaggio: andare in giro per il mondo, conoscere luoghi e culture nuove mi ha permesso di scoprire realtà diverse, realtà che mi hanno incuriosito. Ho deciso di sperimentare cosa significa “andare in Africa”, per esempio, senza accontentarmi di vederla in tv. Lì ho portato il mio sorriso. Per dare un sorriso, però, non c’è bisogno di andare così lontano. Basta iniziare dai vicini…».

Sei seguitissimo anche sui social. Leggiamo sulla tua pagina Facebook testimonianze di persone che hanno trovato il coraggio di affrontare situazioni difficili dopo averti incontrato. Cosa si prova quando si ha la consapevolezza di aver aiutato qualcuno?
«È qualcosa di straordinario. Penso sia il guadagno più bello in assoluto, molto più dei pezzi di carta che chiamiamo soldi».

Chi dà forza al tuo sorriso?
«Al mio sorriso dà la forza il calcio contenuto nel formaggio (ride, ndr). Scherzi a parte, io penso che il mio sorriso sia come quello degli altri, solo che io ricordo spesso di mostrarlo. Tutto qui. Non penso che abbiamo bisogno di qualcosa che stimoli o motivi il nostro sorriso».

Hai girato tutto il mondo e continui a farlo. Ci racconteresti una delle tue ultime esperienze?
«Una delle esperienze che più mi è piaciuta è il viaggio in Madagascar, una terra piena di bellezze ma anche di estrema povertà. In questa isola, nel corso della storia, sono passati popoli diversi così oggi lì si trovano persone dalla pelle bianca, nera, mulatta. Ho avuto l’impressione di incontrare bambini che sembravano provenire da ogni parte del mondo».

Andrea, qual è il tuo motto?
«Di motti ne posso avere tantissimi. Mi viene in mente una frase storica che ho detto all’ONU: “Non abbiamo bisogno di un tumore per amare la vita”».

La sera, quando vai a letto, qual è il tuo ultimo pensiero?
«(Ride, ndr) La sera quando vado a letto – mai prima delle quattro – non ho pensieri perché sono talmente stanco che… dopo qualche secondo già dormo».

Sicuramente dorme con il sorriso, Andrea. Non potrebbe essere diversamente: chi ha scelto di vivere con la gioia nel cuore non teme nessuna “notte” perché possiede l’arma giusta per affrontare qualsiasi cosa: il sorriso.
Grazie Andrea per questa intervista ma soprattutto grazie per la tua testimonianza di vita. Il mondo ha bisogno di persone come te!

of shadows

 

of shadows

A TUTTO VOLUME a cura di Paperboatsongs   Foto di Dodo Veneziano

Un siciliano in giro per il mondo, da Palermo in giro per quattro continenti, un ricercatore musicale di sentimenti a scavare per ricercare se stesso nella musica e nelle altre culture. Come è iniziato questo tuo lungo viaggio partendo dalle tue radici, dalla nostra terra?
«Il viaggio ha avuto inizio quando ero ragazzino, iniziai a suonare per emulare Johnny B. Goode in “Ritorno al futuro”, è molto poco poetico ma, in quel momento, ho deciso di essere quella persona lì. Nonostante la mia famiglia non è composta da musicisti chiesi la chitarra e per mesi cercai, vedendo innumerevoli volte il film in VHS, di imparare le posizioni delle dita sulla tastiera. Imparai Johnny B. Goode ancor prima del giro di Do. Crescendo iniziai ad ascoltare e scrivere musica che rifletteva la mia personalità».

Direi l’artista musicale contemporaneo più internazionale che abbiamo nella nostra Sicilia. Immaginiamo che il tuo feeling con la lingua inglese sia assolutamente naturale ma, cosa ti ha spinto a renderla la lingua dei tuoi sentimenti?
«Non ricordo cosa mi ha spinto a scrivere in inglese e l’ho sempre fatto da adolescente, è innata. Non riuscivo a fare il salto di astrazione in cui gli ascolti che incrociavo nel mio cammino si realizzavano poi in lingua italiana e l’inglese ha prevalso naturalmente e si è chiaramente perfezionato nel tempo, ho acquisito una familiarità sempre maggiore. È sempre strano rispondere a questa domanda in quanto è stato tutto davvero naturale».

Chi ha avuto modo, come me, di conoscere il libro ed il disco “Un mondo raro” che racconta la vita di Chavela Vargas scritto da te e Antonio Dimartino è rimasto affascinato da questa ricerca musicale e letteraria. Cosa c’era nella vita di Chavela Vargas che ti somiglia?
«È difficile dire che qualcosa possa rassomigliarmi a tale personaggio, a tale grandezza, è irrispettoso. Di certo la sua vocazione alla libertà assoluta, che poi ha pagato anche con la solitudine. La Costa Rica degli anni ’20 era intrisa di condizionamenti sociali che lei ha sfidato donandoci delle lezioni di vita, lezioni di libertà. Lei ha smontato un sistema di valori musicali improntati su un genere prevalentemente maschilista come quello della “ranchera messicana” con la propria interpretazione, lo ha reso esistenzialista al punto da poter paragonare le sue interpretazioni a quelle di Edith Piaf o Billie Holiday. Questo tipo di libertà nello smontare i generi musicali per trovare la bellezza mi affascina, una lezione che cerco di avere davanti ai miei occhi ogni giorno quando compio le mie scelte. Solo se sei libero scovi delle corrispondenze che ti sorprendono e creano nuove sinergie».

“Of Shadows” il tuo ultimo album, intenso e delicatissimo e tante date all’estero importantissime. Di quali “ombre” parli? Quali sono le ombre di Fabrizio Cammarata?
«Sono ombre dell’anima, di quando decidi di fare una ricerca nelle parti più buie e più scomode dell’interiorità. Proprio per questo nel titolo “delle ombre” ho voluto dare un carattere accademico tipico delle opere antiche, quasi latina se vogliamo. È un percorso, una ricerca e per quanto possa sembrare universale ciò che scrivo è molto personale, il mio viaggio, il mio racconto di una storia sentimentale. L’obiettivo era la ricerca interiore in sé e per me è stato un successo riuscire a compiere questa indagine, una sorta di auto-terapia efficace, spontanea e senza vergogna. Il disco quindi è un successo personale».

 

Articolo di Angelo Barone   Foto di Massimo Cappellano

Il 13 maggio 1978 veniva approvata la “Legge Basaglia”, che aboliva i manicomi restituendo dignità ai malati psichiatrici. La legge prende il nome dallo psichiatra Franco Basaglia che dedicò tutta la sua vita alla cura delle persone sofferenti. A quarant’anni dalla sua approvazione tante sono le iniziative per riflettere sulla Legge 180 che Norberto Bobbio definì «l’unica grande riforma del dopoguerra italiano».
A Taormina, tra le “Rivoluzioni” di TaoBuk, la storia di questa riforma è stata raccontata da Peppe Dell’Acqua tramite l’autobiografia di Antonio Slavic, “All’ombra dei ciliegi giapponesi”, libro che racconta passo dopo passo quello che Basaglia, Slavic e pochi altri realizzarono a Gorizia, in quel manicomio di frontiera, e che da lì si sarebbe esteso altrove.
A Catania, Carmen Consoli ha accolto positivamente l’appello di Laura Boria, per dare una casa alla Onlus “Namastè” che, a Caltagirone, si occupa dei bisogni di una trentina di ragazzi diversamente abili. L’artista, lo scorso 1° giugno ha organizzato un concerto con tutti i suoi amici a Piazza Duomo, nella sua Catania. Una serata indimenticabile. Carmen Consoli, Samuele Bersani, Elisa, Max Gazzè, Marina Rei, Daniele Silvestri, Mario Venuti e Bandabardò hanno dato vita a un concerto che ha scaldato gli animi e allargato la mente dei presenti. Con il ricavato della serata gli ospiti di “Namastè” avranno la possibilità di avere una sede stabile dove svolgere una vita, per quanto possibile, serena.
A Caltagirone con “Liberamente” si è svolta la “Settimana della Salute mentale di comunità”, che ha avuto come protagonisti i pazienti e i loro familiari a testimoniare il livello di benessere relazionale, di sviluppo culturale, di coesione, di appartenenza e di libertà che si vive nella comunità. Una settimana d’iniziative e di confronto sulle pratiche innovative di livello internazionale che qui sono state avviate: l’open dialogue, la comunità terapeutica democratica, i gruppi di psicoanalisi multifamiliari, il centro SILS (Servizio di Inclusione Socio-Lavorativo coordinato da Maurizio Cirignotta che è stato il motore delle iniziative di Liberamente), le fattorie sociali, l’housing sociale, le innovazioni nel Distretto socio-sanitario (progetto “Dopo di noi”, “La vita indipendente”). Andiamo a Caltagirone per assistere alla manifestazione conclusiva della settimana, la “Scala la bellezza libera la mente” e troviamo un clima elettrizzante tra tutti i partecipanti e una gran voglia di comunicare le proprie sensazioni vissute in questi giorni di febbrile attività e chiediamo loro una parola “chiave” per descrivere questa settimana:

PARTECIPAZIONE per Angela Sortino, presidente Associazione Arcobaleno, «per i ragazzi e per i familiari è stato importante far vedere a tutti la nostra interazione».

COSTRUTTIVA per Riccardo Ranno, facilitatore sociale, secondo cui «è stato importante lo spettacolo teatrale “Laggiù dove morivano i dannati” di Alda Merini».

Per Rina Graziano, presidente dell’Associazione Comunità per la Salute Mentale, «l’igiene mentale è più importante di quella fisica». Lei indica la parola ASCOLTO.

«Questa visibilità – dichiara l’operatrice Giusi Renda – serve alla lotta contro lo stigma verso la salute mentale, i ragazzi sono stati meravigliosi ci hanno fatto emozionare per cui dico BELLEZZA».

Per Sebastiano Lemoli, insieme alla cara Jole Scalone, «Il SILS doveva essere una piccola cosa che doveva crollare, oggi è germogliata una vita nuova per ricevere e dare FELICITÀ».

Maria Zummo, Cooperativa Sociale, sostiene che «partecipare alle attività del SILS, aiuta tutti a superare i pregiudizi» e indica la parola SOSTEGNO.

Infine per Tommaso Battiato «cucinare è stata una bella esperienza per trasmettere EMOZIONI».

Il dott. Raffale Barone, direttore del Modulo DSM di Caltagirone-Palagonia, indicando come parola chiave il BENESSERE MENTALE DI COMUNITÀ sottolinea che «qui le buone prassi si sono consolidate nel tempo tali da immaginare l’esperienza di Caltagirone come a un Distretto Bio-psico-sociale dove praticare e verificare nuove esperienze come ci ha insegnato Basaglia».

Articolo e Foto di Samuel Tasca

Nel territorio del Calatino, nei pressi di contrada Piano San Paolo, si trova la Comunità Terapeutica “La Grazia”. Entrando attraverso il lungo viale alberato, si ha subito la sensazione di contatto con la natura, tipica di questo luogo immerso nella zona che precede la Riserva Naturalistica di Santo Pietro. Proprio qui, nel 2008, prende forma il progetto della “Fattoria Pedagogica” portato avanti dalla dott.ssa Paola Affettuoso, pedagogista specializzata in Neuropedagogia Clinica e Art Counselor, che, guidandoci per la fattoria, ci racconta di lei e del suo progetto, che quest’anno ha ricevuto un riconoscimento a livello nazionale, il Premio per l’esperienza As.Pe.I. 2018 (Associazione Pedagogica Italiana)
«La mia formazione nasce dal volontariato. Dopo gli studi ho iniziato a fare formazione nell’Art Counseling e mi sono specializzata nella Psicopatologia fenomenologico-relazionale. Da allora tante le esperienze e le iniziative come l’istituzione del Centro Studi “Sergio De Risio” e per ultima la fondazione dell’Associazione di Pedagogisti Koinè, assieme ad altri colleghi molto motivati e preparati».
Per la dott.ssa Affettuoso, infatti, la passione per le relazioni interpersonali e la curiosità verso l’altro sono sempre state motori pulsanti del suo percorso professionale nel settore della sanità mentale. «Sono certa che “la bellezza ci salverà” e ci renderà liberi, credo vivamente, infatti, nella possibilità di vedere sempre il bello che c’è negli altri e nel sostegno che si può dare per farlo emergere. Anche la natura, secondo me, è fondamentale nel concetto di bellezza, infatti, qui alla Comunità “La Grazia” viviamo immersi nel verde e questo fa stare bene non solo gli ospiti della comunità, che si occupa della riabilitazione di pazienti con disagi psicologici, ma anche tutti noi operatori».
È proprio da questo principio che parte il progetto della Fattoria Pedagogica. «Abbiamo intuito che un percorso di Zooantropologia e Pet Therapy poteva essere utile per i nostri pazienti, quindi abbiamo iniziato a formarci assieme al prof. Roberto Marchesini in Zooantropologia Assistita con gli animali. Abbiamo acquistato degli asini, incentrando inizialmente parte del nostro lavoro sulla onoterapia, e abbiamo allestito la fattoria. Superata questa prima fase […] abbiamo deciso di formare i nostri pazienti per far sì che diventassero anch’essi educatori della Pet Therapy, trasformandoli a tutti gli effetti in maestri di un percorso da rivolgere a terzi».
Da ormai otto anni, infatti, la Fattoria Pedagogica accoglie circa 2000-3000 bambini l’anno da scuole di ogni ordine e grado, permettendo di riscoprire il territorio attraverso dei percorsi guidati da ospiti della comunità. «Questo ci ha permesso – continua la dott.ssa Affettuoso – non solo di occupare il loro tempo in maniera costruttiva, ma anche di renderli una risorsa presso la comunità locale, cercando di abbattere lo stigma che gira attorno alla malattia mentale, poiché il bambino, che non ha pregiudizi, si approccia a una realtà complessa attraverso la mediazione della natura e degli animali, e restituisce ai nostri pazienti un forte guadagno sull’autostima e la socievolezza incidendo positivamente sui loro percorsi».
Al termine della nostra conversazione, non ci sorprendiamo affatto che un progetto così originale, innovativo e carico di valori sociali e pedagogici abbia ricevuto un premio così importante. «Ciò che mi rende più orgogliosa – ci dice la dottoressa quasi commossa – è aver potuto condividere questo premio con colleghi e pazienti che sono stati parte integrante di questo percorso. L’altro aspetto è sicuramente vedere le facce dei bambini quando vengono qui e restano stupiti e ammaliati dalla magia che c’è in questo luogo».
Terminiamo la nostra intervista e ci lasciamo alle spalle questo luogo con il suo verde, i suoi animali e il suo essere puro, che quotidianamente viene irradiato da quella bellezza che tanto ha ispirato la dott.ssa Paola Affettuoso.

Articolo a cura della Dott.ssa Sandra Meli

Una sana relazione di coppia si basa sulla paritarietà per sostenere l’individuazione di ciascuno senza rigidità di ruoli. Oggi il “sistema coppia”, risulta più fragile poiché non si riesce ad alternarsi senza sentirsi prevaricati dal partner. La libertà individuale e l’auto-realizzazione sono obiettivi da raggiungere a tutti i costi. Inoltre ciascun partner ha nei confronti della relazione aspettative più elevate che in passato. Anche inconsapevolmente, speriamo che il partner e il legame con lui appaghino i nostri bisogni più profondi, oltre a darci empatia, comprensione, condivisione, sostegno, cura, protezione. Ecco perché spesso si va incontro a delle delusioni che minacciano la coppia, esponendola al rischio di tradimento. Le motivazioni di un tradimento sono diverse. Si tradisce per il bisogno di distrarsi dalla monotonia della quotidianità, per vendetta, perché si è sperimentato in passato come vittima il tradimento, per esprimere la propria libertà sessuale. Altre volte non si è soddisfatti della propria relazione di coppia e della sessualità non appagante con il proprio partner, e attraverso l’adulterio ci si augura di vivere quelle emozioni fondamentali per tutti come il sentirsi corteggiati, desiderati, unici per la persona amata. Infine, c’è chi non ama più il proprio partner, per cui sperimenta dei vuoti all’interno della propria relazione che sente il bisogno di colmare con nuovi flirt. Dobbiamo stare molto attenti, poiché il tradimento è sempre dietro l’angolo. Dai dati dell’AMI (Ass. Avv. Matrimonialisti Italiani) nel 2018 emerge che solo tre coppie su dieci sarebbero fedeli. Anche le coppie più solide sarebbero così a rischio. L’adulterio oggi non si consuma solo nel luogo di lavoro, in palestra o in vacanza, ma la vera minaccia ormai è Internet, poiché risulta accessibile, affidabile e anonimo. Social network, chat, siti d’incontri, sono i nuovi contesti dove conoscere nuove persone con cui condividere passioni, desideri o parlare di sesso, mettendoci di fronte al rischio di una nuova forma di tradimento: il micro-cheating, ossia la micro-infedeltà, comportamenti apparentemente innocui, assimilabili all’adulterio, come controllare frequentemente il profilo di una persona o i suoi post sui social; scambiare messaggi con altre persone all’insaputa del proprio partner; non dichiarare il proprio stato sentimentale durante una conversazione in chat; scambiarsi foto piccanti. L’adulterio mette a dura prova la coppia e può segnare la fine di una relazione. Alcune volte però rappresenta una grande opportunità, per rilanciarsi, per rimettersi in discussione e nutrire il rapporto di nuova linfa vitale. In questi casi genera una crisi dolorosa ma necessaria per il processo di crescita e maturazione della coppia. Buona estate a tutti e state sempre vigili.