A TUTTO VOLUME a cura di Paperboatsongs

Fabio Cinti reinterpreta un grande classico del maestro siciliano Franco Battiato.

Un adattamento gentile e una lettura personale dell’album di Frano Battiato che per primo nella storia della musica italiana vendette ben 1.000.000 di copie .

 

Ciao Fabio e benvenuto nella nostra rubrica che in qualche maniera, in questo numero, ti collega alla nostra Sicilia attraverso il tuo ultimo lavoro che sta riscontrando tante recensioni positive, ovvero “La voce del padrone – Un adattamento gentile”.

Già, bisogna muoversi con gentilezza ed avere molto coraggio per riprendere Battiato, maestro della nostra Sicilia e di tutta la musica italiana. Tu lo hai fatto magistralmente.
Qual è stato l’impulso che ti ha spinto ad intraprendere questa decisione a questo punto della tua carriera? Grazie, anzitutto a te, a voi, per l’accoglienza!
In un periodo della vita e del mio percorso musicale mi sono ritrovato a fare i conti con il mio passato. E ho sentito il profondo bisogno di allontanarmi dai meccanismi soliti che governano questo mondo, il mondo della produzione musicale intendo. Avevo bisogno di tornare a non avere più aspettative, a fare e essere il musicista che in fondo sono, senza competizioni o affanni. E il modo migliore mi è sembrato quello di tornare alle origini dei miei ascolti, quando ho imparato a mettere le mani sulla chitarra, ascoltando proprio La Voce del Padrone. Ho voluto ripercorrere quegli anni e allo stesso tempo fare un dono a Franco Battiato nel modo più gentile possibile, proprio com’è lui con me, con gli altri.

Hai rielaborato arrangiando nuovamente il famigerato disco del 1981 con una suite di archi, spiegheresti ai nostri lettori quali sono i vantaggi e le peculiarità dell’affrontare un arrangiamento in questa modalità?

La Voce del Padrone è un classico, ormai. E come tale va trattato. Fin da subito non ho avuto nessuna intenzione di rendere una versione o una cover dell’album, ma, appunto un adattamento: si tratta di una rilettura delle parti così come sono, senza aggiungere o modificare nulla. Il quartetto d’archi e il piano, la formazione da camera, classica per eccellenza, mi ha permesso di essere rigoroso, di avere dei paletti e di rendere tutto senza tempo. Gli archi poi sono “gentili” se usati in una certa maniera, e quindi rispecchiavano anche il sentimento che mi ha portato a realizzare l’album.

Come stai progettando il live che presenta questo album ed in quale contesto?

Nel live rifaremo tutto l’album, naturalmente! Ma ci arriveremo attraverso una piccola introduzione di qualche canzone che ripercorrerà gli esordi sperimentali di Battiato per poi, dopo La Voce del Padrone, andare a indagare quanto e come questo album ha influenzato la discografia successiva. Ci sarà poi spazio anche per qualcosa di mio, delle mie canzoni, e per arrivarci passeremo per Devo, il brano che proprio Battiato mi ha regalato nel 2013.

Hai avuto grandi maestri e amici come Morgan o Paolo Benevgnù. Sarebbe bello tu ci parlassi di come loro hanno influenzato o contribuito la tua carriera.

Lo hanno fatto in modo diametralmente opposto. Il primo, Morgan, è un istrione, mi ha insegnato a stare sul palco, per esempio, a vivere gli impulsi, a cogliere gli attimi. Abbiamo pateticamente gusti identici, per cui era tutto semplice, ci si capisce al volo! Paolo invece è più un maestro di vita, lunghe chiacchierate, passeggiate… è un uomo che si dà e che ti dà molto, si lascia assorbire. Entrambi hanno un gran cuore e lo esprimono in maniere diverse.

“Rileggere” i dischi più importanti del passato potrebbe essere la buona occasione per disimparare la musica e la scrittura di canzoni e migliorare quella contemporanea?

Non credo sia obbligatoria la mia operazione, ma senza dubbio credo che ogni musicista debba confrontarsi con il passato, quello più lontano e quello più recente. Avere la presunzione di sapere, di sentirsi una personalità addosso senza averla formata, non fa mai bene. Bisogna avere una percezione del mondo per riconoscere la bellezza, gli istinti non bastano. Tutti i grandi, all’inizio, hanno fatto cose di altri. Questo non vuol dire fare cover, ma un bravo pianista che viene dal conservatorio conosce bene i classici, li ha studiati per almeno dieci anni… Perché non dovrebbe essere così nel pop?

Un consiglio per i nostri giovani lettori musicisti siciliani…

Studiate, siate curiosi, viaggiate, collaborate con gli altri, siate coraggiosi.

 

Grazie infinite speriamo di sentirti presto nella nostra splendida isola.

 

Lo spero anch’io!

 

A cura di Alessia Giaquinta

Uno dei miti più caratteristici della Sicilia è sicuramente quello di Colapesce, il giovane messinese, amante del mare, che sacrificò la propria vita pur di salvare l’Isola.
Come? Immergendosi nei fondali e rimanendovi per sempre.
La leggenda vuole, infatti, che a Messina vivesse un certo Nicola – detto Cola – figlio di pescatori, e che questo, fin da piccolissimo nutrisse uno smisurato interesse per la vita del mare. Si racconta, a questo proposito, che Cola mettesse in salvo i pesci catturati dal padre durante la pesca e – addirittura – che li accompagnasse in acqua e lì trascorresse il suo tempo a nuotare con loro. Insomma proprio come un pesce! Per questo motivo, il giovane fu chiamato Colapesce.
Un giorno, l’allora re di Sicilia Ruggero II si lasciò incuriosire dalle capacità del ragazzo e volle metterlo alla prova. Gli comandò, infatti, di scendere nei fondali marini per recuperare un anello caduto in mare.
Colapesce accolse la sfida: si calò nelle acque e affrontò numerose difficoltà prima di riemergere con l’anello del re. Il ragazzo raccontò al sovrano tutto quello che aveva visto negli abissi marini: dalle meravigliose creature che vi abitano ai pericoli che vi s’incontrano. Ruggero II, meravigliato e allo stesso tempo incuriosito dal racconto, chiese a Colapesce di immergersi nuovamente per recuperare altri oggetti preziosi che, via via, il re lanciava in acqua in maniera tale che potessero arrivare ancora più in profondità. Il giovane obbedì ancora una volta ma, durante una di queste immersioni, si accorse che nelle profondità marine c’erano tre colonne che reggevano la Sicilia: una integra, una scheggiata e una rotta. Quest’ultima si trovava tra Catania e Messina ed era in quelle condizioni perché il fuoco dell’Etna – proveniente dal fondo della terra – aveva corroso la colonna.
Quando Colapesce raccontò questo al re, alimentò ancora di più la sua voglia di conoscere cosa ci fosse sotto la Sicilia. Questa volta il re si mostrò incredulo: non riusciva a immaginare un fuoco tra gli abissi marini.
Colapesce si calò ancora una volta tra le acque per dimostrare la veridicità del suo racconto. Questa volta però non riemerse nient’altro che le sue vesti bruciate.
Morì Colapesce? No! Si sacrificò e, pur di non far crollare la colonna corrosa, la caricò su una spalla. Di tanto in tanto pare che si stanchi e decida di cambiare spalla. In questo movimento Colapesce ricorda ai siciliani non tanto il peso del suo sacrificio ma l’incommensurabile amore che ebbe – e continua ad avere – per la sua terra: la Sicilia.

 

Articolo di Maria Concetta Manticello    Foto di Samuel Tasca

Il conto alla rovescia è cominciato, le tanto sospirate vacanze sono ormai alle porte. Al mare o in montagna, in campagna o in città, le ferie estive sono un momento importante per stare tutti insieme, cani compresi! Un viaggio con un cane è un’esperienza bellissima, ma necessita di una buona capacità organizzativa. È importante saper scegliere destinazione, sistemazione, programma di viaggio, pensando sempre anche alle loro esigenze. Non scegliete una location a caso, informatevi se in hotel, casa vacanza, campeggio, gli animali sono graditi e quali sono i servizi a loro dedicati. Se affittate una casa, chiedete se ci sono altri cani nei dintorni, quali sono gli spazi dedicati a loro dedicati, se è necessario tenerli al chiuso o legati. Il Ministero della Salute ha diffuso un vademecum in cui sono illustrate le buone norme da seguire per viaggiare con il cane in sicurezza. Tra le raccomandazioni del Governo c’è l’invito a:
• scegliere strutture e attività pet-friendly; • prima di partire far visitare il cane al veterinario di fiducia per un check up completo e per aggiornare il suo libretto sanitario; • informarsi in merito alle leggi vigenti nella località di destinazione in merito al trasporto di animali.
Fondamentale per chi affronta un viaggio con il proprio cane, è avere un kit di pronto intervento, una spesa utile per viaggiare con il cane in maggiore sicurezza.
Un kit ben fornito solitamente comprende:
• disinfettante e acqua ossigenata, garze sterili e cerotti adesivi. • forbici con punta arrotondata per forasacchi e zecche. • guanti in lattice, termometro, ghiaccio secco per colpi di calore, siringhe per somministrare farmaci e cibi liquidi.
Prima di partire è importante preparare anche la sua valigia, può sembrare buffo ma è necessario un bagaglio per la sua documentazione sanitaria, oggetti e farmaci d’uso abituale, cibo e snack per il viaggio. Oltre al guinzaglio e alla pettorina non dimenticate la museruola, necessaria per garantirsi l’ingresso sui mezzi di trasporto e nei locali pubblici.
Se vi spostate in auto, programmate soste con cadenza regolare per permettergli di fare i propri bisogni e sgranchirsi le zampe. Areate bene l’abitacolo della macchina, cercando di mantenere temperature fresche e se potete evitate le ore più calde. Non dimenticate di portare con voi dell’acqua e una ciotola per somministrargliela con regolarità. Viaggiando in autostrada potete usufruire delle aree di sosta, scegliendo uno dei tanti Autogrill che offrono, in Italia, servizi specifici per “fido”. Se pensate di fare un viaggio fuori dall’Italia, dovete avere con voi il Passaporto Europeo per animali da compagnia.
Spero che questi piccoli consigli siano di buon auspicio per una vacanza tranquilla, rilassante e divertente in compagnia del vostro amico a quattro zampe. Buon viaggio!

Articolo di Omar Gelsomino    Foto di Archivio Sonzogno Editori

La musica per lui non è un fine ma il mezzo per comunicare sentimenti ed emozioni con il mondo. È un musicista, un virtuoso del violoncello, un accademico, un compositore fuori dal comune e un esploratore del mondo dei suoni, dei continenti emotivi, del tempo, del mondo in tutta la sua varietà e interezza. Per Giovanni Sollima, autore poliedrico palermitano di fama mondiale e figlio d’arte, «Il suono è uno strano flusso. L’aria, l’acqua e il suono sono tutte materie liquide. Il suono ti avvolge, ti copre, scompare, ti trafigge, può essere violentissimo. È qualcosa che non riesci ad afferrare, perché lui ti abbraccia, ti prende. Io sento questa cosa. Se tolgo questa patina protettiva che è il suono e mi spoglio divento fragilissimo o fortissimo, comincio a lottare, a tirare fuori i denti e mi accorgo di com’è il mondo. A me non dispiace, se ne parla male ed è tremendo, ma in questa negatività vengono fuori delle isole di positività e di una bellezza incredibile».
Il suo genio creativo lo spinge a esplorare diversi generi, dal Rock al Jazz, dalla musica elettronica a quella mediterranea e con il suo unico compagno di scena, un violoncello Francesco Ruggeri del 1679, trasmette i suoi stati d’animo nella sua musica senza confini.
«La musica può assumere qualunque forma e valenza e la cosa più inaspettata per me è che spesso ciò che dico viene interpretato in maniera diametralmente opposta ma valida o comunque con una certa libertà. La musica ha un segno, fornisce un indizio, poi è come una schermata internet, vai a cliccare e prendi dei percorsi, delle strade che ti portano anche lontano».
Giovanni Sollima è anche un grandissimo compositore di colonne sonore per il cinema, il teatro e la danza, tanto che, oltre a proporre le sue composizioni in tutto il mondo, gli sono stati tributati tantissimi premi, «Per me il brano nasce da un indizio oppure arriva già composto in qualche modo, spesso nasce dalla fine, alcuni brani è come se maturassero nella mia testa da tempo».
Ovviamente i suoi continui viaggi in giro per il mondo hanno “contaminato” le sue composizioni «Quando scrivo il tema del viaggio, anche a volerlo evitare, è sempre saltato fuori nei miei pezzi in modo palese, dirompente, a volte anche fastidioso».
Insegnante presso la Fondazione Romanini di Brescia e l’Accademia di Santa Cecilia e direttore artistico della Società Italiana del Violoncello da sempre coinvolge gli allievi anche in attività extra accademiche, «Il mio rapporto con i ragazzi è alla pari, da coetanei, perché con loro ho anche un rapporto di amicizia. Gli stimoli non sono legati solo alla musica, propongo di studiare delle cose, loro propongono di lavorare su certi pezzi, fanno ricerche anche su internet, si ascolta. Insomma insegno in un conservatorio ma c’è ben poco di accademico in quello che faccio».
Il suo genio creativo lo porta a sperimentare continuamente, nuovi generi, nuovi strumenti, nuove sonorità, e di recente si è concluso il N-Ice Cello, un tour che ha interessato tutta la Penisola, un progetto culturale e musicale in cui Giovanni Sollima si è esibito nelle sue performance con un violoncello di ghiaccio realizzato dall’artista americano Tim Linhart. «L’idea è nata una decina di anni fa in Val Senales sui 3000 metri di quota in un igloo e suonato in una bolla con una temperatura di circa -12 gradi dando la sensazione di essere un grande risuonatore mentre il suono è siderale, ancestrale, diverso, più lungo». Con questo progetto, che prevede anche un docufilm scritto e diretto da Corrado Bungaro, con la raccolta di riflessioni di personaggi incontrati dalle Alpi alla Sicilia, si vuole far riflettere sul tema dell’acqua e della sua importanza globale, poiché ogni anno milioni di persone si spostano dal sud al nord alla sua ricerca. E questo tour è stato un itinerario al contrario, restituendo così l’acqua nel Mediterraneo. Giovanni Sollima, ricercatore e sperimentatore di nuovi suoni, presto saprà regalarci nuove emozioni con i suoi virtuosismi con il violoncello.

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Articolo e foto di Stefania Minati

In attesa della partenza sono al bar della struttura ai piedi del pallone aerostatico. Gustando un ottimo caffè ne approfitto per guardare gli addetti fare i preparativi per il primo volo della giornata: controllare gli ancoraggi, verificare il cavo di elevazione, misurare i venti per confermare la portata delle persone e, infine, procedere con un volo di verifica. Ecco che la mongolfiera, ancorata nel cuore del Balon, lo storico Mercato delle Pulci nel famoso quartiere di artigiani e antiquari della città, si prepara a svettare sui tetti di Torino ad un’altezza di 150 metri. La sua silenziosa ascesa, in quel tranquillo angolo di Borgo Dora, ha qualcosa di magnetico. Anche gli edifici storici che circondano il giardino Cardinale Michele Pellegrino e la vecchia stazione del Gruppo Torinese Trasporti (GTT), con la sua antica locomotiva in bella mostra, sembrano volerti catapultare direttamente alla fine del 1783 quando Roberto De Lemanon, Carlo Antonio Galeani-Napione di Cocconato e Giuseppe Amedeo Corte di Bonvicino, decollarono proprio tra le case di Borgo Dora con il loro balon, pallone nel dialetto piemontese, scrivendo un pezzo di storia dell’aviazione e di Torino. Mi distolgo dalle mie fantasticherie perché è finalmente l’ora di salire a bordo, non c’è nulla di più bello che essere accompagnati, in questa piccola avventura nel pallido sole che cerca di riscaldare la giornata, da una coppia di innamorati, una famiglia di turisti e un papà con i due figli, assolutamente eccitati all’idea di salire fin lassù! Ci si stacca con leggerezza da terra ed ecco che si cambia immediatamente prospettiva, scoprendo una vista a 360 gradi a dir poco spettacolare.
Le montagne dell’arco alpino sembrano essere a portata di mano, la distesa immensa della città con i suoi tetti e le sue bellissime piazze, la sua scacchiera di strade e la Mole Antonelliana con tutta la sua storia. Quasi mi dispiace rimettere, 20 minuti più tardi, i piedi a terra, ma sono felice di conoscere Andrea Lazzero di Soluzioni Artistiche, la società no-profit che oggi si occupa della gestione del “Turin Eye”. Con passione mi trasmette l’entusiasmo per la riqualificazione del territorio attraverso l’arte, la cultura e la storia di Torino. Le difficoltà incontrate per far partire il progetto nel 2012 sono state tante, mi racconta, data la particolarità progettuale di una mongolfiera ancorata in un centro città, che ha bisogno di spazi aerei liberi per le emergenze e la sicurezza. Eppure un lavoro ben organizzato e studiato fin nei minimi dettagli in stretto contatto con l’Aviazione Civile, il mantenimento dei più alti standard di sicurezza, hanno realizzato un sogno e portato oltre 100mila persone ad emozionarsi sull’aerostato frenato più grande del mondo, con i suoi 36 metri di altezza e 23 metri di diametro. Nulla da invidiare quindi agli aerostati fratelli posizionati a Berlino, Praga, Tel Aviv, Parigi e Hong Kong. Le possibilità di divertimento con gli organizzatori sono infinite, da un aperitivo tra amici alle feste di laurea, dagli addii al nubilato e celibato alle proposte romantiche di matrimonio e molto altro, il Turin Eye è ormai entrato nella vita dei torinesi e rappresenta cosa si può creare quando si ama la propria città!

 

Articolo di redazione   Foto di Emanuele Canzonieri

Eccellenze, reti, sistemi e logistica per lo sviluppo del Sud-Est Sicilia. È il tema dell’incontro, molto proficuo e partecipato, svoltosi presso la Sala Congressi del Consorzio Promoter Group e sede del Distretto orticolo del Sud-Est. L’iniziativa, la prima di una serie finalizzata a stimolare sinergie, creare reti e fare sistema per essere competitivi sui mercati nazionali europei e internazionali, è stata promossa dalla nostra rivista e dal Consorzio Promoter Group, con il patrocinio della Camera di Commercio del Sud Est.
«Perseguendo l’obiettivo di valorizzare il patrimonio e le bellezze siciliane – spiega Angelo Barone, coordinatore editoriale e moderatore dei lavori – abbiamo organizzato il primo di una serie di incontri volti mettere in luce le nostre eccellenze, un obiettivo che si potrà raggiungere solo attraverso delle strutture logistiche, un sistema aeroportuale e una viabilità adeguati per la creazione di una rete efficiente. Ecco perché abbiamo voluto iniziare da Vittoria, città in cui è presente il mercato di produzione ortofrutticola tra i più importanti d’Europa, per programmare insieme lo sviluppo del Sud Est».
Determinante l’intervento del presidente della Camera di Commercio del Sud Est, Pietro Agen, secondo cui «è importante privatizzare l’Aeroporto di Comiso per renderlo più efficiente, migliorare la viabilità e i collegamenti con porti ed aeroporti. Solo attraverso un unico sistema aero-portuale è possibile sviluppare un turismo per le grandi aree del Sud Est, attraverso la creazione di diversi percorsi capaci di sfruttare al meglio le nostre risorse».
Il presidente del Distretto Orticolo del Sud Est Sicilia, il capitano Salvatore Cannizzo, sottolinea che «con il patto etico delle aziende aderenti si gioca una partita diversa attorno al valore che garantisce la legalità nella filiera del prodotto. Sono necessari la rimodulazione degli assetti normativi, un miglior coordinamento e il riconoscimento degli enti che sostengono gli associati».
Due punti del tema dell’incontro, reti e sistemi, sono stati ben approfonditi da Federica Argentati, presidente del Distretto Agrumi di Sicilia, che ha parlato dell’importanza della cultura di rete, «creare strategie per condividerle nell’internazionalizzazione dei prodotti e fronteggiare così la concorrenza esterna. Abbiamo chiesto al Ministero la modifica del protocollo con la Cina per quanto riguarda il “cold treatment” (trattamenti a freddo, ndr). Dobbiamo smetterla di piangerci addosso, la funzione pubblica di orientamento può fare la differenza sostenendo le reti e i sistemi ma necessitano i collegamenti viari e aeroportuali».
«Nonostante i concorrenti stranieri siamo in grado di offrire un prodotto eccellente e genuino con la caratteristica unica del sapore di Moscato e dal colore giallo con la nostra uva Italia. – ha dichiarato Giovanni Raniolo, Presidente Consorzio Igp Uva da tavola di Mazzarrone – È necessario il coinvolgimento delle istituzioni per migliorare la nostra situazione solo così potremmo fare arricchire il nostro territorio e non la grande distribuzione».
Rosario Dibennardo, presidente di Federalberghi Ragusa e Consigliere SAC, ha spiegato le potenzialità dell’Aeroporto di Comiso, «ha una pista intercontinentale, bisogna riconoscere una tariffa unica di atterraggio ai due aeroporti e completare il sistema di collegamento, privatizzare Comiso, organizzare la logistica ed uniformare i servizi».
Sono state avanzate delle richieste da parte del presidente del Consorzio Promoter Group e direttore del Doses, Gianni Polizzi, come il riconoscimento da parte della Regione Siciliana, «vogliamo la Camera di Commercio vicina per far prosperare le nostre aziende, gli investimenti in infrastrutture e il sostegno alle imprese attraverso le somme non spese per i distretti, bandi ad hoc e il potenziamento dell’Ufficio Distretti».
L’incontro, oltre a permettere il dialogo sulle istanze e le criticità rilevate dagli operatori del settore, ha raccolto anche la partecipazione dell’on. Orazio Ragusa, presidente della III Commissione Attività produttive all’Ars, che dopo aver ascoltato gli interventi e ringraziato gli imprenditori «per quello che fanno, poiché sin dalla culla i nostri genitori ci educano al lavoro» ha preso l’impegno di «rivederci insieme agli assessori competenti e al dirigente alla programmazione per aiutare i distretti e fornire loro una cabina di regia, attualmente mancante».

 

Articolo di Alessandra Alderisi   Foto di Samuel Tasca

Il gusto, l’olfatto, la vista. Il Cioccolato di Modica è capace di stuzzicare ognuno di questi sensi restituendoci morso dopo morso tutte quelle sfumature di sapori e odori che affondano le radici nelle leggende delle popolazioni mesoamericane per diventare, nel Vecchio Continente, una tradizione consolidata e custodita nei secoli dai cioccolatieri europei.
La storia del cioccolato è antica, longeva e ha inizio in un’America Latina ancora non colonizzata dai conquistadores. Si narra che 4000 anni fa il “cibo degli Dei” fosse addirittura usato come moneta di scambio tra le popolazioni dei Maya e degli Aztechi. Il primo a importare il cacao in Europa fu Hernàn Cortés. Era il 1502, data che segna la comparsa di questo alimento nei mercati occidentali. Accolto con qualche riserva, divenne presto rimedio medico casalingo, poi reso vero e proprio farmaco dagli speziali. Tra il XVII e il XVIII secolo si riteneva, infatti, che il cioccolato fosse adatto a curare ogni malattia. Con l’avvento dell’epoca moderna, questo prodotto perse la sua valenza scientifica ma non l’aura di mistero e la bontà che lo avevano accompagnato fin dalla notte dei tempi.
A Modica, il processo produttivo del cioccolato è rimasto immutato dalla dominazione spagnola ai giorni nostri. Nessun “concaggio” e nessun “temperaggio”, come accadde nel resto d’Europa, nei laboratori della Contea il dolce segue, ancora oggi, il metodo della “lavorazione a freddo” che impedisce ai cristalli di zucchero di sciogliersi e conferisce al prodotto finale quella granulosità e quella consistenza uniche e affascinanti. Lo scorso maggio è arrivato finalmente anche per il Cioccolato di Modica il tanto atteso riconoscimento a cui ogni prodotto simbolo dell’eccellenza territoriale dovrebbe aspirare: l’IGP, sancito dalla pubblicazione della notizia sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea. Un traguardo importante per il Consorzio di Tutela del Cioccolato di Modica che vede riconosciuta, per tutti i produttori, l’opportunità di potersi fregiare di un marchio comunitario e la possibilità di identificare la tipicità del processo di lavorazione di questo alimento. «È nostro dovere – ci dice il presidente del Consorzio Salvatore Peluso – divulgare, far conoscere e tutelare la storia e la tradizione del nostro prodotto attraverso un disciplinare che ne preservi la qualità nel tempo. La promozione non supportata dalla qualità, infatti, rimane solo un’azione di marketing fine a se stessa».
E se il Cioccolato di Modica oggi è pronto a conquistare anche il Giappone è grazie a una qualità che non è mai scesa a compromessi mantenendo sempre uno standard elevato.
«Il settore dell’export – continua il Presidente – rappresenta un’opportunità per lo sviluppo del Mezzogiorno e per tutti i nostri giovani che vorranno specializzarsi in materia di “cioccolato modicano”, diventando ambasciatori di questo prodotto nel mondo. Una risorsa e un valore per il nostro territorio, uno scenario futuro, una realtà in divenire, in cui crediamo fermamente».
E a proposito di scenari futuri, le attività del Consorzio sono impegnate anche nel far riconoscere il valore nutriceutico di questo alimento. «La lavorazione a basse temperature permette al nostro cioccolato di mantenere inalterate non solo le caratteristiche organolettiche ma anche quelle nutrizionali. «Il cacao, – conclude il presidente Peluso – ricco di polifenoli e flavonodi, ha delle proprietà curative eccezionali per patologie come l’ipertensione arteriosa, per esempio. Uno degli obiettivi del Consorzio, nel breve termine, è quello di vedere riconosciuto il valore nutriceutico di questo prodotto, un fattore che sicuramente conferirà ancora più appeal, sui mercati internazionali, al nostro cioccolato».

 

Articolo di Alessandra Alderisi

Lo chiamano il “cuoco delle due Sicilie”, dal 2016 ha riconquistato la Stella Michelin, dopo la prima esperienza a La Gazza Ladra, e questa volta con il ristorante che a Modica porta il suo nome. Quello di Accursio Craparo è un progetto fortemente identitario e senza compromessi, frutto esclusivamente del lavoro che quotidianamente svolge, insieme a tutta la sua squadra, con scrupolo e generosità.

Perché ha scelto di restare a Modica per proseguire il suo percorso professionale?
«A Modica mi ha legato prima il mio lavoro e poi l’incontro con Oriana, che è diventata mia moglie e ha trasformato questo luogo nella casa per la mia famiglia e per i miei figli. Non per questo, però, ho perso il legame con la mia città d’origine, Sciacca, a cui mi riporta sempre la memoria dell’infanzia, della cucina di mia nonna e di mia madre, e soprattutto il mare. Non a caso il simbolo di Accursio Ristorante è un albero su una barca: la cucina contadina e quella marinara delle mie “due Sicilie” si incontrano qui, ogni giorno».

Qual è l’identità di Accursio Ristorante?
«Quando lo abbiamo creato, abbiamo pensato ad Accursio Ristorante come ad un luogo in cui ogni giorno viene raccolto e custodito un patrimonio di memorie e dove si sperimenta l’emozione con cui la cucina può spingere verso il futuro il racconto di un territorio. È un percorso in continua evoluzione animato dall’incessante esplorazione di tutte le possibilità che il territorio mi mette a disposizione, per poter scegliere quelle più autentiche e offrirle ai miei ospiti con una filosofia tutta mia».

Cosa ama portare in tavola Accursio Craparo?
«Il desiderio è sempre quello di portare a tavola un distillato della mia Isola, dei suoi richiami più intensi, dei miei ricordi più vivi. Voglio che la cucina tradizionale siciliana non sia considerata uno stereotipo: ne scavo l’essenza alla continua ricerca di un’identità ancora capace di sorprese.
Ci ho messo molti anni prima di imparare a fare una zuppa di pomodoro come quella che portava in tavola mia madre, tanti di più prima di capire come esprimere i prodotti del mare: ora mi sforzo di guardare la Sicilia dall’alto e di restituirne un ritratto inedito, ma fedele, che accoglie le contraddizioni e si lascia influenzare dalle contaminazioni».

A quale ingrediente è più legato? Qual è il suo piatto preferito?
«Ci sono piatti che entrano nella storia di un cuoco, perché più di tutti sono capaci di tracciare i contorni di un’identità, di narrare il percorso che fa di ognuno di noi quello che è. Per me uno di questi piatti è “Pane e cipolla”, che non va mai via dal menu, anche se è d’estate che la semplicità di questo pasto frugale diventa protagonista. “Pane e cipolla” è, per me, il simbolo del passato. È un omaggio ai miei nonni, un abbraccio all’umile e calorosa accoglienza delle case contadine, in cui si viene subito rapiti dai profumi della dispensa: la cipolla ripiena di formaggio Fiore Sicano, con il tartufo nero, la rapa rossa e il pane speziato. Per il resto, più che un ingrediente al quale sono legato – perché lo sono a tutti -, direi invece un gesto: quello di fare il pane. Tutto comincia da qui: la cosa più semplice e allo stesso tempo la più complessa, e il nostro primo benvenuto a tavola».

Lo scorso anno ha inaugurato “Radici”. Di cosa si tratta?
«Radici è la mia dispensa e la mia bottega dello street food. Per me è il tempio delle arancine, che vanno fritte per gli ospiti rigorosamente al momento dell’ordinazione: solo chi è disposto ad aspettare qualche minuto, per assaggiarle, scoprirà quanto la pazienza, la lentezza, facciano sempre la differenza. Quella di Radici è una cucina semplice, schietta, ma allo stesso tempo ne ho voluto fare una chiave di accesso, un’incursione oltre i limiti del conosciuto, grazie al fatto che ogni giorno sperimentiamo un’altra visione della cucina domestica».

Qualche anticipazione sui suoi progetti futuri?
«In questi mesi ho concentrato molte energie sulla nascita di un nuovo menu, che a breve presenteremo da Accursio Ristorante. Non sarà solo “un altro” percorso di degustazione, ma un’esperienza che ho voluto più intima e intensa, come riflessione sul rapporto tra la cucina e la vita».

 

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Samuel Tasca

Che estate sarebbe senza gelato? Difficile da pensare. Nella storia, infatti, anche le civiltà più antiche hanno manifestato l’esigenza di un alimento fresco e gustoso da consumare durante le stagioni calde.
Persino nella Bibbia si narra che Isacco offrì al padre Abramo, per rinfrescarsi, latte di capra misto a neve.
In Sicilia durante la dominazione araba, si preparavano gli sherbet, ossia dei sorbetti a base di agrumi, miele e neve.
Le neviere, ancora oggi visibili in numerose campagne siciliane – soprattutto nei pressi dell’Etna – consentivano, infatti, di conservare la neve e rivenderla, durante la stagione estiva, per preparare fresche bevande.
Non si può, però, parlare di gelato. Il gelato nasce in epoca moderna quando si aggiunge il latte alla mistura di ingredienti già usati nei sorbetti. Alla corte di Caterina de’ Medici, nel Cinquecento, due fiorentini – Ruggeri e Buontalenti – presentarono questo dolce.
Fu, però, Francesco Procopio de’ Coltelli, nato ad Acitrezza e battezzato a Palermo, il vero padre del gelato.
Procopio, infatti, aveva ereditato dal nonno una macchina per la lavorazione dei sorbetti. Migliorando la ricetta, il giovane riuscì non solo a dare vita ai primi gelati artigianali ma anche e soprattutto a commercializzarli. All’estero, ahimè!
Era il 1686. Procopio si trasferì a Parigi e lì, al 13 di rue de l’Ancienne Comédie, decise di fondare il Cafè Le Procope che divenne presto luogo d’incontro di numerosi artisti, politici e letterati, si pensi a Hugo, Marat, Robespierre, Balzac, Verlaine, Diderot, Napoleone e tanti altri.
Si racconta anche che il Re Sole, Luigi XIV, affidò a Procopio l’esclusiva di vendere e produrre quelle bontà.
Ancora oggi il Cafè Le Procope è uno dei luoghi più famosi e carichi di storia della capitale francese. Qui è nato il gelato. Invenzione di un siciliano, però!
Un siciliano che cambiò la storia regalandoci uno dei dolci più affascinanti che esistano ma soprattutto permettendoci di trovare una buona scusa per invitare qualcuno a passeggiare in nostra compagnia.
Amato da adulti e piccini, considerato da recenti studi “dolce della felicità”, il gelato parla la lingua siciliana in tutto il mondo!

 

Articolo di Irene Novello

La seconda edizione di AmiCaFest, il progetto ideato e diretto dal pianista Luca Cubisino, si svolgerà a Grammichele dal 13 al 26 giugno. La città esagonale è nuovamente protagonista di questa splendida iniziativa dal respiro internazionale. Si prevedono lezioni, masterclass, un concorso per pianoforte e orchestra, concerti, mostre, seminari, laboratori e visite guidate. Anche quest’anno i partecipanti saranno insegnanti di fama mondiale e studenti selezionati provenienti da diverse parti del mondo.
La Sicilia e la sua cultura saranno il leitmotiv del Festival: lezioni di cucina, workshop di ceramica, tour sull’Etna, a Taormina e Ragusa Ibla e una visita guidata di Grammichele arricchiranno l’esperienza di ogni partecipante. Quest’anno i concerti di musica classica saranno cinque, affiancati da altri di musica pop, per concludere in grande bellezza con il concerto al Teatro Massimo Bellini di Catania, dove già l’anno scorso era stato organizzato un workshop con l’orchestra nel foyer dello stesso teatro.