a cura di Alessia Giaquinta

Leggiamo in un antico manoscritto: “Darrieri la tribona, circa passi sei, vi è una petra triangula (…) Levala e troverai una giarra piena di babaluci, levala e troverai un palmento pieno di terra, levalo e di sotto troverai una giarra piena d’oro”.
Ebbene sì, sembra una vera e propria caccia al tesoro, anzi, è una vera caccia al tesoro!
La Sicilia, infatti, è una terra piena di truvature ossia tesori disseminati per le campagne, nascosti dentro grotte naturali, nei pressi di alcune chiese o in buche scavate nel terreno.
A giustificare l’origine delle truvature, probabilmente, si cela la necessità che ebbero i Siculi di nascondere le loro ricchezze durante le incursioni dei pirati Saraceni o, in generale, durante le varie invasioni che subì la Sicilia. Era, appunto, fondamentale seppellire denari e oggetti preziosi in luoghi che potessero essere al sicuro e che, a loro volta, avrebbero costituito la fortuna di coloro che, in tempi successivi, li avrebbero trovati.
I tesori possono essere di due tipi: vincolati o liberi. Se la truvatura è vincolata bisogna liberarla attraverso un rito o una formula magica. Si narra di alcune procedure macabre da compiere prima di poter acciuffare il tesoro nascosto, tipo quella di sacrificare un’anima innocente o ancora di cucinare, nel posto della probabile truvatura, alcuni cibi senza l’utilizzo del fuoco o, ancora, ricorrente è la prassi che vuole che si consumi lì la prima notte di nozze per far sì che il tesoro si renda manifesto.
Spesso queste truvature erano tranelli orditi per catturare gli avidi di ricchezze. In altri casi poteva trattarsi dell’occasione buona per purificare il tesoro, costituito dalla refurtiva nascosta da ladri e briganti. Questa infatti poteva essere scoperta da un indigente e costituire, per lui, il mezzo del riscatto sociale.
Numerose truvature stanno presso l’Etna, come si accennava nello scorso numero di Bianca Magazine, altre si trovano nei territori della Contea di Modica – qui si concentrano, secondo le leggende, la maggior parte dei tesori – e ancora a Butera, Mineo, Vizzini, Marineo e Caltanissetta. Disseminati nel nostro territorio ci sono parecchi tesori, e non solo nascosti! Basta voltare lo sguardo e ammirare le bellezze della nostra Sicilia. Ecco la truvatura più bella.

Articolo di Mariaconcetta Manticello, Foto di Michele Cucuzza

Negli ultimi anni la Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente, il movimento animalista, i media, le istituzioni, hanno posto grande attenzione, attraverso campagne di solidarietà, alla problematica relativa al maltrattamento, l’uccisione e l’abbandono dei cani. Nella nostra legislazione gli animali sono ancora compresi nelle res, nelle cose. La legge punisce i crimini contro di loro solo per senso di pietà, anche se nel 2007 all’interno del codice penale sono state riconosciute come reati alcune delle lesioni provocate agli animali. Abbandonare un animale è un atto di viltà, il tradimento di chi ti vuole bene e si fida di te. In Italia ci sono circa 150 mila cani che vivono dietro le sbarre di un canile e aspettano una seconda possibilità. Un cane abbandonato per quanto amato e coccolato dai volontari dei canili ha urgente bisogno di trovare una propria casa. Se avete deciso di allargare la vostra famiglia con un amico a quattro zampe, la scelta deve essere consapevole, di gioia e di allegria, ma anche di responsabilità. Se siete decisi ad accoglierlo in casa, non andate ad acquistarne uno, perché l’amore non si compra. Rivolgetevi piuttosto a uno dei tanti canili o a qualche associazione di volontariato presente sul territorio. A Grammichele nel 2016, un bel gruppo di persone, accomunate dalla stessa passione, ha deciso di mettersi in prima linea per aiutare chi non può difendersi. È nata così l’associazione “Una Coda Grammichelese per la Vita”. Nel settembre dello stesso anno è stata stipulata una convenzione con il Comune di Grammichele in collaborazione con l’ASP di Catania, che prevede una serie di servizi gratuiti, tra cui l’inserimento del cane abbandonato all’anagrafe canina, interventi di sterilizzazione su cani randagi adottati da cittadini privati, interventi di primo soccorso per cani incidentati o ammalati. Il Comune, inoltre, per quanto possibile sostiene economicamente questo progetto, ma ciò non basta. L’associazione a tutt’oggi non ha ancora una sede in cui ospitare i cagnolini. Gli operatori accudiscono i trovatelli nei propri garage o in qualche appezzamento di terreno concesso loro in comodato d’uso. Se avete a cuore la vita degli amici a quattro zampe, potete fare un bel gesto chiedendo ai volontari dell’associazione di cosa hanno bisogno. Non si parla di denaro, ma soprattutto di beni primari, tipo crocchette, cibo umido, maglioni, vecchie coperte, giochi, collari, pettorine e guinzagli usati ma ancora funzionali. L’associazione per far conoscere i tanti cagnolini che cercano casa, l’ultima domenica di ogni mese è presente in piazza Carlo Maria Carafa. Potete seguire il loro operato su Facebook e contattare i volontari scrivendo a “Una Coda Grammichelese per la Vita”, o chiamando il numero 371 3612290. Troverete cuccioli, cani di piccola taglia, ma soprattutto cani adulti di taglia medio-grande, già traditi da qualcuno, che hanno bisogno di poter riprendere fiducia nel genere umano. Sappiate che anche una casa di modeste dimensioni, può ospitare un cane di taglia grande, i cani più che di spazio hanno bisogno dell’affetto e dell’amore del padrone. Andate a conoscere i cagnolini dell’associazione, non avete idea di quanti deliziosi “personaggi” incontrerete, sicuramente tra di loro ci sarà uno sguardo o una zampa che sapranno toccarvi il cuore!

 

A TUTTO VOLUME a cura di Paperboatsongs

Al teatro Donna Fugata di Ragusa Ibla il 26 aprile arriva “Musiche in Miniatura”. La manifestazione che ha preso il via sabato 24 marzo in Lombardia percorrendo tutta la nostra penisola, terminerà giovedì 26 aprile alle ore 21:00 al teatro Donna Fugata di Ragusa Ibla.
“Musiche in Miniatura” è un tour di concerti che ha lo scopo di promuovere e riportare la musica pop, jazz e bossa nova nei teatri. Sul palco il cantautore Maurizio Chi, la musica italo-portoghese di Celeste e la voce jazz dell’interprete Viviana Zarbo.
Obiettivo dell’iniziativa, fortemente voluta da Maurizio Chi, ideatore del progetto, è quello di ridare alla musica il valore e la qualità dell’ascolto che solo il teatro può regalare e dare risonanza e visibilità a bellezze architettoniche di cui molti non conoscono l’esistenza e che invece meritano di essere visitate e vissute.
Abbiamo voluto porre alcune domande agli artisti sulla loro esperienza in queste meravigliose “miniature”, patrimonio architettonico e culturale del nostro Paese.

Partiamo da Viviana Zarbo, artista jazz e performer.
Da Agrigento a Londra dove vivi adesso, per te questo tour è un’occasione per legarti nuovamente al tuo paese d’origine. Che emozione stai provando, pensi che in Italia ci sia ancora interesse per la musica jazz?
«Condividere con il mio paese d’origine l’amore per il jazz credo sia semplicemente un sogno! Il mio incontro con questo genere inizia e si sviluppa a Londra. Quando vivevo in Italia, forse perché ancora un po’ immatura, pensavo che il jazz fosse una musica snob poi invece è diventato una droga quotidiana. L’interesse per il jazz in Italia credo ci sia ancora se pure come musica di nicchia, ma sarebbe bello contagiare con le sue sonorità anche più persone… Inoltre, credo che i teatri in miniatura siano ideali per apprezzare le mille sfumature che il jazz regala, perché sostituiscono i club in modo elegante e attraverso una bellezza dal tocco made in Italy».

E poi, Celeste, giovane interprete dalla voce grandiosa.
In tour avete una band internazionale che vi accompagna e che ha già suonato con te in diverse esperienze all’estero. Ti chiediamo di raccontarci di questa sinergia.
«La sinergia con i propri musicisti è fondamentale. All’interno di questa band ci sono musicisti del calibro di Ricardo, contrabbassista brasiliano di settant’ anni, che ha suonato con tutti i grandi della musica brasiliana, persona molto presente e molto decisiva per questa sinergia. Anselmo Netto è un percussionista bravissimo, pieno di esperienza e sanguigno. Caco Barros, il chitarrista, è molto più sereno e delicato, mentre al pianoforte c’è John Crawford, un inglese con il 50 per cento di sangue spagnolo, molto preciso e appassionato del ritmo. Credimi, tutto questo insieme crea un mondo musicale meraviglioso, che mi piace raffigurare con l’idea del mare e quindi citando una musica di Paulinho da Viola chiamata “Timoneiro” che dice: “Não sou eu quem me navega, quem me navega é o mar”, ovvero “non sono io a navigare il mare ma è il mare a navigare la mia vita” e noi ci siamo lasciati navigare dalla bellezza del suonare insieme».

Infine, Maurizio Chi, cantautore e ideatore del progetto.
Da quale esigenza è nata l’idea di Musiche in Miniatura?
«Ho avuto questa idea qualche mese fa, insieme al mio team volevamo creare un’esperienza unica che potesse dare valore alla musica, un ritorno all’ascolto vero delle emozioni e delle sensazioni che solo in un’architettura come il teatro si possono percepire. Io sono cresciuto con l’idea della “bellezza” e mi è sembrato che potesse in qualche maniera partire dal “piccolo”, inteso sia architettonicamente sia come obiettivo che potesse far rinascere un grande interesse. Una formula vincente».

Articolo di Omar Gelsomino

Daniele Bongiovanni è un artista di origini palermitane operante sul territorio internazionale. Laureatosi presso l’Accademia di Belle Arti oggi lavora tra Italia, Svizzera e Stati Uniti. È stato protagonista con novanta mostre in tutto il mondo ed ha esposto nei principali eventi di arte contemporanea, tra cui due edizioni della Biennale d’Arte Venezia. Le sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti di numerosi musei.

Chi è Daniele Bongiovanni?
«È un uomo che osserva. L’unico modo per non perdersi il meglio delle cose, è l’attenzione verso i particolari. Mi sento un ricercatore di dettagli, utili a rendere il lato emotivo dell’esistenza, che è il motore del nostro approccio universale con il mondo: dai fatti alle cose, pulsante. Ecco mi piace osservare le cose che pulsano, avvicinandomi il più possibile al caso, una visione quantistica a occhio nudo».

Qual è l’etica dell’arte?
«L’arte è una disciplina formale e informale allo stesso tempo, qualsiasi disciplina si basa su un fattore etico. Quello dell’arte è sfumato, ma comprensibile; si passa dal fascino della figura ai percorsi pedagogici didattici, fino al chiarimento del bello, utile a maturare il senso della vita ordinaria. Il bello, sembra una motivazione estremamente diretta, ma la ragione primaria di questa disciplina è quella di raccontare la storia, di educare alla storia del mondo tramite le manifestazioni dei simboli che ci rappresentano e delle immagini descrittive, nel bene e nel male».

Sappiamo che sarà ospitato all’interno dello storico Palazzo Broletto di Pavia con una grande personale, a cura di Claudio Strinati. Come nasce un progetto di tale spessore?
«Dal punto di vista del concept i progetti nascono per esigenza creativa, questo fa parte del mestiere. Poi i riconoscimenti arrivano perché c’è un percorso che li attira. Quando una città ospita una mostra è perché c’è una richiesta, anche da parte delle istituzioni. Il progetto ”Exist” nasce da una mia intesa con il curatore, con cui si è deciso di aprire sipario a Pavia, città storica, che sta omaggiando la mia pittura».

Lei lavora a livello internazionale cosa percepisce dei diversi ambiti culturali?
«Cambia il linguaggio, la forma apparente, ma il lessico dell’arte unisce i punti, riuscendo a creare forme di comunicazione che s’intrecciano. Per un artista contano molto le influenze, basti pensare che già nei primi anni del ‘900 ci sono stati maestri occidentali che hanno cercato esperienze visive lontanissime. Oggi gli stilemi sono quasi globali, ciò che rimane inattaccabile è l’iconografia, – la nostra è quasi sempre cristiana – che è l’identità da preservare per risultare sempre leggibili nei confronti di chi ci segue».

Cosa raccontano i suoi quadri?
«I miei quadri non raccontano storie, questo lo dico perché ci sono artisti narrativi e artisti che lavorano sull’impatto. Io mi affido al soggetto unico, dal volto, metafora e guscio dello stato d’animo, al paesaggio, che trasmette il vuoto della distanza e il fascino del viaggio. Spesso ho detto che i miei quadri sono il manifestarsi di teorie. Ci sono volte che dipingo gli stati di grazia, almeno dal mio punto di vista, anche altrui. Ogni mio quadro ha sempre qualcosa che ha a che fare con la base teorica. I miei interessi variano dall’estetica generale alla dinamica, fino a quelle che sono le motivazioni più note del fare arte, la ricerca di una bellezza oggettiva e il racconto antropologico. Bisogna dire che ogni ciclo è figlio di un periodo, di recente per dei progetti futuri, sono stato chiamato a interpretare in un museo il tema storico de la Grande Guerra, qui il nesso è diventato emotivo quanto antropologico».

Qual è il suo rapporto con la Sicilia? Come la vede?
«La Sicilia è il mio primo mondo, per questo ancora oggi la guardo con ammirazione. Credo che ogni cosa che accada in Sicilia, negativa o positiva, dipenda anche da una reazione a catena. Se va qualcosa male a Roma per esempio, la Sicilia ne risente tantissimo. Da un punto di vista culturale Palermo ha molte realtà, e per questo motivo ha raccolto dei frutti; dall’essere stata nominata Capitale della Cultura fino a Manifesta».

Articolo di Angelo Barone

Bisogna prendere coscienza che si deve lavorare insieme. Nel Val di Noto ci vuole maggiore sinergia tra i comuni

In occasione del meeting organizzato a Catania dall’hub gastronomico “Sikele” per discutere la pianificazione di una presenza qualificata delle imprese siciliane negli Emirati Arabi, argomento che sarà approfondito a Sharjah durante l’Heritage Day dal 4 al 22 aprile, incontriamo Ray Bondin, Ambasciatore Emeritus UNESCO e direttore dell’Ufficio Programmi Internazionali dell’Unione Europea presso Heritage Malta. Impegnato a valorizzare il Patrimonio UNESCO in tutto il mondo e a promuovere scambi culturali ed economici nel Mediterraneo ci parla delle opportunità e delle difficoltà della Sicilia, della quale è un grande estimatore «La Sicilia è ricca di siti UNESCO, è una terra che ha una stratificazione storico-culturale che attraversa tutte le civiltà, ha grandi potenzialità di sviluppo turistico e quando mi invitano, vengo con piacere anche per rafforzare i rapporti tra la Sicilia e Malta. Ma qui è difficile concretizzare le cose, manca la collaborazione tra le istituzioni e la sinergia tra le imprese, non si fanno investimenti adeguati sulla cultura e sul vostro grande patrimonio artistico e paesaggistico». Su questo concordiamo, ma l’Ambasciatore continua «manca la professionalità e non esiste un’offerta turistica completa, per attrarre turisti ed essere competitivi si deve fare rete tra i diversi siti e si deve saper comunicare con brand efficaci e facilmente riconoscibili».

Nella sua visione, quali sono gli aspetti che non possono essere tralasciati per la promozione del Val di Noto?
«Bisogna prendere coscienza che si deve lavorare insieme. Nel Val di Noto ci vuole maggiore sinergia tra i comuni, potete offrire al mondo elementi di storia e cultura che vanno dalle Necropoli di Pantalica alla ricostruzione del Barocco, qui vivono riti e tradizioni che meritano maggiore promozione. Sarò a Scicli per assistere a una delle feste più belle della Sicilia, La Cavalcata di San Giuseppe e sto seguendo un possibile dossier UNESCO sul metodo di lavorazione del Cioccolato di Modica».

La Valletta nel 2019 sarà Capitale Europea della Cultura. Questo evento contribuisce alla crescita economica di Malta?
«Sì, oggi c’è un grande fermento culturale e un notevole sviluppo economico, tante imprese, anche siciliane, lavorano e investono a Malta. Questo riconoscimento e questo sviluppo economico sono frutto di investimenti notevoli sulla cultura e sul Patrimonio Unesco delle Isole maltesi: la Città de La Valletta, i Templi Megalitici e il Hal Saflieni Hypogeum».

Torniamo alla Sicilia, quali altri dossier possono meritare l’attenzione dell’ UNESCO?
«Avete un luogo fantastico come l’Argimusco dove nel mese di ottobre si terrà un convegno che vedrà la partecipazione dei più importanti archeologi del mondo, a Nicosia insiste un grande patrimonio rupestre, a Troina la devozione che da secoli si rinnova per il Festino di San Silvestro con un lungo pellegrinaggio nella foresta dei Nebrodi dove il legame tra il sacro e il mistero è indissolubile. Merita attenzione anche la collezione di ex voto di Trecastagni, dove le tavolette votive sono disegni che riproducono la scena del miracolo oggetto del voto».

Chiudiamo questa piacevole e utile conversazione con Ray Bondin con la sua disponibilità a venire a Grammichele per una nostra iniziativa sul Barocco del Val di Noto.

Articolo di Alessandra Alderisi

I progetti destinati ad avere successo nascono spesso quasi per caso, da un’intuizione che si rivela vincente, da un’idea che riesce a diventare una solida realtà. È questa la storia di Kanèsis, un progetto in continuo divenire sostenuto dal lavoro di due brillanti giovani siciliani, Giovanni Milazzo, il suo ideatore, e Antonio Caruso, co-founder insieme a Giovanni della società che si occupa di sviluppare il progetto.

Si chiama Hempbioplastic ed è la prima bioplastica derivata dalla canapa. Il suo brevetto internazionale è stato depositato nel 2014 decretando la nascita ufficiale di Kanèsis, un progetto ambizioso capace di attrarre al suo interno menti ricettive e giovani che hanno la voglia di mettersi in gioco per migliorare il mondo che ci circonda.
Già dai primi test l’HBP è risultato prestante e con una finitura superficiale paragonabile a quella del legno. È infatti più leggero del 20 per cento e più resistente del 30 per cento rispetto al PLA, al momento la più comune bioplastica esistente sul mercato.
Ma com’è iniziato questo percorso fatto di ricerca, studi, confronti e successi? A Catania, in una tiepida giornata d’autunno, Giovanni Milazzo decide che è arrivato il momento di applicare i suoi studi sull’ingegneria dei materiali agli utilizzi industriali della canapa e dei suoi derivati, concentrando la sua attenzione sulle potenzialità della cellulosa di canapa per la produzione della carta. Così riscopre i princìpi della Chemiurgia, movimento nato negli anni Trenta in America con l’obiettivo di realizzare prodotti industriali esclusivamente da materie prime agricole e naturali, facendo uso di risorse rinnovabili e riducendo l’impatto sull’ambiente. È questa l’idea sulla quale si fonda Kanèsis per realizzare prodotti e soluzioni per l’industria smart.
«In un sistema in continuo mutamento, dove lo sviluppo tecnologico ha raggiunto traguardi importantissimi e l’innovazione è all’ordine del giorno, – ci spiega Giovanni – le nostre coscienze, dovrebbero con la medesima rapidità, riacquistare la consapevolezza che il progresso ha oscurato considerando in maniera marginale i danni e il deturpamento della natura e del nostro pianeta con una diretta ricaduta sull’esistenza stessa della specie umana. Il nostro obiettivo è quello di dare un futuro alla nostra Terra che sia basato sulla sostenibilità e sull’attenzione verso l’ambiente».
Nel 2015 Giovanni incontra Antonio che si occupa di International Management. Insieme danno vita alla società che si occupa di sostenere il progetto Kanèsis che è più di un portfolio di prodotti, profilandosi come un vero e proprio incubatore di idee per la progettazione di nuovi materiali. «Possiamo sviluppare tutti i prodotti di cui abbiamo bisogno dai campi e questa è la nostra mission – ci dice Antonio -. Vogliamo stimolare la ricerca e suggerire un nuovo modo di pensare e agire che sia in linea con lo sviluppo sostenibile del nostro pianeta. Tutti i settori sono dei potenziali obiettivi, dai combustibili alla bioedilizia, dal biomedicale all’automotive. L’Hempbioplastic può essere utilizzato in vari modi lasciando spazio a infiniti sviluppi futuri».
Immaginando un domani in cui la sostenibilità e il rispetto per l’ambiente saranno i capisaldi della produzione industriale, Kanèsis si impegna a trasformare questa visione in una realtà consolidata dove i materiali eco-sostenibili andranno a sostituire quelli di derivazione petrolchimica. Un’idea vincente che per nostra fortuna non è più solo un’utopia.

Articolo di Alessandra Alderisi,  Foto di Samuel Tasca

La bellezza è una cosa seria. Stare bene con noi stessi ci fa sentire meglio, a nostro agio con gli altri e con l’ambiente che ci circonda. Per prendersi cura di sé però è importante affidarsi a professionisti esperti e qualificati che prestano attenzione a quello che è il benessere generale della nostra pelle e del nostro corpo.
Alba Nuova Estetica di Mirella Di Falco, a Ragusa in Via Teocrito 8/C, è un centro specializzato dal 1999 nella “epilazione progressivamente definitiva” e che utilizza per questo delicato trattamento estetico apparecchiature certificate e tecnologie avanzate, sicure e affidabili.

Mirella, com’è iniziato il tuo percorso professionale nel campo della “epilazione progressivamente definitiva”?
«Alba Nuova Estetica nasce a Ragusa negli anni ’80 con mia mamma. Nel 1996, decisa a lavorare in questo settore, ho iniziato a interessarmi ai macchinari per i trattamenti estetici e nel 1999 mi sono specializzata nell’utilizzo delle apparecchiature per l’epilazione progressivamente definitiva. Oggi il mio centro è l’unico autorizzato Mediostar Next XL per la provincia di Ragusa».

Qual è il valore aggiunto della tecnologia Mediostar Next XL?
«Si tratta dell’unica tecnologia che utilizza due testine intercambiabili, una per il viso e una per il corpo, classificate come le più grandi e le più potenti sul mercato. La loro energia è infatti di 2400 watt e questo ci permette di trattare le parti del corpo interessate in modo rapido, efficace e graduale permettendo alla pelle di riposarsi tra una seduta e l’altra».

A chi sono rivolti i vostri trattamenti?
«A tutti. Sia alle donne che vogliono liberarsi dell’incubo dei peli superflui sia agli uomini che desiderano correggere l’attaccatura della barba o quella dei capelli. Mediostar Next XL è inoltre una tecnologia sviluppata da un’azienda tedesca leader mondiale nel campo dell’epilazione laser e quindi i trattamenti che eseguiamo sono affidabili, sicuri e adatti a tutti i tipi di pelle, anche a quelle abbronzate. Non c’è alcun rischio di macchie, bruciature e irritazioni effetti collaterali che si possono verificare se vengono invece impiegati macchinari di bassa qualità. Il laser è una cosa seria. È fondamentale utilizzare apparecchiature certificate ed essere preparati a usarle nel modo adeguato».

In cosa consiste l’epilazione progressivamente definitiva?
«L’obiettivo delle sedute è quello di indebolire i bulbi piliferi e di ridurre progressivamente la ricrescita dei peli. Ogni persona in base al tipo e alla quantità di peli riceve un trattamento completamente personalizzato. Durante il percorso teniamo delle schede dettagliate per capire quali sono i progressi e per garantire la massima trasparenza a tutti i nostri clienti. In un massimo di otto sedute siamo in grado di ridurre i peli superflui fino al 90 per cento. Concluso questo ciclo non abbandoniamo chi si affida a noi ma offriamo gratuitamente due sedute annuali per il mantenimento del risultato raggiunto».

Quali sono i benefici del laser Mediostar Next XL per la nostra pelle?
«Il nostro laser vanta una tecnologia usata anche in campo medico. Il suo impiego risolve il problema molto diffuso della follicolite causata dalla depilazione con la ceretta. Inoltre, ha una funzione antibatterica e purificante capace di eliminare gli inestetismi legati alle impurità come i brufoli e i pori dilatati. Rivitalizza i tessuti ed è consigliato per il fotoringiovanimento, per donare luminosità al viso, al collo e al decolletè e per trattare con successo le pelli macchiate».

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Giuseppe Leone

Impareggiabili nella loro bellezza, forma e struttura, i muretti a secco caratterizzano il territorio ibleo da numerosi secoli e hanno orecchie e occhi pronti a testimoniare la meravigliosa vivacità storica e biologica della nostra terra.

Ci pensate se al posto dei muretti a secco, nelle nostre strade, ci fossero solo guardrail?
Beh, non sarebbe la stessa cosa, quantomeno non sarebbe la nostra terra.
Stanno lì, da secoli ormai e se interrogate, quelle pietre, raccontano storie che ci appartengono e che nutrono la nostra memoria storica.
Durante il XV secolo, nella Contea di Modica, governata dagli Henriquez-Cabrera, si stabilì una nuova forma di affitto dei terreni che permise alla Contea di diventare tra i più importanti stati feudali dell’Isola.
Questo affitto è detto enfiteusi. In pratica, i Cabrera affidarono ai contadini grandi appezzamenti di terreni incolti, pretendendo in cambio dodicimila salme di frumento prodotto.
Questo costituì una svolta storica per l’altopiano ibleo poiché il contratto di enfiteusi permise la formazione di un nuovo ceto di piccoli e medi proprietari impegnati a custodire e coltivare le terre. E dunque, i muretti a secco? È logico pensare che fosse necessario recintare, dividere, i vari appezzamenti di terreno. Per questo motivo i contadini si premurarono ad escogitare un metodo per incorniciare i terreni attraverso un’arte che si tramanda da generazione in generazione.
I muretti a secco, dunque, nascono dall’esigenza di segnare il limes, il confine. Essi, inoltre, nella maggior parte dei casi, prendono vita dal terreno stesso: le pietre dei muretti, infatti, derivano dall’opera di spietramento connessa alla bonifica delle campagne.
Dunque immaginiamo questi mastri ri mura (costruttori di muri) che abilmente costruivano quella suggestiva ragnatela che, ancora oggi, percorre le nostre campagne. Immaginiamoli con i loro attrezzi: u martieddu (il martello) che definisce le sporgenze della pietra e a lenza (lo spago) che definisce il tracciato. Immaginiamoli immersi in quest’arte – non potremmo definirla diversamente – che prevede l’accostamento delle pietre senza l’utilizzo di malta o cemento, a secco appunto.
I muretti a secco sono stati inseriti nel Registro delle Eredità Immateriali dell’UNESCO e indubbiamente costituiscono una delle peculiarità del territorio ibleo che, attraverso questi, viene esaltato come un meraviglioso quadro impreziosito da una splendida cornice.
Immaginate. Ci sono due contadini che litigano perché i muri di un terreno hanno invaso quelli del vicino; uno dei due si accinge a far crollare una parte della costruzione. Guardate lì, invece, ci sono delle pecore che pascolano liberamente all’interno delle cornici dei muretti a secco, senza occupare i terreni vicini.
Da quella parte, invece, i muretti hanno arginato le frane del terreno. Quanti quadri si presentano ai nostri occhi incorniciati dai muri a secco. Ne ho visto un altro: una simpatica lucertola tra le fessure dei muretti aveva costruito la sua dimora sopra quella di un gruppo di lumache. Chi lo ha detto che i muri non parlano? Bisogna saperli ascoltare, guardare e conservare.
Loro stanno lì, vivi, testimoni di storie, della nostra storia.

Articolo di Irene Novello,  Foto di Michele Buscema

É uno dei quindici Comuni del comprensorio Calatino-Sud Simeto, posto tra le estreme propaggini dei monti Iblei. Paese a vocazione agricola, rinomato per i suoi fichi d’India, ha scoperto la valorizzazione del proprio patrimonio artistico e monumentale di età medievale e barocca. Per le sue bellezze, nel 2002 è stato dichiarato dall’UNESCO, Patrimonio Mondiale dell’Umanità, insieme alle città barocche del Val di Noto.
Il territorio di Militello è stato abitato sin dall’antichità, lo testimoniano i numerosi siti archeologici presenti in prossimità del centro urbano compresi in un arco cronologico che va dall’età del rame all’età araba. Numerose sono le ipotesi sulla fondazione della città, quella più nota, ma priva di documentazione attendibile, è dello scrittore militellese Pietro Carrera, che fa risalire la fondazione all’epoca dei Romani. Sembra che questo luogo, nel 212 a.C. durante l’assedio di Siracusa, fu scelto dalle truppe romane come rifugio per scampare ad un’epidemia di malaria. Così sarebbe nata la colonia romana di Militum Tellus (Terra dei soldati). Un’altra ipotesi attribuisce l’origine dell’abitato alla politica di controllo del territorio messa in atto dai Normanni alla fine dell’XI secolo a.C., all’indomani della conquista dell’Isola. Quindi il significato del nome “Terra dei soldati” si riferirebbe alla distribuzione di terre, voluta dal Conte Ruggero I, a favore dei suoi militari. Questa ipotesi è la più verosimile, documentata anche da testimonianze materiali come i resti del dongione normanno e un provvedimento ecclesiastico del 1115 firmato da Ruggero II, Gran Conte di Sicilia e Calabria. Nel 1303 il feudo di Militello passa in eredità alla famiglia Barresi che nel 1337 ottiene, dal re di Sicilia Pietro II d’Aragona, il permesso di costruire una fortificazione muraria attorno alla città, collocandovi all’interno il castello. In questo modo Militello diventa un territorio del regno con capacità militare e fiscale. Dal 1571 fino al 1812, quando verrà abolita la feudalità, diviene un possedimento della dinastia dei Branciforte, una delle famiglie più importanti della Sicilia. Sotto i Branciforte la città vive un periodo di ricchezza caratterizzato dalla costruzione di chiese e monasteri. Il castello viene ampliato con l’aggiunta di una nuova ala, diventando uno dei palazzi più significativi della città. Accanto viene costruita la fontana settecentesca della Ninfa Zizza. Viene avviata anche una stamperia, una delle prime del Regno di Sicilia. Nella stessa epoca venne costruito anche il monastero di San Benedetto, dove nel 1735 il priore Vito Maria Amico, fu nominato regio storiografo da Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia. In stile manierista con intagli in barocco è il terzo monastero benedettino siciliano dopo quelli di Catania e Monreale. Molti di questi edifici vengono distrutti dal terremoto dell’11 gennaio 1693, la ricostruzione del secolo successivo porterà alla realizzazione di vere opere d’arte come la Chiesa Madre di San Nicolò e del Santissimo Salvatore (il Patrono) con il campanile in stile orientale realizzato dall’architetto catanese Francesco Battaglia. La Chiesa di Santa Maria della Stella (Patrona principale) che custodisce al suo interno la statua in legno e canapa della Madonna, oggetto di devozione secolare, i sarcofagi di alcuni esponenti della famiglia Barresi e importanti testimonianze dello stile gotico-catalano e rinascimentale. Inoltre, presente nella chiesa è la bellissima pala d’altare del 1486 raffigurante la Natività di Gesù in ceramica invetriata, realizzata dall’artista fiorentino Andrea della Robbia, e nella sagrestia si può ammirare un polittico del ‘400 di probabile attribuzione ad Antonello da Messina. Il territorio di Militello presenta inoltre uno degli ambienti naturali più affascinanti dei monti Iblei: le cascate del fiume Ossena in una valle caratterizzata da piante tipiche della macchia mediterranea. Questo e molto altro è Militello, città dalla bellezza artistica e paesaggistica.

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Giuseppe Leone 

Una volta i tuoni e il diluvio erano della Madonna a cavallo, nel paese attraversato dal fiume tutto di sassi
Elio Vittorini

A Scicli, l’ultimo sabato del mese di maggio, si svolge una delle feste più caratteristiche della nostra terra, quella della Madonna delle Milizie. Le sue radici affondano in un lontano passato, durante il periodo delle incursioni arabe in Sicilia, quando i cristiani sciclitani ebbero la meglio in una battaglia contro i musulmani, proprio grazie all’intervento della Madonna.

Immergiamoci nella storia e giungiamo, a ritroso, fino al 1091.
La Sicilia, in quel periodo, era turbata dall’invasione degli Arabi che, nel loro progetto espansionistico, miravano non solo alla conquista di nuove terre ma soprattutto alla conversione dei popoli alla religione musulmana. La Sicilia fu controllata dagli arabi fino al 1060 quando giunsero i Normanni a ripristinare l’ordine ponendosi come difensori della fede cristiana.
Scicli, allora, come tutte le altre terre, passò dal dominio arabo a quello normanno ma i musulmani, che non si erano dati per vinti, minacciavano continuamente il territorio. Fu proprio in questo contesto che, gli sciclitani, in una notte di marzo del 1091, videro avanzare delle navi nel mare di Donnalucata: erano gli Arabi, capeggiati dall’emiro Belcane, che giungevano con l’intento di riscuotere le tasse per la mancata conversione della popolazione.
Allarmato da tale notizia, il Gran Conte Ruggero d’Altavilla, affrontò i nemici dapprima verbalmente – famosa, a questo proposito, è la frase “la Sicilia non è tributaria” – e poi in battaglia. I musulmani coalizzavano le loro forze al grido di “Allah”, i cristiani invece innalzavano preghiere a Dio e chiedevano l’intercessione della Madonna. Proprio in quella confusione, sopraggiunse una nuvola dalla quale emerse una maestosa signora su un bianco cavallo. Non era un’immagine qualunque: si trattava proprio della Madonna che, ascoltando le suppliche, si era manifestata nei panni di una guerriera. Gli arabi furono atterriti da tale visione e iniziarono a scappare abbandonando il campo di battaglia dove i cristiani esultavano per la vittoria. Questa tradizione si tramanda da secoli. La prima statua raffigurante la Madonna delle Milizie risale al ‘400 e attualmente ne esiste una copia conservata sull’Eremo delle Milizie.
Nel posto dove fu combattuta la battaglia venne costruito, per volontà del Gran Conte Ruggero, un meraviglioso eremo affinché si magnificasse la gloria della Vergine guerriera. Qui, oltre alla copia dell’antica statua – che però non raffigura la Madonna sul cavallo – si custodisce l’orma dello zoccolo del cavallo di Maria.
Questo luogo, anticamente, era chiamato “Piano re mulici”, da qui il nome Madonna delle Milizie.
Oggi si venera il caratteristico simulacro, databile al XVIII secolo, conservato nella Chiesa Madre di Scicli. Qui la Madonna appare come una paladina su un cavallo bianco e con una spada nella mano destra. Ai suoi piedi gli Arabi, sconfitti. “Ecce adsum, civitas mea delecta, protegam te dextera mea” è il tradizionale motto attribuito alla Madonna.
Oggi partecipare alla festa significa assistere alla “Sacra Rappresentazione” ossia ad una rievocazione storica del fatto d’armi magistralmente preparata da bravissimi attori e registi con la partecipazione degli sciclitani. E così c’è chi interpreta Ruggero, chi Belcane, chi impugna le armi e chi personifica gli Arabi, giungendo sulla piazza dove si svolge la rappresentazione, attraverso una nave in cartapesta con scritto “Stambul”. La vicenda si conclude con l’arrivo del simulacro della Madonna a cavallo a cui segue il caratteristico Canto dell’Angelo e la solenne processione. Il testo del 1933 utilizzato per la rappresentazione è di Giuseppe Pacetto Vanasia. Dal 2011 la Festa e il testo della “Sacra Rappresentazione” sono entrati nell’elenco delle Eredità Immateriali UNESCO. Per l’occasione, il dolce caratteristico è la “testa di moro”, una sorta di bignè a forma di turbante farcito con ricotta o creme varie. Una festa da vivere. Appuntamento a Scicli, l’ultimo sabato del mese di maggio.