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La granita: sapore estivo di Sicilia

Articolo di Alessia Giaquinta,  Foto di Martina Melina

Vi siete mai chiesti come e quando nasce la granita siciliana?

La sua origine risale al IX secolo, periodo della dominazione araba in Sicilia, e trae spunto dalla bevanda ghiacciata aromatizzata alla frutta che preparavano gli arabi: lo sherbet.

L’evoluzione di questa ricetta si deve ai “nivaroli” ossia agli uomini che si occupavano di raccogliere la neve caduta, durante la stagione invernale, sull’Etna o su altri monti siciliani e conservarla, poi, in apposite strutture al riparo dai raggi solari: le neviere.

Perché, dunque, era così importante costruire dei luoghi dove si potesse conservare la neve?

Noi, che apparteniamo alla generazione-frigorifero, immaginiamo con difficoltà i tempi in cui non esistevano né prodotti surgelati né alimenti o bibite fresche da consumare per refrigerarsi, magari, dal caldo estivo.

Gli antichi, insomma, non potendo congelare, essiccavano gli alimenti o li consumavano immediatamente. Le bevande si mettevano nelle brocche, tenute nei posti più freschi dell’abitazione.

Il professore Luigi Lombardo, etno-antropologo, in un saggio riferisce “Fino agli anni ’50 del Novecento a Buccheri, Palazzolo, Chiaramonte e in parte Buscemi si è continuata la raccolta, la conservazione e la commercializzazione della neve” tanto che si soleva dire “Sutta a nivi pani, sutta iacqua fami (sotto la neve pane, sotto la pioggia fame)”.

E quindi, come nasce la granita?

Torniamo ai nivaroli: le fonti ci attestano che, sin dal 1500, questi addetti alla conservazione della neve rivendevano, durante la stagione estiva, il ghiaccio ricavato. Esso era un ottimo rimedio per alcune malattie (si pensi a cura ro friddu, la cura del freddo) ma, in maniera particolare, serviva per rinfrescare bevande e alimenti e, perché no, per creare nuove miscele che potessero refrigerare.

Nasce così a’rattata, ossia la neve grattata e condita con il succo di limone, la vera antenata della granita siciliana.

Nel 1765 il viaggiatore francese J. M. Roland de La Platière testimonia nei suoi scritti che nell’isola siciliana “si consumano molti sorbetti (…) formate con la neve che cade sulle montagne vicine (…) portata in città ogni giorno a dorso di un mulo”.

Si trattava però di un privilegio: non tutti potevano acquistare un pezzo di ghiaccio, comunque quasi tutti potevano permettersi di consumare bibite “arrifriscati” e a’rattata almeno una volta l’anno, durante le feste patronali che cadevano nel periodo estivo.

Più tardi nacque il “pozzetto: un tino di legno con un secchiello di zinco in cui era miscelata la neve con il sale, per abbassarne la temperatura; una manovella, inoltre, impediva la formazione di cristalli troppo grossi.

Ora non si può più parlare di rattata ma di un prodotto più cremoso e denso: la granita.

Nel tempo, chiaramente, la neve è stata sostituita dall’acqua, lo zucchero ha preso il posto del miele e il freezer ha soppiantato sia le neviere, sia il pozzetto e il lavoro di quei nivaroli che, grazie alle nevicate, riuscivano a integrare il loro magro reddito.

Dal 2012 si organizza, ad Acireale, il Festival della Granita Siciliana in cui maestri pasticceri si sfidano nella preparazione delle granite: da quella al limone, alle mandorle, ai gelsi, alla fragola, al torrone e ancora al pistacchio, al caffè, al cioccolato… Oggi ne esistono più di 80 varianti. L’obiettivo è fare della “granita artigianale siciliana un’icona identificativa del territorio”.

Provate a spiegarlo, oggi, a un bambino che tranquillamente gusta una granita: ditegli che sta assaporando il risultato di una tradizione secolare, meravigliosa e incredibile; ditegli che lì è contenuto il sapore estivo della terra siciliana.

Noi di Bianca Magazine abbiamo avuto il piacere di gustare una granita artigianale e buonissima al Central Bar di Grammichele dove vi invitiamo a provarla!

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Il “liquido d’oro” della nostra terra: l’Olio DOP Monti Iblei

Articolo di Alessia Giaquinta

Omero battezzò l’olio “liquido d’oro della Magna Grecia” e non solo per il colore giallo intenso tendente al verde ma soprattutto per la ricchezza che esso porta e comporta: ricco di sostanze antiossidanti (vitamina E, acido oleico, polifenoli) e di sostanze con proprietà antiinfiammatorie (oleocantale) è un prezioso condimento per i cibi crudi o cotti e altresì, è per la nostra terra un potenziale di ricchezza in quanto prodotto da commercializzare.

L’Olio DOP Monti Iblei, prodotto dalle varietà di olive Tonda Iblea, Moresca e Nocellara Etnea, si qualifica come eccellenza dei territori compresi tra Ragusa, Catania e Siracusa e in particolare delle otto sottozone delineate nel Disciplinare ad oggi in vigore. Le zone di produzione, dunque, comprendono il Monte Lauro, la Val d’Anapo, la Val Tellaro, Gulfi, la Valle dell’Irminio, il Calatino, Frigintini e Trigona-Pancali.

Il Disciplinare di Produzione DOP Monti Iblei fu presentato nel 1994 con procedura d’urgenza, comprendendo inizialmente quattro sottozone di produzione, poi raddoppiate a seguito di un’audizione pubblica proposta dal Ministero della Regione. Solo il 25 novembre 1997, l’olio Monti Iblei fu registrato nell’albo europeo del DOP. Le condizioni per l’ottenimento della Denominazione d’Origine Protetta sono la garanzia che i processi di produzione, trasformazione e confezionamento del prodotto avvengono nell’ambito del territorio delimitato.

Le caratteristiche che distinguono l’Olio DOP Monti Iblei da altri sono molteplici: il sapore dal fruttato medio – intenso richiamante il gusto del pomodoro verde e carciofo, la genuinità del prodotto ottenuto senza additivi chimici, la composizione equilibrata di acidi grassi e la forte presenza di polifenoli, sostanza che previene l’invecchiamento delle cellule, i tumori e favorisce la circolazione sanguigna.

L’Olio DOP Monti Iblei è considerato, per tutti questi motivi, uno dei migliori oli al mondo tanto da ottenere, nel tempo, successi a iosa sia nel panorama nazionale che internazionale.

Un prodotto così non può non essere partorito che in una terra altrettanto speciale: un angolo di Sicilia bagnata dal Mediterraneo, intrisa di Barocco e sovrastata dal vulcano Etna, tra terre brulle e calcaree, altopiani e corsi d’acqua, in uno scenario naturale multiforme ricco di colori e profumi…

L’Olio DOP Monti Iblei può essere identificato come il gusto della terra che lo produce: inconfondibile nel sapore tanto da essere scelto da grandi chef di tutto il mondo per accompagnare ogni sorta di prelibatezza.

Si tratta, insomma, di un olio extravergine di alta qualità che ha ottenuto la registrazione nell’albo delle DOP – IGP il 25 Novembre del 1997 a firma dell’allora commissario Europeo Franz Fischler, nei primi del 2017 è stato oggetto di discussione in merito ad alcune modifiche da adottare nel Disciplinare di Produzione della DOP Monti Iblei.

Le otto sottozone di produzione, infatti, non vengono più intese nei confini geografici ma in quelli amministrativi dei comuni appartenenti a ciascuna delle rispettive sottozone.

Inoltre, è stata proposta, di rendere facoltativa il richiamo della sottozona di produzione. L’obiettivo è di rendere più semplice e dinamico il Disciplinare in modo tale da facilitarne le dinamiche di commercializzazione.

Ad oggi, si calcola una produzione di circa 3.000 quintali di olio in un’area di 1660 ettari coltivati e oltre 200 produttori certificati.

Giosuè Catania, presidente dell’APO (Società Cooperativa Agricola Produttori Olivicoli) sottolinea le numerose qualità dell’Olio DOP Monti Iblei, un prodotto molto apprezzato all’estero soprattutto per le caratteristiche biologiche e per l’ampia gamma di profumi e sapori che caratterizza il prodotto di queste terre come unico e inimitabile.

«Bisogna richiamare l’attenzione del consumatore – afferma Catania – la nostra terra produce oro e ci corre l’obbligo di fruire di questo speciale prodotto che, altresì, costituisce l’elemento principale della dieta mediterranea, ad oggi, la più accreditata dagli esperti quale sano e corretto stile di vita alimentare».

 

MG  come oggetto avanzato

Da una leggenda nasce la pasta con la farina di carrubba di Fanny Consoli

Articolo di Titti Metrico,  Foto di Giovanni Canfailla

Fanny Consoli è una siciliana doc che ha sempre coltivato l’amore per l’arte e la cultura, con particolare affezione per la sua storia e le tradizioni della sua terra. Tanto che lei afferma di essere “sempre alla ricerca continua di racconti antichi rimasti ancora ignoti, di luoghi poco conosciuti, attraversando queste terre, dove ancora qualcosa è rimasto segreto e radicato”. La sua storia è alquanto articolata poiché ha svolto diverse attività: dall’insegnamento come docente di Filosofia presso l’Università di Catania all’organizzazione di importanti eventi culturali presso gli Istituti Italiani di Cultura degli Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Cina e Brasile.

Durante queste sue escursioni, questi suoi viaggi che l’hanno condotta nell’entroterra siciliano Fanny Consoli li descrive con un voler tornare alle proprie origini: la nonna paterna era di Sperlinga, in provincia di Enna, e le raccontava delle grandi distese di frumento appartenenti alla sua famiglia e della magia di quella meravigliosa farina che dava corpo al pane, ai dolci e alla pasta. Inoltre il suo bisnonno, Francesco Consoli, aveva dato vita ad un pastificio considerato tra i più moderni, tanto che negli anni precedenti alla Grande Guerra esportava la pasta in Gran Bretagna e Stati Uniti. A portarla invece negli Iblei è questo amore che ha per il mare “ma solo quello d’inverno, quando non c’è nessuno”. Così Fanny Consoli inizia il suo racconto portandoci in quella giornata in cui per le strade di Frigintini (una frazione di Modica, nda), incontra un suo amico, Santo Tumino, che notando il suo interesse per i carrubeti lussureggianti le raccontò una leggenda legata a questi alberi. “La leggenda si riferisce alla cacciata dei saraceni, i quali rimasti affascinati dalla terra che conquistarono, chiesero ad Allah di trovare un modo per farli rimanere in questi luoghi e li accontentò trasformandoli in alberi frondosi, a cui assegnava il compito di diventare custodi delle lacrime di coloro i quali, cercando riparo nella loro frescura, si fossero abbandonati alle esternazioni dei loro dolori. Ecco perché se si attraversa un campo di carrube lacrime e sospiri fanno ascoltare il gemito dell’umanità”.

Da questa fascinazione nasce un progetto culinario che oggi si concretizza nella produzione di farina di carrube. “Produco una pasta di carrube che spero incontri il gusto di chi l’assaggerà, così come è già accaduto. Inoltre è un ottimo alimento perché ricco di fibre e di vitamine, è un ottimo spezza-fame e contiene poco glutine, in quanto è miscelato a farina integrale autoctona”.

 

Ma Fanny Consoli è molto legata alle sue origini, ai suoi ricordi, attenta com’è “Al recupero di una grande tradizione familiare, dalla cucina ricca e colorata della mia famiglia materna a quella tramandata dai monsù della famiglia paterna e le antichissime ricette tramandate dalla suocera, donna Rosina Marcinnò Messina. Sono poi seguiti, volendo trasformare la passione in professione, corsi professionalizzanti in alta cucina anche presso il grande chef stellato Ciccio Sultano, che ammiro e a cui mi lega una grande affezione ed infinita stima ed è per me fonte di ispirazione. Da Questo momento inizia il mio percorso inaugurando con i miei catering eventi di grande rilievo come “Artisti di Sicilia” e “Picasso” al Castello Ursino di Catania, invitata come chef ospite all’Expo di Milano, intervenuta come coach cooking sul set del film “L’attesa” del regista Piero Messina ottenendo la menzione speciale Fedic, per aver proposto la scena più significativa legata al cibo e all’alimentazione alla 72ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia”.

Ha aperto un home restaurant presso la propria abitazione per offrire eccellenti pranzi e cene, insegnando percorsi culinari ed organizzando corsi di cucina e come personal chef ha cucinato per importanti personaggi come Juliette Binoche a Parigi, Giuliano Sangiorgi a Roma e molti altri che hanno potuto apprezzare oltre alle sue doti culinarie anche eccellenti piatti secondo antiche ricette, riscoprendo così antiche tradizioni.

sviluppo

Un giovane alla scoperta di un antico legume: la cicerchia

di Titti Metrico  foto di Mara Randello

Riccardo Randello è un giovane agronomo interessato, fra le altre cose, alla valorizzazione delle risorse di Licodia Eubea (nell’entroterra siciliano in provincia di Catania).

Uno dei prodotti tipici di tale territorio è il “ciciruoccolo” ovvero la cicerchia, un antico legume che rischia di scomparire, a causa del poco consumo causato dallo stile alimentare che sta cambiando. “Ritengo – dice Randello – che la coltivazione di questo antico legume, mediante le stesse tecniche e gli stessi arnesi utilizzati nel passato, offra la possibilità di rivivere i sapori e la cultura contadina di questo angolo dell’entroterra siciliano. Spesso la coltivazione veniva fatta ad anni alterni realizzando un maggese o “maisa”, al solo scopo di fertilizzare i terreni interrando le piante con la pratica del sovescio che aveva come obiettivo quello di consentire una buona resa di frumento nell’anno successivo – continua Randello -.

È una pianta leguminosa a ciclo vernino-primaverile-estivo, viene infatti seminata nel periodo compreso tra dicembre e gennaio e raccolta nel mese di giugno. I caratteri botanici della popolazione di cicerchia coltivata a Licodia Eubea sono in fase di caratterizzazione grazie ad uno studio promosso da alcuni produttori locali in collaborazione con il Dipartimento di Scienze delle Produzioni Agrarie e Alimentari (DISPA) dell’Università di Catania”. La raccolta avviene estirpando a mano le piante e lasciandole ad essiccare in covoni per consentirne successivamente la trebbiatura, che viene effettuata su una stuoia di tela dove vengono poste le “fascine” che vengono battute con un bastone “marruggiu” per permettere la separazione della granella dai baccelli. Successivamente con un forcone detto “tradenta” si opera una prima spagliatura o “spagghiata” per togliere la maggior quantità di paglia possibile. Se la giornata è ventilata si lancia la granella controvento per eliminare le impurità grossolane, mentre la successiva fase di accurata cernita viene realizzata con l’ausilio di un crivello o “crivu”.

I semi di cicerchia sono ricchi di proprietà nutritive, presentano un alto contenuto proteico, sono ricchi di carboidrati, contengono pochi grassi ed hanno un elevato contenuto di vitamine e di sali minerali, contengono anche un principio amaro, la latirina, sostanza responsabile in tempi passati di una malattia conosciuta sotto il nome di latirismo, diffusa presso i contadini che ne facevano un largo uso proprio per le sue grandi proprietà energetiche (si racconta che nei giorni particolarmente freddi veniva consumata già a colazione).

Come viene utilizzata la Cicerchia? A Licodia Eubea la cicerchia viene utilizzata essenzialmente come farina, ingrediente base della “Patacò”, un piatto forte della gastronomia locale con il suo gusto particolarissimo. L’utilizzo di questa polenta, all’interno della gastronomia calatina in particolare licodiana, è ormai limitata alla preparazione di alcuni piatti in occasione della sagra che si svolge generalmente a dicembre, ma per i cultori delle tradizioni, dei saperi e dei sapori Bianca Magazine consiglia alcune ricette della patacò, per stupire con piatti sia caldi che freddi tutti i vostri commensali.

 

RICETTA: Patacò con i broccoli e salsiccia

(ingredienti per quattro persone):

250 gr. di farina di cicerchia;

cime di broccoli;

tritato di salsiccia (se piace);

pepe rosso o nero macinato;

olio d’oliva extravergine;

aglio a pezzettini;

sale q.b..

 

Preparazione: soffriggere l’aglio, il peperoncino e la salsiccia tritata (se piace); quando il tutto è ben rosolato aggiungere due litri di acqua e portare ad ebollizione. Aggiungere le cime dei broccoli e completare la cottura di questi. A cottura ultimata aggiungere lentamente la farina di cicerchia avendo cura di non farne formare i grumi rimestando senza interruzione fino a quando diventa polenta. Far cucinare ancora qualche minuto dopo la bollitura, toglierla dal fuoco e servirla molto calda con abbondante olio d’oliva. Mangiarla possibilmente con crostini di pane casereccio. – Patacò fritta: la patacò cosi preparata può essere utilizzata il giorno dopo. Si taglia a fette, si infarina e si frigge in olio bollente. In questo modo può essere utilizzata anche come antipasto.

Tenuta Monte Gorna

I Vini dell’Etna ai primi posti della Top100 Wines

di Angelo Barone   Foto di Fermenti Digitali

Da diversi anni si stanno affermando sempre di più a livello nazionale e internazionale i vini dell’Etna.

Nella Top 100 Wines of 2016 del portale USA International Wine Report al 2° posto c’è Frank Cornelissen con il suo Etna rosso Magma 2014 prodotto esclusivamente da Nerello Mascalese, a seguire al 18° posto Tenuta delle Terre Nere Etna con il suo rosso Prephylloxera 2014 (98% nerello mascale e 2% nerello cappuccio) che già nel 2014 con l’annata 2012 aveva raggiunto il top conquistando il 1°primo posto del prestigioso report.

L’Etna Rosso Prephyilloxera 2014 “La Vigna di Don Peppino” della Tenuta delle Terre Nere è stato premiato anche come vino che ha meritato i prestigiosi Tre Bicchieri 2017 del Gambero Rosso.

Artefice di questo successo è il vitigno autoctono Nerello Mascalese (niureddu), selezionato oltre duecento di anni fa a Mascali, alle falde dell’Etna.

Alberelli di questo vitigno, che hanno resistito alla fillossera del 1880-1881, per tanto tempo sono rimasti sulle terrazze dell’Etna coltivati da locali contadini, in alcuni casi abbandonati e dimenticati ai margini delle strade che da Mascali si inerpicano sulla Montagna. Pazienti e centenari hanno aspettato che qualcuno si prendesse cura di loro, e quando questo avviene, wow, l’amore viene ricambiato con eleganza e meravigliosi aromi di ciliegie, fragole e spezie nei vini dove l’ardore e la profondità del vulcano si sente anche nell’odore di terra bruciata.

Su “La Sicilia del Vino”, Maimone editore 2003, il bravo enologo, ricercatore e divulgatore Salvo Foti scrive “il nerello mascalese è un vitigno che opportunamente coltivato e vinificato dà origine a grandi vini rossi di invecchiamento in cui predominano sensazioni olfattive di fiori, di tabacco e spezie, insieme ad una gradevole tannicità. Queste caratteristiche sono fortemente influenzate dall’andamento climatico dell’annata e per questo motivo la qualità dei vini ottenuti dal nerello mascalese è molto legata alla zona di produzione e all’annata”.

Questa è la chiave del successo di oggi. Mentre i più noti e diffusi vitigni internazionali di successo quali lo Chardonnay, il Cabernet Sauvignon, il Merlot si sono affermati con successo sul mercato internazionale per la capacità di adattamento a qualsiasi ambiente dove è possibile coltivare la vite contribuendo ad esaltare, ma allo stesso tempo uniformare il gusto dei vini anche se di provenienza diversa, i vitigni autoctoni come il Nerello Mascalese esaltano la provenienza e questo rende unico il vino prodotto che trasmette tutte le essenze del territorio.

In questa occasione il successo di questi vini è il frutto di questo incontro tra gli alberelli centenari di Nerello Mascalese e produttori appassionati come Frank Corneliisen, Marco e Sebastiano de Grazia.

Per Frank Cornellisen, anche per il vino vale il detto “gallina vecchia fa buon brodo”, e lui per fare un buon vino sceglie i vecchi alberelli di Nerello Mascalese che fanno scorrere il suo Magma 2014 dalle viscere del vulcano fino al bicchiere.

Anche Marco e Sebastiano de Grazia con la loro azienda, La Tenuta delle Terre Nere, per il loro “Etna Rosso Prephylloxera” puntano sugli alberelli di vitigno Nerello Mascalese in vigne ultra centenarie, sopravissute alla fillossera. Questo vino porta anche il nome “Le vigne di don Peppino” in onore del contadino che per settanta anni ha coltivato quei vitigni.

La presenza della vite alle falde del vulcano e la produzione di vini nell’Etna è una storia antica e indissolubile con la mitologia di questa montagna, riconosciuta dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, sin dall’Odissea di Omero quando Dionisio, dio del vino, viene in aiuto di Ulisse con il vino per inebriare e ammansire il ciclope Polifemo in modo da poterlo accecare nel sonno. Grazie ai tanti produttori, enologi, ricercatori e divulgatori quotidianamente impegnati a valorizzare la qualità dei nostri vini riteniamo che questa storia possa continuare ancora con grande successo.

 

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Il Natale dei ricordi

di Angelo Barone  Foto di Samuel Tasca

“A Natale tutte le strade portano a casa” scrisse Marjorie Holmes, giornalista e scrittrice americana, e per tutte le famiglie è l’occasione per ritrovarsi, stare insieme con gioia e convivialità. Chi può cerca di rispettare l’antico proverbio “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”.

Per Natale tante sono le tradizioni della nostra cultura contadina, così come sono tanti sono i profumi e i sapori che ancora oggi i nostri figli sparsi per il mondo cercano quando tornano casa. Con l’avvicinarsi del Natale cominciano i preparativi per realizzare i dolci e in Sicilia i cuddureddi sono uno dei dolci tipici di questa festa. Tante sono le versioni di “cuddureddi” in Sicilia e tra queste si distinguono anche quelle di miele o di vino cotto di Grammichele. Per questo Natale abbiamo sentito il bisogno di rivivere direttamente questo rito attorno al forno a legna con diverse generazioni di donne impegnate a mantenere e tramandare quest’arte pasticcera: sì proprio arte, sono delle creazioni artistiche belle da vedere e buonissime da mangiare.

In inverno, attorno al forno a legna con la relativa tannura, nelle case dei nostri nonni si svolgeva gran parte della vita familiare: si faceva il pane, si cucinava, si riscaldava l’acqua per lavarsi o per fare il bucato e successivamente nella conca si asciugavano parte del bucato e con lo stesso carbone ardente si alimentava il calore nei ferri da stiro.

Nel raccontarvi la preparazione dei cuddureddi abbiamo provato a creare l’ambiente giusto con le donne dell’Aide di Grammichele. La sera prima alcune di loro preparano il vino cotto e lavorano il miele di zagara con le bucce di mandarino in modo che l’indomani mattina si possa lavorare l’impasto per i cuddureddi. La mattina successiva l’appuntamento è a casa di Marisa attorno al forno rigorosamente la legna perché come dice la signora Giovanna deve sentirsi la leggera l’affumicatura del legno.

Con Samuel ci rechiamo all’appuntamento con la curiosità e la voglia di assaggiare i cuddureddi che da piccolo mangiavo quando a casa della nonna, mia madre con le sue sorelle si riunivano per fare i dolci di Natale e noi bambini tutti lì ad aspettare che venissero sfornati mentre il loro profumo ci inebriava di piacere e non potete nemmeno immaginare quanto ne mangiavamo.

Troviamo tutte le signore al lavoro: chi impasta la semola, chi stira la pasta, chi prepara i mastazzoli con il vino cotto o il miele preparati la sera prima, chi dà forma ai disegni, chi pizzica, chi arde il forno, chi prepara il caffè, chi racconta la storia, i segreti e i modi di fare questo dolce. In quest’atmosfera di serena e piacevole convivialità con Natascia, Giovanna, Marisa, Maria Teresa, Pina, Cettina e Terina i cuddureddi prendono forma e mentre la prima teglia entra nel forno il profumo del miele di zagara e del mandarino comincia a invadere la cucina. Arrivato il momento tanto atteso, la prima teglia è pronta e come da bambini le mangiamo ancora calde ed è una goduria che i nostri lettori potranno provare visitando il Presepe vivente di Occhiolà dove potranno rivivere, grazie alle signore dell’Aide e agli occhialesi, le tradizioni gastronomiche di un tempo.

Tante sono le versioni sulla forma dei cuddureddi, a me piace segnalare quella della signora Tindara, a lei hanno detto che i cuddureddi sono la coroncina di Gesù e per questo mette tanto amore e delicatezza nel farle. Ci auguriamo che in questo tempo di paure, tragedie e guerre l’umanità sappia ritrovare il piacere dello stare insieme come in una grande e immensa famiglia.

 

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Agrumi di Sicilia: una proiezione internazionale positiva del nostro territorio

di Angelo Barone

Tante sono le immagini evidenti della Sicilia nel mondo. La Sicilia dei paesaggi e dei beni culturali vanta ben sette siti riconosciuti dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità: la Valle dei Templi di Agrigento, la Villa romana del Casale di Piazza Armerina, le città barocche della Val di Noto, le Isole Eolie, Siracusa e la Necropoli di Pantalica, l’Etna e in ultimo la Palermo Arabo Normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale.

La Sicilia terra dell’accoglienza e della solidarietà, crocevia millenario di popoli da sempre capaci di vivere in armonia ma anche humus delle biodiversità produttive e delle eccellenze agroalimentari con 13 produzioni Indicazione Geografica Protetta, 17 Denominazione Origine Protetta, 27 Presidi Slow Food e condivide con altre Regioni italiane e altri Stati l’inclusione nella Lista dei patrimoni culturali immateriali dell’Umanità. Tra queste eccellenze, gli agrumi di Sicilia possono rappresentare la proiezione internazionale bella e positiva della nostra Isola così come ha fatto il Distretto Produttivo Agrumi di Sicilia, in occasione dell’Esposizione universale di Milano, lo scorso anno, con la comunicazione “People of Sicily”. Un omaggio alla Gente di Sicilia che nella diversità di culture, etnie, professioni, età è rappresentata in modo variopinto, sorridente e rassicurante all’ombra dell’Etna che sembra dire: vieni a trovarci in Sicilia e la nostra esplosione di sapori e colori vi raggiungerà in tutte le parti del mondo.

Condividiamo il messaggio perché la mission della nostra rivista è valorizzare le nostre eccellenze produttive e paesaggistiche per attrarre consumatori e turisti.

Gli agrumi di Sicilia sono soprattutto una bontà da mangiare a spicchi o a fette, da bere in succhi, fanno bene alla salute con le tante vitamine e gli antiossidanti che contengono, si possono fare: marmellate deliziose da spalmare sul pane, liquori da sorseggiare, fragranze di profumi, dolci e abbinamenti in cucina da esaltare come il mandarino nelle nostre cuddureddi o la magica unione di questi frutti del sole con il “cibo degli dei”, la cioccolata di Modica.

Ma gli agrumi di Sicilia sono anche un territorio da visitare lungo il percorso Le vie delle Zagara come ci propone l’associazione culturale Gusto di campagna, seguendo le arance rosse con il mito del vulcano che si estendono in tutta la piana di Catania, dalle pendici dell’Etna sino al Biviere di Lentini, il limone dell’Etna nella riviera acese, il limone di Siracusa e il limone Interdonato di Messina che caratterizzano i paesaggi di territori di incantevole bellezza nella costa jonica o come la valle del fiume Verdura, culla dell’arancia di Ribera sino ad arrivare a Palermo con il profumo del mandarino di Ciaculli. Se decidete di fare il percorso Arabo Normanno, andate a visitare il Palazzo Reale e vedrete delle belle rappresentazioni di alberi di arance a testimonianza che furono gli arabi, prima dell’anno mille d.C., a impiantare i primi agrumi in Sicilia.

È necessario continuare ancora per altri mille anni a valorizzare il nostro territorio con questi “giardini” sempre verdi, con la vitalità e la gioia della gente di Sicilia che non può essere sopraffatta dalla tristezza.

Il Distretto Produttivo Agrumi di Sicilia è una filiera produttiva che in Sicilia conta 21 mila addetti attivi nelle produzione, 8831 nella commercializzazione e 1052 nella trasformazione con un valore della produzione ai prezzi di base nel 2015 di € 638.245.000 e vale il 57,7% dell’agrumicoltura nazionale. Da diversi anni questa filiera e questo territorio si è dato una organizzazione e una strategia condivisa costituendo il Distretto Agrumi di Sicilia sotto scrivendo un patto di sviluppo comune con l’obiettivo di fare sistema e competere sui mercati nazionali e internazionali. A presiedere questo importante strumento di aggregazione della filiera agrumicola siciliana è una donna, la Dott.ssa Federica Argentati.

Una donna alla guida di uno dei distretti produttivi più importanti in Sicilia, come ti definisci e come vivi questa esperienza?
«Mi definisco un agronomo con la passione dello sviluppo territoriale. Sin dai primi giorni dell’ormai lontano 1998, quando mi fu affidata la direzione di una delle più importanti OP agrumicole, ho visto nel mio lavoro la grande opportunità di crescita non solo personale, ma soprattutto della filiera agrumicola, quindi di uno dei settori più importanti dell’economia siciliana. Lavorare per le imprese che, nell’insieme, avrebbero potuto davvero cambiare le sorti dell’economia siciliana significava dare un senso anche alla scelta personale di rimanere in Sicilia, dopo la laurea. Una Sicilia che, allora come adesso, non offriva ai giovani molte opportunità. Essere donna ha vantaggi e svantaggi. I vantaggi in genere sono per gli altri».
Il marketing associativo è una mission strategica, a che punto siamo?
«Il marketing associativo sta alla base dello sviluppo dei sistemi aggregati. È l’aspetto più complicato in quanto mira a rendere partecipi i “singoli” di una strategia complessiva con cui tutti nell’insieme possano davvero essere forti. Aggregare imprenditori solo con le carte, con i finanziamenti, con la teoria, però, non serve a nulla. Anzi, al contrario, crea sfiducia e nel tempo allontana dai percorsi di cooperazione. Quello
del marketing associativo è un percorso per il quale sono necessari molti ingredienti. Primo tra tutti la capacità di conquistarsi la fiducia attraverso azioni trasparenti, partecipative, inclusive. Non è facile petanti motivi. Uno tra tutti è l’atavica diffidenza di molti e la continua azione di demolizione operata da quanti, in Sicilia, in realtà non hanno interesse a che si faccia sistema. Ancora troppi».

Quali soddisfazioni e quali delusioni nel tuo lavoro?
«A volte vanno quasi a braccetto. Le soddisfazioni in questo lavoro e in questa terra, purtroppo, non è facile averle neanche quando si raggiungono risultati evidenti. Professionali o economici che siano. A molti manca ancora la cultura della meritocrazia e del riconoscere il lavoro ben fatto dagli altri. Detto questo, però, in questi anni qualche traguardo penso di averlo raggiunto. L’ultima iniziativa che abbiamo fatto con il Distretto Agrumi, ad esempio, mi ha dato grande soddisfazione: abbiamo portato diverse imprese in Polonia per allacciare rapporti con i mercati polacchi. La missione è stata un successo, anche se non è ancora conclusa».
Nel tuo futuro ci saranno ancora gli agrumi o prevedi di scommetterti in altri settori?
«Mi occupo, anche se con mansioni ed incarichi diversi, di agrumiormai da 18 anni. Otto anni solo con il Distretto Agrumi di Sicilia. Per adesso vado avanti perché ho dei traguardi da raggiungere, prima di tutto il rinnovo del Patto di Sviluppo e quindi il riconoscimento del Distretto per i prossimi anni. Ma naturalmente, non è detto che ciascuno di noi debba fare un lavoro per tutta la vita. Credo che se lavori bene, con impegno e competenza le opportunità ti si presentino. Mi piace pensare che mi vengano offerte altre occasioni di lavoro in futuro. Ma sceglierò in base alle opportunità che avrò davanti. Chi non si augura di progredire nella sua carriera, anche cambiando lavoro? Ma ho ancora una “missione” da portare avanti: riuscire a far diventare “sistema” il mondo dell’agrumicoltura siciliana. Come sempre la mia dedizione a questo obiettivo è massima».

Mr Damigella

Damigella una passione per i grani antichi siciliani

di Omar Gelsomino

La riscoperta della biodiversità a tutela della ricchezza culturale del territorio ha fatto si che tornasse il crescente interesse per i grani antichi, sia da parte dei consumatori che dei produttori, delle varietà del passato che sono rimaste autentiche cioè che non hanno subito modificazioni genetiche da parte dell’uomo per aumentarne la resa. Diverse sono le aziende che stanno puntando sui grani antichi, fra queste l’Azienda Agricola Damigella.

A spingere l’imprenditore Giovanni Leonardo Damigella è stato un ricordo legato alla sua infanzia, in particolare quando la madre, donna Angela, lo mandava a comprare al mulino la farina di grano Margherito. Così rimanendo fedele alle sue radici e riscoprendo la storia dei grani antichi di Sicilia l’Azienda Agricola Damigella ne ha fatto la sua mission, guardando sempre alla salute dell’uomo poichè l’importanza di un’alimentazione equilibrata e varia è tipica e ben radicata nella nostra tradizione gastronomica. Inoltre il consumo di farine integrali e dei loro prodotti oltre a garantire un apporto energetico rappresenta dei vantaggi per la dieta e mantengono lo zucchero e l’insulina nel sangue a livelli bassi, proteggendo così il cuore, difendono l’organismo e prevengono anche alcuni tipi di tumore.

L’Azienda Agricola Damigella intende valorizzare i grani antichi per le loro innumerevoli qualità, quali la naturale presenza di glutine e proteine e la spontanea resistenza ai parassiti. L’Azienda utilizza grani coltivati con metodi naturali interamente prodotti all’interno della propria azienda, senza diserbanti o sostanze chimiche, con avvicendamento colturale e personale qualificato controlla tutte le fasi del ciclo produttivo interamente biologico per garantire la qualità e la quantità naturale di glutine, proteine e vitamine. Macinare lentamente evita la cosiddetta cottura delle semole preservandone integre le qualità organolettiche e nutrizionali. Un sistema avanzato di controllo qualità ne garantisce l’igiene assoluta.

Le loro farine e semole integrali per pane, pizza e dolci sono sapientemente composte dalla miscela di alcuni grani antichi, varietà come Timilia, Senatore Cappelli, Margherito, Perciasacchi, Russello, Maiorca e Bufala Nera. Scelti appositamente per le loro proprietà organolettiche, sono caratterizzate da una struttura compatta e da un profumo intenso che conferisce un gusto. È necessario lavorare le semole lentamente per mantenerne intatte le proteine e le fibre. Inoltre l’Azienda Agricola Damigella non si limita a produrre solo farine e semole ma è specializzata anche nella pasta dove l’impasto è composto da semola e acqua e avviene lentamente all’interno di una vasca sottovuoto. È necessario mantenere l’impasto ad una temperatura controllata. Segue la trafilatura al bronzo che conferisce alla pasta la giusta rugosità e il giusto colore, odore e sapore, per giungere all’essiccazione in celle statiche con temperature comprese fra i 24 e i 36 gradi.

Le ricerche compiute dal Policlinico di Palermo GOLDEN GRAIN STUDI dimostrano i benefici che derivano dall’uso dei grani antichi: regolarizzano la motilità intestinale, riducono il gonfiore addominale e stabilizzano l’indice glicemico. Una ragione in più quindi per consumare non solo prodotti genuini per la nostra salute ma anche perchè provenienti dal nostro territorio.