copertina melenzana

Elogio della melanzana. Regina della cucina siciliana

di Patrizia Rubino   Foto di Alex Li Calzi

Ci sono degli odori e dei sapori che, come per magia, ti consentono di viaggiare nella memoria della tua vita, riportandoti in un istante indietro nel tempo, quando si andava a casa della nonna e la trovavi sempre intenta a cucinare quantità enormi di cibo il cui profumo, preludio di squisiti sapori, si espandeva dappertutto come un abbraccio caldo e accogliente. Alla base delle mie pietanze “madeleine”, c’è sicuramente la melanzana… rigorosamente fritta, grondante di olio e bella dorata (mia nonna inorridirebbe se sapesse che oggi la cucino al forno, con un velo d’olio). In famiglia si preparava in tanti modi diversi, ma sono tre i piatti del cuore legati a questo straordinario ortaggio dalla polpa bianca, gustosa e delicata che credo appartengano al patrimonio gastronomico di noi siciliani, in quanto rappresentano un connubio inscindibile con la nostra storia e le nostre tradizioni.

In cima a questa personale playlist c’è sicuramente “la pasta alla Norma”. Il primo piatto catanese per antonomasia, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Una perfetta sinfonia di colori e sapori racchiusa in pochissimi ingredienti: maccheroni, salsa di pomodoro, melanzana fritta, ricotta salata e qualche foglia di basilico. Sulle origini del nome di questa ricetta ci sono diverse versioni; un omaggio a una delle più famose opere di Vincenzo Bellini, “La Norma” appunto, o una battuta del commediografo e poeta Nino Martoglio che dinanzi ad un piatto di pasta esclamò: “Pari na Norma”, per esaltarne l’eccellenza, la bellezza e la bontà. Già da diversi anni il 23 settembre si celebra la “Giornata nazionale della pasta alla Norma” e proprio perché considerato il simbolo della cucina siciliana, di recente è stata lanciata la candidatura per l’inserimento di questo straordinario primo piatto, nella lista Unesco dei Patrimoni Culturali dell’Umanità.

Così dire poi di un altro grande classico della cucina siciliana, vale a dire la parmigiana di melanzana? Ogni famiglia ne ha una sua versione, ma gli ingredienti base sono sempre gli stessi: melanzana fritta, salsa di pomodoro, formaggio o mozzarella. La sua origine se la contendono a dire il vero i campani e i siciliani, mentre al di là del nome non sembrerebbe avere nulla a che a fare con Parma. Il termine “parmigiana” deriverebbe, secondo alcune fonti non confermate, dalla parola siciliana “parmiciana”, per indicare i listelli di legno che compongono una persiana; la loro sovrapposizione ricorda la composizione di strati per la preparazione della parmigiana di melanzane, che è diventato un modo di dire anche per altre preparazioni, la parmigiana di zucchine, di patate, etc.

Introdotta in Sicilia dagli Arabi durante il Medioevo, anticamente la melanzana secondo una diceria popolare era considerata un ortaggio dannoso, “mela non sana”. Si diceva che provocasse turbe psichiche e disturbi intestinali. In realtà il nome stava ad indicare che non poteva essere consumata cruda.

Chiudiamo questa carrellata con un contorno che riassume i nostri migliori colori, sapori e profumi: la caponata. Tantissime le versioni in Sicilia, anche in questo caso si tolgono e si aggiungono ingredienti a seconda delle diverse versioni. Quando si parla di caponata, generalmente si fa riferimento ad un misto di verdure e ortaggi fritti conditi con salsa agrodolce. L’ origine del nome di questa deliziosa preparazione sembrerebbe fare riferimento al capone, il nome siciliano del pesce lampuga che veniva utilizzato nei pranzi degli aristocratici con salsa in agrodolce. Il popolo sostituì il pesce con la melanzana e da qui il nome del piatto.

Estremamente versatile la melanzana può essere utilizzata per la realizzazione di moltissime altre ricette. Rappresenta la nostra tradizione non solo gastronomica, ma anche culturale ed è sempre più apprezzata anche nelle preparazioni gourmet, “l’alta cucina”. Vada per la grande esaltazione del prodotto ma chissà cosa ne penserebbe mia nonna delle ridottissime porzioni che prevede questo tipo di cucina.

alex li calzi  Copia

Pantelleria, estasi e gioia per il palato

di Giulia Monaco   Foto di Alex Li Calzi, Elena Brignone, Gessica Di Piazza

Mare, laghi vulcanici e saune naturali. Una costa ricca di insenature e grotte marine in cui praticare snorkeling e pesca subacquea. Natura rigogliosa dai magnifici contrasti: il nero della costa lavica si scontra con il verde squillante della vegetazione, con i tetti bianchi dei dammusi (tipiche abitazioni rurali) e con un mare blu cobalto, creando un mix cromatico di fronte al quale è impossibile non restare incantati. Se queste ragioni non fossero ancora sufficienti per visitarla, la “Venere nera” ce ne regala uno in più, e ci seduce prendendoci per la gola e deliziando i nostri palati.

La commistione tra culture e l’incontro tra pratiche contadine e marinare conferiscono alla cucina pantesca un tocco speciale. La sua terra vulcanica, e perciò ricca di minerali, è gravida di sapori intensi e profumi unici. Coniugando sapientemente i frutti del mare e della terra, le ricette dell’isola sono la sintesi perfetta della più autentica gastronomia mediterranea. Se volessimo partire per un tour sensoriale alla scoperta dei sapori panteschi, cominceremmo sicuramente da lui, il re dell’isola: il cappero di Pantelleria, classificato come prodotto IGP. Il suo aroma penetrante è una vera e propria esplosione per il palato, e si presta ad arricchire pasta, pesce, insalate e focacce conferendo loro un sapore più intenso e deciso. Una piccola perla grigio-verde che impreziosisce ed esalta ogni sapore.


Degustando il cous-cous alla pantesca si sente l’eco della vicina Tunisia. Cent’anni fa molti contadini panteschi migrarono sulle coste del Nord Africa, e tornando portarono con sé alcune tradizioni che vennero però rivisitate: mentre in Tunisia il cous-cous è a base di carne di montone, quello pantesco si prepara con pesce fresco e verdure fritte. Una specialità locale dal tocco arabo!

Foto di Gessica Di Piazza

Anche il pesto pantesco (detto ammògghiu) è figlio di una commistione culturale: è, infatti, una rivisitazione del pesto genovese, e ci ricorda la presenza secolare del popolo ligure sull’isola. Si tratta di un condimento a base di pomodoro crudo, aglio, olio d’oliva, mentuccia, capperi, basilico e mandorle, che rende speciale un piatto di pasta, le bruschette o il pesce fresco.

I ravioli amari sono un’altra prelibatezza dell’isola, ma non fatevi ingannare dal nome: di amaro hanno ben poco. Ripieni di tumma (formaggio fresco ottenuto da latte vaccino appena munto) e foglie di menta, sono una vera delizia accompagnati con del sugo di pomodoro, conditi con burro e salvia o insaporiti semplicemente con sale, pepe e mentuccia.

L’insalata pantesca è un piatto semplice e al contempo un tripudio di sapori: preparata con patate lesse condite con olio, pomodori, cipolla cruda, capperi, olive e alici, con una spolverata di origano locale guadagnerà un posto d’onore nel vostro cuore e nelle vostre tavole.

Apriamo una dolce parentesi con un irresistibile dessert amato dai locali e dai visitatori: il Bacio Pantesco. Croccanti e friabili cialde fritte a forma di fiore, stella o ruota, ripiene di ricotta e, in alcune varianti, arricchite da scorze di limone e scaglie di cioccolato. Perfetto per regalarsi una pausa golosa e inebriante.

 

Foto di Elena Brignone

Un approfondimento speciale merita l’uva Zibibbo, dalla quale si ricavano il vino Zibibbo, il Passito e il Moscato, che possiamo considerare a ragion veduta nettari degli dèi. Narra la leggenda che per conquistare Apollo la dea punica Tanit, consigliata da Venere, si finse coppiera dell’Olimpo e sostituì all’ambrosia degli dèi il mosto delle uve di Pantelleria.
Una tradizione, quella dello Zibibbo, che parte più di 1000 anni fa da Capo Zebib, in Africa, per poi giungere a Pantelleria e guadagnarsi un posto d’onore tra i prodotti simbolo della sua generosa terra. La caratteristica pratica della vite dello zibibbo “ad alberello”, emblema di un’agricoltura tenace che ha saputo rendere fertile un terreno roccioso attraverso terrazzamenti e muretti a secco, ricavandone acini d’uva gustosi e succulenti, fa parte dal 2014 dei beni immateriali dell’Unesco.
Sospesa tra Italia e Africa, Pantelleria è un’isola feconda e ricca di meraviglie, ed è il luogo ideale per dedicarsi alla totale contemplazione della natura e dei suoi frutti.

Birra Artigianale delle Madonie Sicily

Nasce la Birra “Cristalli di Manna e Fiori di Frassino”

Comunicato Stampa

Pollina (PA), 8 luglio 2021 – È nata la birra “Cristalli di Manna e Fiori di Frassino”, una vera e propria “birra mistica”, come amano definirla i suoi stessi ideatori, che arriva direttamente dal cuore del Parco delle Madonie. Frutto dell’intuizione imprenditoriale di Peppe Genchi, Consulente di Marketing e appassionato di birre artigianali, e di Beppe Cassataro, imprenditore e cultore della Manna, è prodotta da Birra Artigianale delle Madonie, una giovane e promettente Start Up che promette di far parlare di sé nel firmamento delle migliori “bionde” artigianali siciliane.

 “Con questa birra abbiamo voluto riscoprire e celebrare la sacralità che da sempre lega l’uomo alla natura in un rapporto di scambio, quasi mistico, ma anche di profondo rispetto”, spiegano i due fondatori. “Abbiamo voluto fare un omaggio a quei contadini che dall’800 ad oggi hanno tramandato la tradizione della coltura della Manna e dell’incisione del frassino. Per quelle famiglie la Manna è stata pane perché ha generato un importante indotto sul Territorio, sempre nel pieno rispetto del ciclo naturale”.

Ingredienti antichi per un’eccellenza moderna

Nata dall’incontro di ingredienti antichi, unici per la loro appartenenza al comprensorio Madonita,  la birra “Cristalli di Manna e Fiori di Frassino” racconta la storia della Manna – prodotta dall’incisione del tronco degli alberi di frassino nelle sole zone di Pollina e Castelbuono (PA) Presidio Slow Food, nonché ingrediente di punta per i dolci della pluripremiata azienda dolciaria Fiasconaro e della cioccolata di Modica.
Un’eccellenza preservata anche grazie al Consorzio Manna Madonita, che dal 2015 ha riunito i produttori con la missione di dare continuità alla tradizione e di rafforzare la presenza del prodotto nel suo mercato di riferimento.

Un profilo sensoriale tutto da scoprire…

La Birra ai Cristalli di Manna e ai Fiori di Frassino è adatta a tutti i palati che abbiano voglia di osare con il giusto equilibrio e conquista anche gli intenditori grazie ad un profilo sensoriale tutto da scoprire. Di colore oro chiaro, dalla schiuma bianca generosa, si distingue per il suo perlage vivace, ricco di bolle fini e persistenti. Il suo aroma pulito è impreziosito da note di miele d’acacia e resine boschive, tratti distintivi della Manna e delle infiorescenze del Frassino. Al palato il corpo è medio, dal gusto rotondo, con un sentore amaro molto delicato che bilancia il retrolfatto della Manna. Il suo finale elegante sorprende per l’equilibrio fra rotondità e morbidezza.

Nell’etichetta un piccolo “Cameo” di Natura

Anche l’etichetta parla di Natura e lo fa grazie al talento creativo di Stefania Cordone, artista castelbuonese, che ha realizzato l’illustrazione dando vita ad un vero e proprio “Cameo” e a quello del designer Mariano Norata, che ne ha curato i dettagli grafici.

Produzione limitata

“La birra al momento – aggiunge Beppe Cassataro – sarà a produzione limitata. Sarà possibile acquistarla sul sito www.birradellemadonie.it, nei ristoranti, nelle birrerie e nei pub con i quali abbiamo stretto delle partnership eno-gastronomiche per valorizzarla insieme ai piatti e alla cucina madonita e siciliana, sia con una declinazione tradizionale che in una prospettiva più innovativa”.

La birra “Cristalli di Manna e Fiori di Frassino” è disponibile in bottiglie in vetro da 33 e da 75 cl.

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L’inchino al melone igp di Pachino

Articolo di Alessia Giaquinta   Foto di Samuel Tasca

Fresco, gustoso e dolcissimo.
Stiamo parlando di uno dei frutti più consumati nella stagione estiva: il melone, nelle sue numerose varietà.

Quello di Pachino, però, è una vera prelibatezza, oltre ad essere un’eccellenza del territorio siciliano. Insignito del marchio IGP con decreto del 2007, dopo un iter portato avanti dall’Associazione per la Tutela dei Prodotti Tipici di Pachino (ATPTP), il melone di Pachino è uno dei prodotti ortofrutticoli più commercializzati nei mercati regionali e nazionali.

Apprezzato per la sua particolare dolcezza e succosità, è ottimo per realizzare antipasti e dessert ma anche per frullati e bevande. I puritani del gusto, però, affermeranno che è solo attraverso la degustazione al naturale del frutto che si possono scoprire le essenze dello stesso. Allora, lasciamoci guidare dai sensi…

A vista, il melone di Pachino si presenta di colore arancio-salmone ed ha forma ovale o rotonda. Il tatto può imbattersi in una buccia liscia, retata oppure retata tipo “long life”.
Ma è solo dopo aver udito il “crack” dell’apertura che si può sentire la fragranza aromatica di questo frutto.

Amato da grandi e piccini, il melone di Pachino è dissetante, rinfrescante e con pochissime calorie!
Considerando che è composto principalmente da acqua ricca di sali, si classifica tra gli alimenti alleati della linea. Oltre ad essere ipocalorico, è ricco di antiossidanti, minerali e vitamine. Inoltre, il betacarotene limita i danni cellulari e favorisce la produzione di melanina (e dunque l’abbronzatura) contrastando l’invecchiamento della pelle.

La raccolta del melone di Pachino avviene nel periodo compreso tra maggio e luglio. Il frutto gode delle proprietà e delle caratteristiche sopra elencate grazie ad alcuni fattori indispensabili: la terra sabbiosa oppure calcarea e basaltica, un clima caldo e un’elevata esposizione alla luce. Viene coltivato in zone protette: sotto tunnel (arieggiati e con orientamento nord-sud per avere la massima esposizione solare) o in serra.
Il peso medio del melone si aggira tra 1 kg e 1,5 kg. Preferibilmente deve essere consumato dopo l’acquisto per gustarne appieno la freschezza. Una volta conservato in frigo va protetto in un contenitore perché facilmente assorbe gli odori degli altri cibi.

Che dire allora?
… Facciamo un inchino, al gustosissimo Melone IGP di Pachino!

anteprima sarde

La cucina del mare: i sardi ‘a Beccaficu

Articolo di Eleonora Bufalino

I piatti della cucina siciliana sono lo specchio di tradizioni antiche, che però continuano sino a oggi a inebriare di profumi e gusti i palati del suo popolo. Le sarde a beccafico sono un esempio di come la gastronomia della Sicilia sia legata alla storia di un’ isola che vive soprattutto delle bontà del suo mare.

Questo piatto tipico è molto rinomato nella cucina messinese, palermitana e catanese, ognuna delle quali con le proprie specificità che la caratterizzano e la rendono unica. La variante catanese delle sarde a beccafico è quella più “saporita”, perché al posto di essere cucinate al forno sono fritte nell’olio di semi o d’oliva. Ma partiamo dalla storia di questa deliziosa pietanza a base di pesce. Il nome del piatto deriva da un piccolo uccello appartenente alla famiglia dei Silvidi e diffuso in gran parte dell’Europa, chiamato “beccafico” e ghiotto di fichi, tanto da guadagnarsi appunto l’appellativo sulla base di questa peculiarità.

Nel XIX secolo i nobili siciliani li cacciavano in quanto la loro carne era considerata pregiata; così i cuochi delle famiglie aristocratiche li preparavano farcendoli delle loro stesse interiora e viscere. I beccafichi venivano serviti con le piume della coda rivolte in alto, in modo da poterli afferrare e gustare nel modo più comodo. Il piatto, gustoso e ricco di proteine, era però un bene di lusso per il popolo, che non poteva né cacciare né procurarsi quei nobili uccelli. Da qui nacque nella gente comune l’usanza di imitare la preparazione del piatto, sfruttando i doni più umili del mare, ovvero le sarde, un pesce che tutti potevano permettersi di reperire o pescare. La versione popolare, dunque, sostituisce il pesce all’uccello e vi è un ripieno di pan grattato e altri ingredienti al posto delle interiora dell’animale. Così, nel tempo, “le sarde ‘a beccaficu” sono diventate dei simboli culinari della cucina siciliana. Semplice e nutriente, ma soprattutto un piatto “povero” rappresenta uno dei fiori all’occhiello della tradizione culinaria dell’isola.

Nonostante le piccole differenze tra le varie cucine delle zone di Messina, Palermo e Catania, la parte preliminare è sempre uguale. Si parte, infatti, con la pulizia del pesce: le sarde vanno squamate, eviscerate, private della testa e delle lische e infine lavate e asciugate. La versione palermitana, la più diffusa, prevede poi la doratura del pan grattato, con aggiunta di aglio, prezzemolo, pinoli, uva sultanina, sale, pepe e olio d’oliva. Le sarde vengono poi arrotolate ad involtino, fermate con uno stuzzicadenti e infornate fino alla cottura, che si raggiunge circa mezz’ora dopo quando la panatura diventa croccante. A Catania si aumenta ancora di più il mix di sapori; le sarde non vengono arrotolate sulla loro farcitura ma disposte una sopra l’altra con il ripieno di pan grattato abbondante tra i due strati di pesce. Vengono poi impanate con dell’altro pan grattato e uovo e fritte in olio bollente. Inoltre, il sapore del caciocavallo rende il loro gusto ancora più inconfondibile. Servite insieme a vari contorni, sono perfette da mangiare calde ma anche fredde.

Le sarde a beccafico si trovano nei menu di ogni ristorante e trattoria siciliana e lasciano estasiati anche i turisti, che ritrovano i sapori del Mar Mediterraneo in una versione alternativa ma ben equilibrata di condimenti nostrani. Questo piatto non è solo uno dei più conosciuti della tradizione siciliana, ma è stato anche ufficialmente riconosciuto e inserito nella lista dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali italiani del Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali. Inoltre, rappresenta la capacità di inventiva, creatività e adattamento che contraddistingue i siciliani, i quali hanno saputo rielaborare un piatto inizialmente nobile ed elitario per renderlo alla portata di tutti.

 

anteprima gambero rosso

Il Gambero di Mazara del Vallo, il principe rosso che conquista gli chef

Articolo di Samuel Tasca

Aristaeomorpha Foliacea è il suo nome scientifico, ma tutto il mondo lo conosce con l’appellativo di gambero rosso di Mazara del Vallo. Nota a molti per i caratteristici vicoli della casbah, antico quartiere arabo dove il visitatore può perdersi tra i colori delle maioliche e le sue porte pittoresche, la cittadina della costa trapanese ha da sempre posseduto una cultura marinara. Ed è proprio nel suo porto, al termine di quei vicoli, che gli instancabili pescatori hanno nel tempo accostato la loro figura a quella di questo principe dei crostacei, associando il nome della città al prestigioso gambero rosso, creando così un binomio riconosciuto ormai in tutto il mondo. Il piccolo amico dei mazaresi, pescato nelle acque del Mediterraneo, è riuscito in questi anni a conquistare i più grandi chef stellati, che hanno saputo valorizzarne il sapore rendendolo, in breve tempo, uno dei protagonisti assoluti della loro cucina gourmet.

Ma cosa sappiamo di questo gambero dal colore inconfondibile?
Innanzitutto, nonostante il nome, il gambero rosso non proviene necessariamente dalla città di Mazara del Vallo. I pescatori che vivono della sua pesca partono ogni giorno dalla città trapanese, ma il crostaceo scarlatto viene pescato in realtà in tutte le acque del Canale di Sicilia, specialmente nella zona tra Cipro e la Turchia. Quindi, in realtà, il prelibato gambero, non solo non proviene esclusivamente da Mazara del Vallo, ma non è nemmeno del tutto siciliano. Eppure, in questi casi, ciò che fa la differenza non è tanto il punto specifico nel quale viene pescato, ma quanto, invece, questi pescatori si siano specializzati nella pesca e conservazione del crostaceo tanto da diventarne maestri indiscussi della sua lavorazione.

E se questa prima informazione ha leso un po’ le vostre certezze, quest’altra potrebbe davvero scuotervi: in realtà, solo i pescatori hanno il privilegio di poter assaggiare il vero gambero “fresco”. Per mantenerne inalterate le proprietà e il sapore, infatti, il gambero viene abbattuto, nella maggior parte dei casi, già a bordo dell’imbarcazione subito dopo averlo suddiviso per taglie che ne caratterizzeranno poi il prezzo di vendita.

Così, il piccolo abitante del Mar Mediterraneo è riuscito in pochi anni a diventare la star dei piatti stellati, apprezzato non solo per il peculiare e inconfondibile colore rosso vivo, ma soprattutto per il suo sapore molto dolce. Si dice che mangiare un gambero rosso di Mazara offra la sensazione di assaporare un boccone di mare. Proprio per questo il gambero viene spesso servito a crudo o utilizzato in tartare che permettono di valorizzarne al meglio il sapore. Inoltre, è spesso impiegato come elemento aggiuntivo di piatti più complessi, quali primi e secondi, offrendo con la sua carne bianca e succosa un validissimo alleato per la realizzazione dei piatti.

Avvicinandoci finalmente alla stagione estiva non possiamo dunque non consigliarvi una visita nella bella e suggestiva Mazara del Vallo. Una volta raggiunta, scegliete un posto che vi permetta di guardare il mare, magari in una fresca sera di giugno in cui la temperatura esterna è semplicemente perfetta. Proprio lì, accompagnati da un buon calice di vino bianco, lasciatevi conquistare dal suo color corallo e assaporate tutto il gusto del mare che solo un gambero rosso di Mazara può donare.

 

 

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“Scent of Zagara”: il nuovo travel video dedicato agli agrumi di Sicilia

di Samuel Tasca

La Sicilia non smette di stupire e approda ancora una volta sul web con un esuberante travel video intitolato “Scent of Zagara”. Un’iniziativa del Distretto Agrumi di Sicilia che vuole promuovere i sette itinerari presenti all’interno del progetto “Vie della Zagara” .

Un vero e proprio viaggio ritmato dalle note funky sicule della band catanese Jacaranda. Un itinerario che segue, appunto, il profumo della zagara (traduzione del titolo inglese); una donna che invita lo spettatore a seguirla attraverso le coloratissime immagini girate all’interno degli agrumeti nei territori delle eccellenze Dop, Igp e bio.

Tra queste: le IGP Arancia Rossa di Sicilia, Limone Interdonato di Messina, Limone di Siracusa e Limone dell’Etna; la DOP Arancia di Ribera e infine il presidio Slow Food del Mandarino di Ciaculli e la via del biologico, metodo di coltura che accomuna tutti gli agrumi col “bollino di qualità”.

Sono sette, infatti, gli itinerari strutturati in collaborazione con l’Associazione Gusto di Campagna, che contribuiranno a rilanciare il turismo siciliano non appena sarà possibile tornare a viaggiare.

«Questo video, che ho voluto con determinazione, è un dono alla filiera agrumicola ed in particolare a chi ha già imparato a coniugare i verbi dell’agricoltura con quelli del turismo: i più potenti attrattori economici dell’isola attraverso cui, a nostro avviso e non solo, passa la ripresa e il futuro post covid della Sicilia», sono le parole della Presidente del Distretto Federica Argentati (fonte QdS.it). «A queste imprese agrumicole multifunzionali, spesso rinvigorite dalla presenza di giovani che alla produzione affiancano attività di fattoria didattica e accoglienza nell’ottica del turismo lento e attento al viaggiatore, dedichiamo questo efficace strumento di promozione. “Scent of Zagara” è a disposizione anche delle istituzioni e di quanti lavorano per far conoscere, attraverso i sette itinerari degli agrumi siciliani DOP e IGP e BIO, l’immensa offerta di esperienze che, tra natura, cultura e buon cibo, svela un viaggio nella nostra terra».

“Scent of Zagara”, realizzato in collaborazione con la scuola di alta formazione Arces e il contributo non condizionato di The Coca-Cola Foundation, risulta essere uno spin-off di “Social Farming”, il progetto di inclusione sociale dedicato a soggetti deboli sul mercato del lavoro.

Il videoclip, che è un vero e proprio omaggio alla Sicilia, è stato diretto da Filippo Arlotta, con la sceneggiatura di Gianluca Reale e la direzione di produzione di Vera Leotta. Al suo interno, infatti, non solo gli agrumeti con i loro preziosi frutti, ma anche il barocco, la ceramica di Caltagirone, il folklore di Sant’Agata, le meravigliose coste e gli scorci delle principali città che vanno da Messina fino a Marzamemi. Un viaggio che non vorrete assolutamente perdere.

 

fave

Le fave, ambasciatrici della primavera

Articolo di Titti Metrico

Con l’arrivo della bella stagione esplodono i colori della natura e durante le passeggiate in campagna assistiamo a bellissime scene come quelle delle greggi al pascolo con vecchi pastori seduti su una grossa pietra a consumare il loro sano spuntino: pane, formaggio e fave. Li osservo per verificare se credono ancora alla leggenda secondo cui se si trova un baccello di fave con sette semi all’interno, si avrà una lunga e fortunata vita.

Il suo nome scientifico è Vicia faba o Faba vulgaris e appartiene alla famiglia delle leguminose. Le fave arrivano dall’Oriente, hanno origini antichissime, le consumavano già nell’età del bronzo e del ferro, ma le testimonianze più significative sul loro valore storico – antropologico appartengono all’epoca greco-romana. In molti mosaici pavimentali romani le fave sono raffigurate come pasti per i defunti, era abitudine usarle durante i riti funebri poiché si credeva che all’interno dei loro semi risiedessero i morti.

Nel Medioevo le fave furono definite “cibo rozzo” buono per sfamare gli animali, per concimare terreni o solo cibo per la gente povera, era diffusa l’abitudine di miscelare la farina di fave con quella cereale. Anche Plinio il Vecchio annota come questa miscela potesse essere consumata in un vasto ricettario assieme ad altri alimenti, questi piatti poveri divennero il simbolo dell’alimentazione monastica, mentre i ricchi mangiavano solo carne.

I nostri nonni si sono temprati mangiando legumi, immancabili sulle tavole dei contadini. Le fave rappresentavano la carne dei poveri, in quanto sostituiscono l’apporto proteico della carne, tanto che un detto popolare recita: «Favi e pisieddi a li puvirieddi”, ovvero fave e piselli ai poverelli.
Ancora oggi qualche nonna pratica la “muzzicatura” delle fave secche: era un vero e proprio rituale eseguito dalle donne, che ritmicamente le sgusciavano sedute davanti casa, battendole con un ciottolo sulla “chianca” (fianco, ndr). Una volta “muzzicate” le fave erano lasciate a bagno e poi con l’antica sapienza contadina preparavano a “pasta cò maccu” che può essere preparata sia con fave secche sia fresche.

In antichità considerato “il piatto del buon auspicio” veniva offerto dai proprietari terrieri al termine del raccolto a tutti i contadini per festeggiare la fine dei lavori.

Le fave contengono numerose sostanze nutritive e apportano numerosi benefici alla salute. Sono un alimento con un ottimo apporto di fibre, proteine e, soprattutto, di sali minerali come il fosforo, il ferro e il potassio.

 

La pasta cò maccu ri favi

La purea densa di fave, u maccu, è uno dei piatti tipici della cucina siciliana povera preferito dai contadini siciliani. Nonostante sia un piatto rinomato e preferito in tutta la Sicilia sembra che la ricetta sia nata nella zona di Agrigento o di Ragusa, dove ancora oggi viene servito a tavola durante tutto l’anno, soprattutto durante l’inverno. La pasta cò maccu rappresenta anche il piatto tipico della festa di San Giuseppe.

INGREDIENTI

  • 500 gr. di fave secche o fresche senza buccia
  • 1 mazzetto di finocchietto selvatico
  • 1 costa di sedano
  • 1 cipolla bianca
  • 200 gr. di spaghetti spezzettati, tagliatelle o altra pasta corta
  • 4 cucchiai di olio extravergine di oliva
  • sale q.b.
  • pepe q.b.

PREPARAZIONE

Lasciate le fave a bagno in una ciotola con acqua fredda per una notte, il giorno dopo sciacquatele e tenetele da parte. Tritate sedano, cipollotto e carota e fateli soffriggere in un tegame con olio di oliva. Una volte cotte, aggiungete le fave e il finocchietto tagliato a pezzetti. Fate insaporire qualche istante mescolando bene con un mestolo di legno in modo che non aderisca al fondo del tegame. Dopo aver aggiunto acqua abbondante, fate cuocere a fuoco lento per alcune ore. Una volta ottenuta una crema densa delle fave aggiungete la pasta che preferite. Quando la pasta è cotta togliete dal fuoco e impiattate. Per completare il piatto aggiungente un filo d’olio extravergine di oliva, il pepe nero e il finocchietto selvatico. Una vera delizia per il palato.

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Lo Zibibbo – L’oro di Pantelleria

di Omar Gelsomino e Titti Metrico   Foto di Milena Ippolito

Dalla terra, dal sole e dal lavoro umano ecco nascere un’altra eccellenza siciliana. Nella Perla Nera del Mediterraneo, così come chiamiamo Pantelleria, si coltiva lo Zibibbo. Conosciuto anche come Moscato d’Alessandria, lo Zibibbo vanta una storia millenaria e il legame unico e indissolubile con l’isola.
Importato probabilmente dall’Egitto, il suo nome sarebbe da ricondurre secondo alcuni autori a Capo Zebib in Africa da cui risale la dominazione araba, oppure da Zaibib cioè uva essiccata. In ogni caso, la certezza assoluta, è che Zibibbo è il vitigno e il vino Doc. Sarebbero stati i Fenici a trapiantarlo e i Saraceni a tramandarne la coltivazione. Si narra che durante la dominazione araba lo Zibibbo sopravvisse facilmente alle restrizioni religiose perché conservarono il diritto di coltivare questa varietà principalmente per appassirne i frutti, indispensabili alle gustose preparazioni culinarie, ma non disdegnavano di fare e bere del buon vino.

Nonostante fosse vietato dai principi religiosi, era ben tollerato, come dimostrano un’illustrazione conservata al Museo Salinas di Palermo, raffigurante il Fondaco dello Zibibbo e numerosi poemi medievali siculo-arabi. Il paesaggio pantesco, su cui si stagliano i ‘dammusi’, è infatti caratterizzato dalla coltivazione della vite, una viticoltura eroica per certi versi, in cui l’uomo ha saputo integrare e fondere le asperità della natura con la qualità eccellente di un prodotto. L’unico tipo di coltivazione possibile è proprio l’alberello basso, la cui piantina cresce in una conca, cioè in una buca nel suolo di terra lavica, per proteggerla dallo scirocco sferzante dal mare che modella la terra e dalla salsedine e trattenere l’umidità, tanto che l’uomo per praticare la coltivazione dell’uva ha addolcito i pendii realizzando dei terrazzamenti attraverso dei muretti a secco con pietre vulcaniche. Il caldo africano, l’assenza di piogge e il vento continuo fanno sì che l’uva presenti una forte concentrazione zuccherina.


Il metodo di coltivazione millenario, la produzione e la qualità dell’uva sono stati fondamentali per l’inserimento nel 2014 da parte dell’Unesco della Vite ad alberello di Pantelleria tra i Beni immateriali dell’Umanità. Da questo vitigno si producono il Passito di Pantelleria, che ha ottenuto la Denominazione di Origine Controllata nel 1971 e di cui esiste persino un disciplinare; il Moscato e lo spumante.

Ricche di proprietà organolettiche le uve Zibibbo sono tardive, poiché vendemmiate a fine settembre, e sono anche da appassimento. Una volta imbottigliato si presenta con il suo colore giallo dorato dai riflessi ambrati, il cui profumo è fruttato ed aromatico che ricorda i fiori secchi e la frutta matura, con sentori di arancia candita, del dattero, del miele, dell’uva passa. Cremoso al palato, imperlato dalla dolcezza della confettura e del miele e impreziosito da una nota agrumata. Conservato ad una temperatura di circa 10°- 15° C è ideale per accompagnare crostacei, ricci e piatti di pesce in genere, così come i formaggi piccanti o erborinati, ma l’abbinamento migliore è sia con la piccola pasticceria che la grande pasticceria, con i dolci della tradizione siciliana (cassata, cannoli, paste di mandorla), con dessert secchi o con gelati al pistacchio. Un’altra eccellenza siciliana, dal colore dorato e cremoso al palato, apprezzata in tutto il mondo.

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Le antiche mele dell’Etna – Eccellenze Slow Food che guardano al futuro

di Patrizia Rubino   Foto di Mattia Misseri di Panischittu

Sino alla fine degli anni ’60 le mele dell’Etna, una ventina circa di specie autoctone, rappresentavano il fiore all’occhiello della produzione frutticola siciliana; le coltivazioni situate tra gli 800 e i 1500 metri d’altitudine, il clima favorevole e la natura vulcanica del terreno assicuravano a questi frutti una fragranza invidiabile e un sapore ben definito. Con il passare del tempo, però, le colture dei meleti etnei furono progressivamente abbandonate perché non più redditizie, sia a causa della crisi del comparto che colpì tutto il Paese, sia per l’introduzione massiva sul mercato di altre varietà di mele. Oggi si conta un numero esiguo di produttori delle cosiddette antiche mele dell’Etna, che hanno caparbiamente cercato di scongiurarne l’estinzione continuando a coltivarle esattamente come centinaia di anni fa, secondo i criteri di un’agricoltura biologica, in assoluto equilibrio con l’ambiente.

Un percorso virtuoso che ha portato questa eccellenza agroalimentare nel gennaio 2016 a conquistare la prestigiosa certificazione di Presidio Slow Food, la grande associazione internazionale no profit, presente in 150 Paesi del mondo che s’impegna per un’alimentazione buona, pulita e giusta, basata sulla biodiversità, sul rispetto del territorio e della cultura locale. Le mele che hanno ottenuto il riconoscimento sono diciannove. Le varietà sulle quali si punta maggiormente sono: la Mela Gelato, di colore verde brillante, si chiama così perché con le basse temperature gela dentro e fuori, ma la sua polpa conserva intatti gli zuccheri; la Mela Cola, il nome deriva da colui che la innestò pare circa 200 anni fa, è di piccole dimensioni ma anch’essa molto gustosa; e la più apprezzata la Mela Gelato Cola, un innesto spontaneo tra gli alberi delle due precedenti, la buccia è di color giallo paglierino, il profumo intenso e un gusto dolce e aromatico.
Se queste “antiche mele” oggi possono guardare ancora al futuro si deve soprattutto all’impegno della Cooperativa Agricola Zaufanah, costituita da un gruppo di proprietari terrieri principalmente del territorio di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, fortemente motivato a salvaguardare questo importante patrimonio dell’Etna. «Nel 2012 – racconta Matilde Riccioli, vice presidente di Zaufanah – quando insieme al nostro compianto presidente Alfio Leonardi, abbiamo creato la cooperativa, il nostro primo obiettivo era il rilancio degli antichi meleti. Il riconoscimento di Presidio Slow Food, ottenuto grazie anche al fattivo sostegno dell’Ente Parco dell’Etna, è una grande opportunità non solo per gli operatori diretti, ma per tutto il nostro territorio. Le mele Gelato Cola – aggiunge – rappresentano una nicchia d’eccellenza, apprezzate in tutta Italia e all’estero, non subiscono trattamenti e vengono ancora oggi raccolte manualmente e conservate negli antichi magazzini in pietra lavica, e non in celle frigorifere che producono gas».

Le meline, come vengono chiamate per le loro piccole dimensioni, sono estremamente versatili; sono utilizzate, infatti, oltre che per la realizzazione di gustose confetture, per i gelati, le torte ma anche nelle preparazioni di insalate, risotti e persino in sostituzione delle melanzane in una particolare versione della caponata.

«Il nostro progetto, così come lo aveva pensato Alfio Leonardi – spiega Riccioli – non si limita solo alla salvaguardia dei meleti, ma prevede la promozione di un turismo rurale che ruota intorno ad essi. Con il ripristino degli antichi sentieri per trekking e alla realizzazione di rifugi con aree attrezzate, ricavati dalle costruzioni in pietra lavica, dove ancora oggi vengono riposte le mele per portarle alla giusta maturazione. Attualmente abbiamo due rifugi funzionanti: Casa del Noce e rifugio del Monte Zoccolaro, visitati ogni anno da molti turisti soprattutto stranieri, ma stiamo lavorando per ampliare l’offerta. La valorizzazione del nostro territorio crediamo possa essere una grande opportunità per il futuro dei nostri giovani».