La Sicilia dei Florio

Articolo di Alessia Giaquinta

Quella dei Florio è la storia di una delle famiglie “più ricche d’Italia” che, in maniera unica ed eccezionale, ha contribuito a rendere grande il nome della Sicilia, diventando protagonista indiscussa del panorama economico e culturale siciliano tra il XIX e XX secolo.

Tutto ebbe inizio nel 1783 col terribile terremoto che scosse la Calabria meridionale. La famiglia Florio, che viveva a Bagnara Calabra, come tanti altri conterranei, decise di approdare in Sicilia, a Palermo, per mettere al sicuro le proprie attività. Paolo qui aprì, in via dei Materassai, la stessa attività che gestiva a Bagnara: un negozio di spezie e prodotti coloniali e, in special modo, di chinino (rimedio usato per combattere la malaria). Fu così che, in poco tempo, l’attività divenne tra le più floride di Palermo, ponendosi alla base di un impero commerciale ed economico che la generazione dei Florio avrebbe realizzato pienamente negli anni a venire.
Nel 1820 nacque il marchio distintivo: la vecchia insegna della drogheria fu sostituita da un bassorilievo di legno ad opera dello scultore Quattrocchi. L’immagine scolpita è un leone che, d’allora innanzi, sarà il simbolo identificativo dei Florio.

Paolo morì nel 1807 lasciando al figlio Vincenzo, di appena 7 anni, un’affermata attività da gestire e un patrimonio economico di spicco. In soccorso di Vincenzo (vista la tenera età), lo zio Ignazio condusse gli affari e puntò sul giovane perché fosse istruito e crescesse nel migliore dei modi.
Quando lo zio Ignazio morì, nel 1827, Vincenzo non ebbe alcuna difficoltà a prendere le redini dell’attività commerciale avviata dal padre, anzi, s’impegnò ad accrescerne la fama oltre che investire su numerosi altri settori quel capitale familiare frutto di sacrifici e sagacia.
Fu così che Vincenzo s’interessò alla produzione e lavorazione del tabacco, alla coltivazione del cotone (realizzò la prima filanda a Palermo), alla produzione e commercializzazione del cognac e del vino Marsala (fino ad allora erano stati gli inglesi, ed in particolare i Woodhouse e gli Ingham ad occuparsi di questo), allo zolfo grazie allo sfruttamento delle miniere e alla fabbricazione di acido solforico, ottenendo il monopolio dal governo borbonico.

Ma è con il mare che Vincenzo stringe un’importante alleanza. Egli, infatti, comprese quanto vantaggio si potesse trarre sfruttando quello che è un collegamento naturale tra le terre e, allo stesso tempo, fonte di sostentamento attraverso la pesca.
Vincenzo allora prese in affitto le tonnare delle Isole Egadi (già lo zio Ignazio aveva avuto in affitto quella di Vergine Maria e di San Nicola, nei pressi di Palermo) dove diede impulso all’industria conserviera della pesca e al commercio del tonno. A lui si attribuisce il sistema di conservazione del tonno sott’olio e l’introduzione della pesca a reti fisse.

Famosa è la tonnara dell’Arenella, acquistata nel 1830, e conosciuta come “I Quattro Pizzi” in riferimento alle guglie neogotiche che la sovrastano. Qui i Florio erano soliti trascorrere i fine settimana e accogliere personaggi illustri provenienti da tutto il mondo. Tra questi, la zarina di Russia che rimase talmente colpita dalla bellezza del posto da farne riprodurre fedelmente uno uguale nella sua residenza estiva vicino San Pietroburgo. In memoria di Palermo, lo chiamò: “La Renella”.

Non è allora difficile capire in che modo, i Florio – da Paolo alle generazioni successive – portarono alto il nome dell’isola. Ebbene sì, perché è grazie a loro che la Sicilia vanta la prima compagnia di navi a vapore del mondo, la “Società dei battelli a vapore siciliani” che garantiva i collegamenti tra Palermo, Napoli e Marsiglia.
E non solo: la nascita della prima industria metallurgica in Italia “Orotea”; l’esposizione nazionale a Palermo nel 1891 con lo scopo di invogliare l’imprenditoria estera ad investire nel capoluogo; la costruzione del Teatro Massimo, uno dei più grandi teatri lirici del mondo; la “Targa Florio”, la corsa d’auto più antica…

Erano altri tempi, quelli dei Leoni di Sicilia, i Florio!

 

Una moneta celebra le eccellenze siciliane

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato

L’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato ha presentato la nuova collezione numismatica 2021 composta di 15 monete. Le tematiche rappresentano la nazione intera: oltre alle monete dedicate alle professioni sanitarie impegnate nell’emergenza pandemica, allo sport, alla scienza, alla natura, alla musica con Ennio Morricone, nella serie numismatica “Cultura Enogastronomica Italiana – Sapori d’Italia” c’è una moneta da 5 euro raffigurante due cannoli siciliani e un calice di Passito, in buona compagnia con quella dedicata all’Emilia Romagna, al suo tortellino e al Lambrusco.

La moneta celebra la Sicilia dolce, artigiana, le eccellenze di una terra vocata all’enogastronomia apprezzata nel mondo. Sul fronte sono raffigurati i simboli della nostra isola: due cannoli siciliani decorati con arancia e pistacchio, un bicchiere di Passito in primo piano su una decorazione tipica della ceramica di Caltagirone e una colonna tortile barocca con capitello corinzio ispirata all’interno della Chiesa Madre di Palazzolo Acreide. Nella composizione, ad arco, le scritte “Repubblica Italiana” e “Sicilia”, separate da un’ onda del mare stilizzata; in basso, a destra, il nome dell’autore “Colaneri”.

Sul rovescio, invece, altri elementi rappresentativi della nostra isola: Tempio della Concordia della Valle dei Templi di Agrigento, il Teatro Antico di Taormina stilizzato, un ramo di mandorlo, un’onda del mare e la Triscele, testa femminile con tre gambe piegate, chiamata anche Trinacria, simbolo della Sicilia e parte integrante della bandiera siciliana. In alto, a giro, la scritta “Sapori d’Italia” e il valore “5 Euro”; a sinistra, “R”, identificativo della Zecca di Roma; in basso, anno di emissione “2021”.

Una moneta che non fa altro che risaltare le eccellenze della tradizione, della pasticceria e dell’ enogastronomia siciliana, con i suoi prodotti simbolo della cultura e della nostra storia. «Alla Zecca dello Stato va l’apprezzamento mio personale e del governo della Regione per aver voluto celebrare la Sicilia attraverso i simboli di eccellenza della nostra tradizione e cultura millenaria – ha commentato il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci -. Questo periodo di pandemia ha messo a dura prova due settori produttivi, come quello dell’enogastronomia e del turismo, strategici per l’economia dell’isola. Ma riconoscimenti come questo devono spronarci a fare ancora di più e meglio affinché, passato l’incubo del Covid, la Sicilia possa tornare a essere protagonista, ritagliandosi un ruolo di primo piano al centro del Mediterraneo».

Il cannolo è già menzionato da Cicerone durante un suo viaggio in Sicilia perché ne fu conquistato dal gusto, tanto da descriverlo come un “Tubus farinarius dulcissimo edulio ex lacte fartus”, ovvero un tubo di farina ripieno di morbida crema di latte. Il Passito è un vino liquoroso ottenuto da uve Zibibbo (che deriva dalla parola araba zabīb che significa “uva secca”) sottoposte a disidratazione, quello più conosciuto è il Passito di Pantelleria che nel 1971 ha ottenuto la Denominazione di Origine Controllata. La ceramica di Caltagirone rinomata in tutto il mondo viene immortalata per la prima volta immortalata su una moneta ufficiale della Repubblica Italiana, così come il Tempio della Concordia della Valle dei Templi di Agrigento. Per non parlare dell’importante testimonianza barocca custodita all’interno di una chiesa di Palazzo Acreide, tra le città tardo barocche del Val di Noto inserite dall’Unesco nella lista del Patrimonio dell’Umanità nel 2002. Una nuova opportunità per la promozione dell’isola e delle sue tradizioni non solo enogastronomiche. Un’occasione per rilanciare ancora una volta le bellezze della Sicilia, far scoprire il suo infinito patrimonio artistico, storico e culturale come richiamo turistico trasformandolo in fattore di crescita e sviluppo.

“Conversazione in Sicilia”, a 55 anni dalla scomparsa di Elio Vittorini

Articolo di Eleonora Bufalino

Quale miglior periodo per dedicarsi alla lettura di autori e autrici della nostra terra, che sono come perle preziose in un oceano ricco di talento e genio. Tra questi vi è Elio Vittorini, scrittore, traduttore e critico letterario, di cui a febbraio ricorre il 55esimo anniversario della sua scomparsa. Vittorini nacque a Siracusa e della sua Sicilia iniziò ben presto a conoscerne i luoghi grazie al lavoro del padre, ferroviere. Incline sin da giovane alla letteratura e al giornalismo, fu definito fascista “di sinistra”, dal momento che non si piegò mai del tutto al regime, ma anzi in seguito partecipò attivamente alla Resistenza. La passione per la scrittura non lo abbandonò né durante i periodi più movimentati della sua vita, né alla fine, quando colpito da un male incurabile, si spense a Milano nel 1966.

L’ eredità lasciata da Elio Vittorini è tra le più originali del secolo scorso; uno stile letterario che oscilla tra il reale e il simbolico e in cui si mescolano vari toni, le espressioni ermetiche ma anche quelle del parlato semplice. “Conversazione in Sicilia” è il romanzo che ingloba tutto questo; memoria e fantasia, gli elementi del treno e del viaggio che tornano a evocare i ricordi dell’infanzia, umorismo e tragedia. Il romanzo si compone di cinque parti e venne prima pubblicato a puntate dalla rivista letteraria “Letteratura” e nel 1941 in un unico volume per la Bompiani. Lo scrittore siracusano descrive una Sicilia che appare come una fotografia: le terre aride, l’odore di zolfo delle miniere dell’ entroterra, i fichi d’India ai lati dei binari del treno, le rappresentazioni teatrali nella sala d’aspetto di una piccola stazione ferroviaria, deserta la notte.

Il protagonista del romanzo, stabilito ormai da anni nel Nord Italia, decide di mettersi in viaggio verso la sua terra d’origine, la Sicilia appunto, mosso da una lettera del padre in cui gli rivela di aver lasciato la madre, andando via di casa. Per Silvestro Ferrauto, tipografo e intellettuale, inizia il viaggio verso Sud, tra ricordi, nostalgia e un vago senso di inquietudine. Riguardo l’identità del viaggiatore è lo stesso autore a precisare che il racconto non è autobiografico. Inoltre, la stessa Sicilia che Vittorini dipinge «è solo per avventura Sicilia; perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela». Il viaggio attraversa tutto lo stivale e così gli odori, i sapori, le luci, i paesaggi si fanno sempre più vividi; il titolo del romanzo prende forma e comincia quella conversazione che dà un senso alle pagine. Il protagonista s’imbatte in una serie di incontri, alcuni così strani e surreali, che lo rallegrano, stupiscono, commuovono. Finalmente Silvestro riabbraccia la madre ed è subito un ritorno alle origini, a una memoria lontana che scuote le corde dell’anima ma allo stesso tempo riporta alla realtà. Il protagonista resta in Sicilia tre giorni e “conversa” con molte persone; ciascuna di loro porta con sé storie, errori e contraddizioni. Tutte umanità sofferenti, alla ricerca del senso profondo dell’esistenza: l’arrotino, il proprietario della taverna, il venditore di stoffe.

Sono possibili due diverse chiavi di lettura dell’ opera: la prima è quella che fa pensare a un sogno o un’allucinazione; interpretazione che spiegherebbe la mancanza di un filo conduttore tra gli incontri del protagonista, i dialoghi ripetitivi, le situazioni bizzarre ed estranee da ciò che il mondo della letteratura aveva proposto fino ad allora. Un’altra interpretazione invece vede nel romanzo una critica celata al fascismo, attraverso simboli ed immagini mascherate, in modo da non incorrere alla censura. Un significato, quindi, in cui personaggi e luoghi hanno significati che vanno oltre l’apparenza.

Gli umili che l’autore fa parlare nel suo libro non sono più solo specchio della Sicilia povera e arretrata, in puro stile verghiano, ma di tutti coloro che soffrono ma non si arrendono e proprio per questo sono più umani e sensibili degli altri.

Mario Fiasconaro, la sfida della terza generazione Fiasconaro

Articolo di Titti Metrico Foto di Studio Fotografico Di Stefano

Natale è ormai alle porte. La pandemia probabilmente renderà l’atmosfera della festa un po’ meno magica, ma questo sicuramente non ci impedirà di avere sulla tavola il dolce principe del Natale, il panettone e in particolare il panettone che profuma di Sicilia. Da tre generazioni a Castelbuono, un’incantevole cittadina medievale nel cuore del Parco delle Madonie, la famiglia Fiasconaro produce con sapienza artigianale il famoso dolce. Il capostipite di questa famiglia di pasticceri è stato don Mario, che fondò l’attività nel 1953. Allora, in mancanza dei frigoriferi, per realizzare le sue deliziose granite agli agrumi e alle mandorle, don Mario si recava in groppa al mulo a prendere il ghiaccio nelle “niviere” delle Madonie. La passione per la pasticceria venne tramandata ai figli Fausto, Martino e Nicola. Quest’ultimo, con grande umiltà, tra studio, ricerca e curiosità, ha fatto conoscere l’azienda Fiasconaro in tutto il mondo, permettendole di essere premiata da Intesa San Paolo come “Impresa Vincente 2020”.
Una breve narrazione per introdurre l’ultimo rappresentante della tradizione familiare, Mario, nipote dell’omonimo fondatore dell’attività.
A soli ventotto anni Mario Fiasconaro è già un talento della pasticceria Made in Italy.
Ha ricevuto l’attestato di pasticcere presso la Scuola di cucina di alta formazione CAST Alimenti di Brescia. In seguito ha affinato la sua formazione al La Pergola Rome Cavalieri, l’unico ristorante di Roma con tre stelle Michelin, assumendo il ruolo di addetto alla produzione dei dolci. Si è anche recato negli Stati Uniti per un’importante esperienza formativa al Bruno’s Bakery and Restaurant come Pastry Chef.
Dal 2017 è responsabile, nell’azienda di famiglia, della produzione di dolci tipici da ricorrenza, quali panettoni e colombe pasquali al fianco del padre Nicola, pluripremiato Maestro Pasticcere e Cavaliere del lavoro, dal quale ha ereditato una forte vocazione per la pasticceria tradizionale siciliana, per la costante ricerca delle migliori materie prime sul territorio e per le tecniche di preparazione più innovative.
È apparso anche in programmi televisivi come “Detto Fatto” condotto da Caterina Balivo su RAI2 e “Eat Parade” rubrica del TG2 con Bruno Gambacorta. Nonostante ciò Mario è rimasto un ragazzo umile e educato, quasi un giovane d’altri tempi. Scopriamo qualcosa di più.

Cosa ti appassiona?
«La mia passione più grande sono i dolci ovviamente, il mondo della pasticceria. Mi capita di trovarmi solo in laboratorio, quello è per me un momento in cui provo nuove ricette, sperimento nuove combinazioni e mi cimento nel realizzare dolci che solitamente non faccio, ma che immagino possano soddisfare i palati più esigenti. Nel tempo libero mi piace viaggiare, conoscere nuovi luoghi, scoprire culture e tradizioni».

Che cosa significa per te essere un Fiasconaro?
«Una grande responsabilità! Portare il nome di mio nonno m’inorgoglisce e mi spinge a fare sempre del mio meglio, come persona e come professionista. Lui era un uomo di forte personalità che ha saputo trasmettere ai suoi figli e a noi nipoti valori importanti, sia in ambito lavorativo sia nella vita di tutti i giorni. Il rispetto verso le persone e verso le materie prime, l’onestà e l’umiltà. Tutti principi che l’azienda ha sempre cercato di trasmettere ai propri collaboratori per crescere insieme e perseguire gli stessi obiettivi».

Hai mai pensato di lasciare la Sicilia?
«Andare via dalla Sicilia per un giovane come me che ha voglia di imparare, ha fame di conoscere è di fondamentale importanza. Andare via sì, per poi ritornare con tutto il bagaglio di esperienze e di informazioni che permettono di realizzare ciò in cui più si crede, cercando di adattare il proprio progetto alla realtà in cui si vive. Questo è un consiglio che mi sento di dare ai giovani».

Progetti per il futuro?
«L’azienda Fiasconaro sta investendo in nuovi progetti come il nuovo HUB agroalimentare, che prevede l’ampliamento del sito produttivo e l’incremento di nuove tipologie di prodotti lievitati da forno. Questa nuova avventura mi coinvolge in prima persona per la ricerca e lo sviluppo di prodotti nuovi che speriamo di poter lanciare presto sui mercati italiani e non solo».

Qual è il panettone che più ti rappresenta?
«Il panettone tradizionale è il panettone per antonomasia, il vero gusto della tradizione, il dolce lievitato da ricorrenza riconosciuto nel mondo. La nostra produzione è variegata e siamo alla continua ricerca di nuovi gusti per cercare di soddisfare e conquistare i palati più esigenti, ma non bisogna mai dimenticare il gusto della tradizione, l’originale».

Ecco alcuni dei riconoscimenti ricevuti da Mario:
Nuove Generazioni, la tradizione che si tramanda, VII edizione della Fiera Nazionale del Panettone e del Pandoro 2015 a Roma;
Premio Castelbuono Giovani emergenti 2018;
Giovani di Best in Sicily 2019 a Catania;
Medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Cucina 2020 a Stoccarda come Pastry Chef del Culinary Team Palermo.

Ritorna MIZZICA, la radio che stuzzica!

Comunicato Stampa

Dopo il successo della passata stagione che ha segnato il ritorno di MIZZICA a Radio Studio Centrale, si riparte alla grande per una nuova edizione che come sempre non mancherà di divertire, intrattenere e – perché no! – fornire qualche interessante spunto di riflessione.
«Mizzica è un talk variety che piace alla gente.» dichiara Ruggero Sardo, il conduttore storico ed ideatore del format insieme con Giovanni Di Prima «Probabilmente piace perché riusciamo ad abbracciare un pubblico molto vasto e ad essere “un po’ di tutto”: intrattenimento, divertimento, leggerezza ma anche approfondimento di temi seri ed attuali». 

La formula che piace al vastissimo pubblico radiofonico prevede una miscela esplosiva fatta di tanta attualità, tante risate, tanto intrattenimento. Le riflessioni spesso politicamente scorrette di Gianluca Barbagallo, i personaggi esilaranti di Plinio Milazzo e le “telefonate impossibili” con le voci di Ruggero garantiscono un mix ad alta comicità, senza mai scadere nel volgare o nel banale; ciliegina sulla torta le gustosissime interviste con i grandi nomi dello show biz, organizzate dalla spumeggiante Manuela Santanocita che negli anni si è ritagliata un importante spazio ironico con i suoi consigli tra il serio e il faceto.

MIZZICA la radio che stuzzica, un contenitore che ogni giorno diverte, intrattiene, fa compagnia alle numerosissime famiglie di ascoltatori che interagiscono, esprimono le loro opinioni, diventano sempre più protagoniste. In diretta dal Parco commerciale Le Zagare in San Giovanni la Punta (CT), dalla avveniristica postazione Primamusica Multimedia Project, MIZZICA è un format prodotto da Primamusica Produzioni Artistiche che ancora una volta fa centro, riuscendo a coniugare alla perfezione qualità artistica e capacità organizzativa.

«Tante le novità di quest’anno!» dichiara Giovanni Di Prima, produttore del programma «Una su tutte la nostra nuova postazione che ci permetterà ancora di più di essere tra la gente, dando anche un’importante opportunità di ascolto a tanti artisti emergenti siciliani. Sicuramente uno sforzo produttivo imponente e temporalmente lungo, ma a noi queste sfide piacciono.»

L’appuntamento quindi dal 5 ottobre su RSC dalle 12 per una nuova emozionante stagione di MIZZICA!

Raccontare la Sicilia migliore, ne ha fatto una mission Ruggero Sardo. E, nel racconto di un’isola di selvaggia bellezza e anelante di speranza, lo showman catanese racconta di sé: la veste inedita di un uomo, la cui impenetrabile riservatezza è direttamente proporzionale all’estro e al brio con cui il noto conduttore televisivo e radiofonico accompagna le sicule giornate ormai da anni.
Aplomb divertito ma elegante, mai volgare per il gusto di esserlo, da vero gentleman del palcoscenico, Ruggero Sardo ritorna con una frizzante incursione nel mondo della radio, ed è subito Mizzica, il programma giornaliero, prodotto da Primamusica, dove intrattenimento, buone notizie, curiosità e tanto divertimento fanno da contraltare a una società disillusa che cerca sempre
più di morderci il cuore. Dalle frequenze di Radio Studio Centrale, Ruggero Sardo traghetta gli ascoltatori siciliani da mezzogiorno alle quattordici, accompagnato dalla irriverente comicità di Gianluca Barbagallo e Plinio Milazzo, e dalla peperina Manuela Santanocita.

«Noi, che siamo operatori della comunicazione, strizziamo l’occhio al varietà, allo spettacolo… dobbiamo cercare di portare nelle case il buonumore, la leggerezza, la positività. Questo non vuol dire essere anacronistici, ma raccontare, soprattutto ai ragazzi, le storie di altri ragazzi che hanno coronato il proprio sogno, con lo studio, la dedizione, la competenza… credo sia il modo migliore di esportare la Sicilia migliore.»

‘Targa Florio’ diventa bene di interesse culturale. Samonà: “Il brand rimane in Sicilia”.

Archivio Museo Storico dei Motori e dei Meccanismi | Collezione G. Inglese

 

Comunicato Stampa

L’Assessorato regionale dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana con proprio decreto ha apposto il vincolo culturale al marchio “Targa Florio”, dichiarandolo – unitamente alle testimonianze materiali costituite da ventidue targhe premio in bronzo e trecento fotografie storiche depositate presso l’ACI di Palermo – bene di interesse culturale particolarmente importante. La Targa Florio, proprio per l’alto valore storico riconosciuto, dal 26 giugno 2009 è già iscritta nel registro delle Eredità immateriali della Regione siciliana al n. 129 del libro delle celebrazioni.

un risultato raggiunto in tempi celeri e in assenza di precedenti a livello nazionale, che ha potuto contare sull’azione rapida e coordinata della Sovrintendente di Palermo, Lina Bellanca, della Direttrice del Centro Regionale Catalogo, Selima Giuliano e del loro staff.

“Il marchio Targa Florio appartiene alla Sicilia – dichiara con orgoglio l’assessore Alberto Samonà – ed è profondamente radicato nella memoria di tutti, tanto da essere diventato elemento fortemente identitario dell’Isola. Il “Brand Targa Florio” rimane in Sicilia. Questa la rassicurazione che posso dare a tutti, dopo che l’assessorato regionale dei beni Culturali e dell’identità Siciliana ha apposto il vincolo di interesse culturale, che al momento rimane unico nel suo genere in Italia. Da oggi e per il futuro, quindi, l’uso del marchio Targa Florio rimarrà strettamente connesso al territorio siciliano, subordinando eventuali utilizzazioni alla portata culturale e storico-sportiva del suo prestigioso nome. Un provvedimento importante che il Governo Musumeci ha ritenuto di dover assumere proprio per sottolineare come il marchio Targa Florio sia connesso inscindibilmente alla Sicilia”.

Il “Brand” e i beni materiali ad esso collegati saranno, pertanto, sottoposti a precise prescrizioni che ne vincoleranno l’uso. Per quanto riguarda le manifestazioni sportive denominate “Targa Florio” queste dovranno essere disputate esclusivamente sul territorio siciliano sotto l’egida organizzativa dell’Automobile Club Palermo. Possibili gare sul territorio nazionale e/o estero potranno essere consentite solamente dietro autorizzazione del Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana e, in ogni caso, essere presentate come “Tributo alla Targa Florio”, quale forma esclusivamente celebrativa della storica gara.

L’Assessorato dei Beni Culturali vigilerà anche sugli aspetti relativi all’utilizzazione commerciale del “Brand Targa Florio”: il marchio, infatti, potrà essere utilizzato solo se le iniziative saranno coerenti e compatibili con il valore culturale del marchio.

Per quanto riguarda il patrimonio costituito dalle targhe premio originali e dalle 300 fotografie storiche queste vengono considerate un unicum indivisibile che l’ACI Palermo dovrà inventariare e custodire presso la propria sede di Palermo, adottando tutte le misure necessarie a garantirne la tutela e la conservazione.

“Tutelare la manifestazione automobilistica e motociclistica “Targa Florio” – precisa Sergio Alessandro, dirigente generale del dipartimento dei Beni culturali, che ha firmato il decreto – è stato un atto di amore verso la Sicilia. La Targa Florio, evento sportivo di punta nella Palermo degli anni Venti ha rappresentato l’aspirazione al successo e alla dimensione internazionale di una borghesia locale in ascesa. E’ per questo che, in considerazione del valore storico e simbolico, la Targa è stata dichiarata patrimonio storico-culturale della Regione siciliana unitamente ai circuiti storici piccolo (72 km), medio (l08 km) e grande (148 km) ed alle antiche tribune di Floriopoli, quale riconoscimento per il contributo dato alla positiva diffusione dell’immagine della Sicilia nel mondo”.
La prima edizione della Targa Florio si è svolta il 6 maggio 1906 e si deve alla grande intuizione di Vincenzo Florio che realizzò proprio sul circuito delle Madonie, dove tutt’oggi è ancora disputata, una gara a dir poco leggendaria, legando per sempre il nome della storica gara ai luoghi.

 

Andrea Camilleri, il Maestro!

Articolo di Omar Gelsomino

 

Un anno senza il Maestro Andrea Camilleri. Già, è trascorso proprio un anno dalla sua scomparsa, avvenuta il 17 luglio 2019, ed è rimasto un vuoto che difficilmente potrà essere colmato, perché egli era inimitabile. Siamo rimasti orfani delle sue storie e dei suoi saggi, dei suoi racconti, anche ironici, che narrano di una Sicilia non più legata ai vecchi stereotipi, pronta al riscatto; di una terra assetata di giustizia, i cui protagonisti sono gli stessi siciliani. Dotato di una passione civile che andava ben oltre lo scrittore, il genio di Porto Empedocle è diventato e continua ad essere un riferimento per tanti lettori, studiosi e scrittori. Ancora oggi lo ricordiamo con piacere e tanta emozione, con la sua coppola, seduto su una sedia, al Teatro Greco di Siracusa, mentre recitava in Tiresia il suo dialogo con l’indovino cieco, dicendo “Non vi vedo, ma vi sento!”. In occasione del primo anniversario della sua morte, la Sellerio, la casa editrice palermitana con cui ha pubblicato i romanzi del Commissario Montalbano e non solo, ha deciso di ricordare lo scrittore pubblicando il 16 luglio l’episodio finale della fortunata serie, Riccardino, consegnato a Elvira Sellerio nel 2005, dopo l’uscita de “La luna di carta”. Già allora egli aveva stabilito che questa sarebbe stata l’ultima comparsa del suo più celebre personaggio e che dunque sarebbe stato stampato in seguito.

Nel 2016 l’autore sentì l’esigenza di sistemarlo poiché, come tutti gli scrittori noir, si era posto il problema della serialità e aveva deciso di far invecchiare il suo commissario col passare del tempo: della versione originale rimarranno la trama e il titolo (diverso a quelli a cui ci ha abituati La forma dell’acqua, Il giro di boa, ecc. per citarne solo alcuni), mentre la lingua cambierà, perché nel frattempo si è evoluta. «Mi sono fatto venire un’altra idea trovando in un certo senso la soluzione», precisò Andrea Camilleri in riferimento a quest’ultima prova, e gli appassionati potranno scoprire cosa aveva in mente leggendo Riccardino, di cui viene pubblicata anche un’ edizione speciale nella quale vengono presentate entrambe le versioni del romanzo, quella del 2005 e quella definitiva. Il lettore potrà prendere atto in tal modo dei mutamenti e dell’evoluzione di quella lingua individuale, unica, inventata dal creatore di Montalbano.
Di Camilleri ci mancherà per sempre la voce roca, il filo di fumo delle sue sigarette, la saggezza dei suoi moniti e dei suoi insegnamenti, perché egli era una mente guidata dalla passione civile, un attento osservatore e conoscitore della vita e del mondo.

Placido Salamone, il “chitarraio” dei big

Articolo di Sofia Cocchiaro   Foto di Andrea Occhipinti Fotografia

È con piacere che mi ritrovo a condividere con voi la chiacchierata che mi ha gentilmente concesso Placido Salamone, “chitarraio” di successo. Conosco Placido, a dire il vero, da quando avevo più o meno dieci anni. Abbiamo condiviso insieme gran parte delle nostre estati a Punta Braccetto. Ho visto crescere la sua passione per la musica che è diventata, successivamente, la sua professione.

Placido quando hai capito che la tua più grande passione era la musica?
«Sin da piccolo, ai classici giocattoli, preferivo di gran lunga gli strumenti musicali. Questo anche perché mio padre è sempre stato appassionato di musica e dunque in casa giocavo spesso nella nostra “stanza della musica”».

Sei riuscito a realizzare il sogno di fare del tuo hobby la tua professione. Ritieni di essere stato fortunato e di dover ringraziare qualcuno per i successi ottenuti?
«Pur ritenendo che, a prescindere, chiunque riesca a svolgere l’attività lavorativa sognata sia fortunato di per sé, mi sento di dire che tuttavia la fortuna va cercata e accompagnata lavorando sodo. Tutte le persone che ho incontrato fino ad oggi nel mio percosso professionale sono state importanti per me, perché ognuna di esse ha aggiunto un tassello alla mia carriera. Di certo è stato molto importante l’incontro con Massimo Zanotti che in un certo senso mi ha “stravolto” la vita. Nel 2010 tramite Massimo feci un’audizione con il Maestro Fio Zanotti, che posso definire il mio padre musicale, colui che mi ha insegnato l’arte di fare musica.
Sin da subito, mettendomi alla prova, mi ha coinvolto in circuiti per me inimmaginabili fino a quel momento, ancora oggi lavoriamo insieme ed è per me un esempio importante.
Da tre anni collaboro con Biagio Antonacci, lo ringrazio non solo per la fiducia che costantemente mi dimostra ma anche per avermi insegnato un altro modo di lavorare: libero, fatto d’istinto e sensazioni. Credo che questo sia in fondo la chiave di tutto sia nella musica che nella vita».

Hai lavorato con i più grandi della musica italiana e sei reduce dal tour di Laura e Biagio. Una grande soddisfazione. Quali sono i tuoi prossimi obiettivi professionali?
«Il tour di Laura e Biagio è stata un’esperienza unica!
Riguardo al futuro ogni tanto mi piace fantasticare e immagino delle collaborazioni internazionali… ma per il momento è pura fantasia e come prima cosa dovrei imparare bene l’inglese perché a parte “Yes e Play” faccio fatica».

Sei nato e cresciuto a Vittoria, in Sicilia. Cosa vuoi dire a quei ragazzi che lo reputano un limite?
«La mia esperienza mi porta ad affermare con quasi assoluta certezza che quando c’è una grande passione e voglia di fare i limiti sono solo mentali. Non contano le proprie origini quando si vuole raggiungere un obiettivo ma è fondamentale ricordarsi ogni giorno di esse. Io, ad esempio, pur essendo fuori da oramai dodici anni, porto sempre la Sicilia nel mio lavoro e nel cuore. Ho avuto, per dirne una, il piacere di “combinare” il fortunato incontro tra Biagio Antonacci e il mio caro amico e conterraneo Mario Incudine e ne sono molto orgoglioso. Insieme, come sapete, hanno dato vita a un brano eccezionale “Mio Fratello” che ho tra l’altro avuto il piacere di produrre».

E allora noi di Bianca Magazine non possiamo che augurare a Placido di volare sempre più in alto, affrontare sfide sempre più avvincenti rimanendo sempre la splendida e umile persona che è sempre stata.

Luca Parmitano, il primo comandante italiano a guidare una missione nello spazio

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di ESA – S.Corvaja

 

Ha i toni pacati, non si risparmia nel raccontarsi facendo emergere tutta la sua semplicità. Dopo la sua prima missione “Volare” lo scorso 20 luglio Luca Parmitano è tornato in orbita con “Beyond” che prevede il suo ritorno sulla Stazione Spaziale Internazionale (Iss). Nato a Paternò, è un’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e pilota sperimentatore dell’Aeronautica Militare. Lui è l’uomo dei primati: il primo siciliano a lavorare presso la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), il primo italiano a compiere due passeggiate nello spazio (Attività extra veicolari, Eva). «Sono convinto di essere una persona normale come tutte le altre, unico come sono unici tutti gli individui, che ha l’opportunità di fare qualcosa di straordinario. Perché è il mio lavoro a essere straordinario e non io». Un sogno, comune a tanti, coltivato sin da piccolo ma divenuto poi realtà. «Avrò avuto meno di quattro anni quando alla domanda cosa vuoi fare da grande risposi che volevo fare l’astronauta. Nei primi anni ‘80 la televisione e le nostre fantasie lodavano lo spazio e le esplorazioni spaziali, per cui l’idea di potermi spingere verso i confini dell’universo e fare come gli eroi dei cartoni animati o dei film che guardavo era un sogno: e come tutti i bambini mi piaceva mischiare quella fantasia alla realtà. Crescendo volevo fare lo scrittore, il giornalista, la rockstar, poi da studente all’estero ho riscoperto il desiderio di volare, di spingermi verso l’alto e da quel momento il mio obiettivo, per i quindici anni successivi, è stato quello di essere un pilota di caccia e un pilota sperimentatore. La vita è più sorprendente di qualsiasi fantasia, trent’anni dopo il mio primo pensiero di essere astronauta mi sono ritrovato a farlo realizzando così il desiderio di tutta una vita». Un sogno realizzato grazie a tanti sacrifici personali e dei suoi cari. «Per chi ha il privilegio di fare un lavoro operativo come il mio, sia da pilota che da astronauta, i sacrifici vengono visti più come un percorso obbligatorio. I sacrifici rendono questi lavori un valore, per i quali vale la pena addestrarsi e lavorare. Ma il vero sacrificio lo fa chi ci sta intorno: mia moglie e le mie figlie, sono loro che si sacrificano veramente a causa del mio lavoro. Lasciare per lungo tempo i miei familiari e i miei cari è l’unica cosa che mi resta addosso come fatica, come dolore, come peso. Dover salutare le mie bambine e dir loro ci vediamo fra settimane o mesi è la cosa più difficile in assoluto del mio lavoro. Tutte le volte che le saluto un pezzo di cuore resta con loro». Luca Parmitano per la sua formazione e il suo addestramento ha girato il mondo e continua a farlo. «Il posto che io chiamo casa è dove sta la mia famiglia. La casa non è un luogo fisico, non è il contenitore ma quello che ci mettiamo dentro noi come persone. È un luogo del cuore, il luogo degli affetti: se in questo momento le mie figlie sono dai miei, sono con i nonni, la casa è in Sicilia, ma può essere a Houston dove ho vissuto negli ultimi dieci anni, dove la mia famiglia ha una vita quotidiana, o può essere la Russia quando loro sono qui a farmi visita». Ma se per motivi di lavoro è stato costretto a lasciare la sua terra, il legame con essa è solido. «La Sicilia ce l’ho sempre nel cuore, quando viaggio la Sicilia è sempre con me. Puoi togliere un siciliano dalla sua terra ma sicuramente non puoi togliere la Sicilia da una persona. Mi manca tantissimo e quando posso cerco di immergermi più che posso nei suoi colori, profumi, idiosincrasie, nei suoi problemi e nelle sue soluzioni. Fortunatamente i problemi quotidiani visti dallo spazio sembrano lontani e quasi insignificanti. Lo spazio e la distanza ci danno una visione di insieme che mette in risalto la bellezza di una terra che tutti ammirano, non solo la Sicilia ma l’Italia immersa come un gioiello nel Mar Mediterraneo, in questo velluto blu. Tutti riconoscono la bellezza del nostro paese e in particolare della nostra Isola». Parmitano sarà il primo italiano a comandare la ISS durante la missione dell’ESA “Beyond” (Oltre, ndr), la cui durata è di oltre 200 giorni, insieme agli astronauti Andrew Morgan e Alexander Skvortsov, il cui obiettivo è quello di preparare il terreno per le esplorazioni future e conoscere meglio la Luna e Marte. «L’addestramento è principalmente suddiviso tra Russia e America, poi in Germania e in Giappone. Nel mio lavoro non esiste una giornata tipo, siamo sempre impegnati in diverse attività tra manutenzioni, esperimenti, attività sportiva, extraveicolare, robotica e logistica. Sarò un comandante di stazione al servizio del proprio equipaggio. Avendo già vissuto l’esperienza ho già un’idea ben precisa di come vorrò gestire la missione, quindi spero di aiutare i colleghi meno esperti a gestire il proprio tempo per svolgere tutti i compiti così come vogliono fare. Effettueremo circa 250 – 300 esperimenti, riguardanti quasi tutte le discipline della scienza: dall’astrofisica alla fisiologia alla biologia, dalla scienza dei materiali all’ingegneria. La stazione è un laboratorio e il suo motivo di esistenza è la scienza, la tecnologia: utilizzare la scienza acquisita, la tecnologia sperimentata per fare esplorazione, pavimentare la strada di chi seguirà e spingersi oltre l’orbita bassa terrestre». Prima di congedarsi per il suo addestramento finale in Russia Luca Parmitano conclude «mi piace pensare che i ragazzi di oggi stiano acquisendo coscienza di quello che è il nostro pianeta, di quello di cui ha bisogno e di come vogliono affrontare il futuro. Dobbiamo cambiare mentalità per poter permettere a questo futuro di realizzarsi in pieno, il mio compito di astronauta è quello di essere un testimone dei cambiamenti e delle possibilità: i cambiamenti per poterli fermare soprattutto quando sono negativi, come i cambiamenti climatici, e le possibilità per risollevare dalla sua condizione l’uomo e usare la sua genialità per cambiare il futuro in meglio».

 

L’eredità morale di Andrea Camilleri

Articolo di Gaetano Savatteri  Foto di Giuseppe Leone

C’è un mistero irrisolto. Mi sono sempre chiesto come fosse possibile che nella provincia di Agrigento, la più povera di Sicilia, ultima nelle classifiche del reddito pro capite e della vivibilità, prima in quelle della disoccupazione e della carenza di servizi, siano nati tre grandi scrittori: Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri. Una volta l’ho chiesto a Camilleri, per sciogliere l’enigma. Andrea tirò una boccata di fumo dalla sigaretta, socchiuse gli occhi e disse: “Perché scrivere non costa niente”.

In realtà, quella provincia era un luogo di osservazione privilegiato per uno scrittore, un contenitore di storie estreme, perché estrema era la condizione di vita nei paesi del lembo meridionale di Sicilia. Ma Andrea, con la sua solita ironia, aveva tagliato con un colpo di cesoia il cuore della questione. Il capitale iniziale di uno scrittore della provincia di Agrigento non potevano essere i soldi, la posizione, le relazioni sociali, ma un talento da tirar fuori da se stesso. Scrivere non costa niente, è vero, ma ha bisogno di attenzione, di letture solitarie, di ricerca e di tensione.

Forse per questo la scrittura dei tre agrigentini – soprattutto di Andrea Camilleri – è stata tardiva, è sbocciata con la piena maturità. È come se quelle storie respirate, trasfigurate nel ricordo, ascoltate per bocca di qualcuno, cercassero il tempo per essere raccontate. Andrea Camilleri lo ha fatto con la sua potente macchina di fabbricatore di narrazioni, una fucina di fantasia e immaginazione che riusciva a partire da un documento, da una notizia, da una suggestione e diventava opera letteraria, ambientata nel passato o nel presente di una Vigata che racchiudeva l’intera Sicilia anche se aveva il suo nucleo pulsante nella Porto Empedocle della giovinezza di Andrea.

Adesso che Andrea non c’è più, è scattata l’ora dei ricordi personali e affettuosi, degli aneddoti, degli episodi. Ma quello che resta di Camilleri, al di là dell’uomo generoso e magnanimo che è sempre stato, è l’opera di Andrea. Un affresco potente che ha cambiato per sempre la raffigurazione della Sicilia, inventando una lingua irripetibile. Un dialetto non-dialetto, una lingua artistica e letteraria che ricade sotto la dizione di “camillerese”.

Una lingua che ha conquistato i lettori, ma ha fatto alzare il sopracciglio – almeno nella fase iniziale – a molti accademici e scrittori autorevoli. Perfino Leonardo Sciascia accettava di malavoglia quel linguaggio così infarcito e arricchito di termini dialettali, convinto invece che gli scrittori siciliani dovessero sfoggiare un italiano pulitissimo per poter parlare a tutti, per uscire dal provincialismo, per avere “polmoni larghi”. Anche a costo di scrivere per traduzione: pensare in siciliano e scrivere in italiano. Andrea Camilleri ha saltato il passaggio della traduzione, affidandola al lettore, siciliano o non siciliano, al quale è stata restituita la lingua originaria del pensiero dell’autore. Perché Andrea Camilleri pensava nella lingua in cui scriveva, quel “camillerese” che è sempre stata una delle caratteristiche più accentuate e visibili dei suoi marchingegni narrativi.

Andrea ci lascia una grande eredità, ma non lascia eredi. Perché è inimitabile. Ci lascia più di cento libri, una miniera di storie e saggi e romanzi da esplorare, da leggere e da rileggere. Ci ha insegnato che la Sicilia si può raccontare anche con l’ironia e l’umorismo, strappando le vesti neri del lutto che per molti decenni hanno ammantato la letteratura disegnando una Sicilia destinata a soccombere, a essere sconfitta. Camilleri è passato dalla Sicilia dei vinti, alla Sicilia di qualche possibilità di vittoria.

Cosa sono in fondo le avventure del commissario Montalbano? Un riscatto del bisogno di giustizia della Sicilia. La possibilità che in Sicilia, da parte dei siciliani stessi, si possa ottenere giustizia. Nel 1961, nel romanzo di Sciascia “Il giorno della civetta”, il capitano Bellodi – un settentrionale mandato in Sicilia – non riesce a tenere in galera il boss mafioso e i suoi complici che verranno, infatti, rilasciati. Bellodi, sconfitto, verrà trasferito al nord. Trent’anni dopo, Montalbano – che è siciliano – fa il poliziotto in Sicilia, arresta i colpevoli, resta nel commissariato di Vigata. Ecco cosa ci lascia Andrea: la speranza e la certezza che questa non è la terra dell’impunità.

Ma ci mancherà la sua voce. Quella voce arrochita e profonda, affascinante e potente che avevamo imparato ad ascoltare. Ci mancheranno le sue parole di veggente, di saggio, di uomo che aveva attraversato un secolo insieme a questa nostra Italia. Ci mancherà Andrea.