Articolo di Sofia Cocchiaro   Foto di Andrea Occhipinti Fotografia

È con piacere che mi ritrovo a condividere con voi la chiacchierata che mi ha gentilmente concesso Placido Salamone, “chitarraio” di successo. Conosco Placido, a dire il vero, da quando avevo più o meno dieci anni. Abbiamo condiviso insieme gran parte delle nostre estati a Punta Braccetto. Ho visto crescere la sua passione per la musica che è diventata, successivamente, la sua professione.

Placido quando hai capito che la tua più grande passione era la musica?
«Sin da piccolo, ai classici giocattoli, preferivo di gran lunga gli strumenti musicali. Questo anche perché mio padre è sempre stato appassionato di musica e dunque in casa giocavo spesso nella nostra “stanza della musica”».

Sei riuscito a realizzare il sogno di fare del tuo hobby la tua professione. Ritieni di essere stato fortunato e di dover ringraziare qualcuno per i successi ottenuti?
«Pur ritenendo che, a prescindere, chiunque riesca a svolgere l’attività lavorativa sognata sia fortunato di per sé, mi sento di dire che tuttavia la fortuna va cercata e accompagnata lavorando sodo. Tutte le persone che ho incontrato fino ad oggi nel mio percosso professionale sono state importanti per me, perché ognuna di esse ha aggiunto un tassello alla mia carriera. Di certo è stato molto importante l’incontro con Massimo Zanotti che in un certo senso mi ha “stravolto” la vita. Nel 2010 tramite Massimo feci un’audizione con il Maestro Fio Zanotti, che posso definire il mio padre musicale, colui che mi ha insegnato l’arte di fare musica.
Sin da subito, mettendomi alla prova, mi ha coinvolto in circuiti per me inimmaginabili fino a quel momento, ancora oggi lavoriamo insieme ed è per me un esempio importante.
Da tre anni collaboro con Biagio Antonacci, lo ringrazio non solo per la fiducia che costantemente mi dimostra ma anche per avermi insegnato un altro modo di lavorare: libero, fatto d’istinto e sensazioni. Credo che questo sia in fondo la chiave di tutto sia nella musica che nella vita».

Hai lavorato con i più grandi della musica italiana e sei reduce dal tour di Laura e Biagio. Una grande soddisfazione. Quali sono i tuoi prossimi obiettivi professionali?
«Il tour di Laura e Biagio è stata un’esperienza unica!
Riguardo al futuro ogni tanto mi piace fantasticare e immagino delle collaborazioni internazionali… ma per il momento è pura fantasia e come prima cosa dovrei imparare bene l’inglese perché a parte “Yes e Play” faccio fatica».

Sei nato e cresciuto a Vittoria, in Sicilia. Cosa vuoi dire a quei ragazzi che lo reputano un limite?
«La mia esperienza mi porta ad affermare con quasi assoluta certezza che quando c’è una grande passione e voglia di fare i limiti sono solo mentali. Non contano le proprie origini quando si vuole raggiungere un obiettivo ma è fondamentale ricordarsi ogni giorno di esse. Io, ad esempio, pur essendo fuori da oramai dodici anni, porto sempre la Sicilia nel mio lavoro e nel cuore. Ho avuto, per dirne una, il piacere di “combinare” il fortunato incontro tra Biagio Antonacci e il mio caro amico e conterraneo Mario Incudine e ne sono molto orgoglioso. Insieme, come sapete, hanno dato vita a un brano eccezionale “Mio Fratello” che ho tra l’altro avuto il piacere di produrre».

E allora noi di Bianca Magazine non possiamo che augurare a Placido di volare sempre più in alto, affrontare sfide sempre più avvincenti rimanendo sempre la splendida e umile persona che è sempre stata.

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di ESA – S.Corvaja

 

Ha i toni pacati, non si risparmia nel raccontarsi facendo emergere tutta la sua semplicità. Dopo la sua prima missione “Volare” lo scorso 20 luglio Luca Parmitano è tornato in orbita con “Beyond” che prevede il suo ritorno sulla Stazione Spaziale Internazionale (Iss). Nato a Paternò, è un’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e pilota sperimentatore dell’Aeronautica Militare. Lui è l’uomo dei primati: il primo siciliano a lavorare presso la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), il primo italiano a compiere due passeggiate nello spazio (Attività extra veicolari, Eva). «Sono convinto di essere una persona normale come tutte le altre, unico come sono unici tutti gli individui, che ha l’opportunità di fare qualcosa di straordinario. Perché è il mio lavoro a essere straordinario e non io». Un sogno, comune a tanti, coltivato sin da piccolo ma divenuto poi realtà. «Avrò avuto meno di quattro anni quando alla domanda cosa vuoi fare da grande risposi che volevo fare l’astronauta. Nei primi anni ‘80 la televisione e le nostre fantasie lodavano lo spazio e le esplorazioni spaziali, per cui l’idea di potermi spingere verso i confini dell’universo e fare come gli eroi dei cartoni animati o dei film che guardavo era un sogno: e come tutti i bambini mi piaceva mischiare quella fantasia alla realtà. Crescendo volevo fare lo scrittore, il giornalista, la rockstar, poi da studente all’estero ho riscoperto il desiderio di volare, di spingermi verso l’alto e da quel momento il mio obiettivo, per i quindici anni successivi, è stato quello di essere un pilota di caccia e un pilota sperimentatore. La vita è più sorprendente di qualsiasi fantasia, trent’anni dopo il mio primo pensiero di essere astronauta mi sono ritrovato a farlo realizzando così il desiderio di tutta una vita». Un sogno realizzato grazie a tanti sacrifici personali e dei suoi cari. «Per chi ha il privilegio di fare un lavoro operativo come il mio, sia da pilota che da astronauta, i sacrifici vengono visti più come un percorso obbligatorio. I sacrifici rendono questi lavori un valore, per i quali vale la pena addestrarsi e lavorare. Ma il vero sacrificio lo fa chi ci sta intorno: mia moglie e le mie figlie, sono loro che si sacrificano veramente a causa del mio lavoro. Lasciare per lungo tempo i miei familiari e i miei cari è l’unica cosa che mi resta addosso come fatica, come dolore, come peso. Dover salutare le mie bambine e dir loro ci vediamo fra settimane o mesi è la cosa più difficile in assoluto del mio lavoro. Tutte le volte che le saluto un pezzo di cuore resta con loro». Luca Parmitano per la sua formazione e il suo addestramento ha girato il mondo e continua a farlo. «Il posto che io chiamo casa è dove sta la mia famiglia. La casa non è un luogo fisico, non è il contenitore ma quello che ci mettiamo dentro noi come persone. È un luogo del cuore, il luogo degli affetti: se in questo momento le mie figlie sono dai miei, sono con i nonni, la casa è in Sicilia, ma può essere a Houston dove ho vissuto negli ultimi dieci anni, dove la mia famiglia ha una vita quotidiana, o può essere la Russia quando loro sono qui a farmi visita». Ma se per motivi di lavoro è stato costretto a lasciare la sua terra, il legame con essa è solido. «La Sicilia ce l’ho sempre nel cuore, quando viaggio la Sicilia è sempre con me. Puoi togliere un siciliano dalla sua terra ma sicuramente non puoi togliere la Sicilia da una persona. Mi manca tantissimo e quando posso cerco di immergermi più che posso nei suoi colori, profumi, idiosincrasie, nei suoi problemi e nelle sue soluzioni. Fortunatamente i problemi quotidiani visti dallo spazio sembrano lontani e quasi insignificanti. Lo spazio e la distanza ci danno una visione di insieme che mette in risalto la bellezza di una terra che tutti ammirano, non solo la Sicilia ma l’Italia immersa come un gioiello nel Mar Mediterraneo, in questo velluto blu. Tutti riconoscono la bellezza del nostro paese e in particolare della nostra Isola». Parmitano sarà il primo italiano a comandare la ISS durante la missione dell’ESA “Beyond” (Oltre, ndr), la cui durata è di oltre 200 giorni, insieme agli astronauti Andrew Morgan e Alexander Skvortsov, il cui obiettivo è quello di preparare il terreno per le esplorazioni future e conoscere meglio la Luna e Marte. «L’addestramento è principalmente suddiviso tra Russia e America, poi in Germania e in Giappone. Nel mio lavoro non esiste una giornata tipo, siamo sempre impegnati in diverse attività tra manutenzioni, esperimenti, attività sportiva, extraveicolare, robotica e logistica. Sarò un comandante di stazione al servizio del proprio equipaggio. Avendo già vissuto l’esperienza ho già un’idea ben precisa di come vorrò gestire la missione, quindi spero di aiutare i colleghi meno esperti a gestire il proprio tempo per svolgere tutti i compiti così come vogliono fare. Effettueremo circa 250 – 300 esperimenti, riguardanti quasi tutte le discipline della scienza: dall’astrofisica alla fisiologia alla biologia, dalla scienza dei materiali all’ingegneria. La stazione è un laboratorio e il suo motivo di esistenza è la scienza, la tecnologia: utilizzare la scienza acquisita, la tecnologia sperimentata per fare esplorazione, pavimentare la strada di chi seguirà e spingersi oltre l’orbita bassa terrestre». Prima di congedarsi per il suo addestramento finale in Russia Luca Parmitano conclude «mi piace pensare che i ragazzi di oggi stiano acquisendo coscienza di quello che è il nostro pianeta, di quello di cui ha bisogno e di come vogliono affrontare il futuro. Dobbiamo cambiare mentalità per poter permettere a questo futuro di realizzarsi in pieno, il mio compito di astronauta è quello di essere un testimone dei cambiamenti e delle possibilità: i cambiamenti per poterli fermare soprattutto quando sono negativi, come i cambiamenti climatici, e le possibilità per risollevare dalla sua condizione l’uomo e usare la sua genialità per cambiare il futuro in meglio».

 

Articolo di Gaetano Savatteri  Foto di Giuseppe Leone

C’è un mistero irrisolto. Mi sono sempre chiesto come fosse possibile che nella provincia di Agrigento, la più povera di Sicilia, ultima nelle classifiche del reddito pro capite e della vivibilità, prima in quelle della disoccupazione e della carenza di servizi, siano nati tre grandi scrittori: Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri. Una volta l’ho chiesto a Camilleri, per sciogliere l’enigma. Andrea tirò una boccata di fumo dalla sigaretta, socchiuse gli occhi e disse: “Perché scrivere non costa niente”.

In realtà, quella provincia era un luogo di osservazione privilegiato per uno scrittore, un contenitore di storie estreme, perché estrema era la condizione di vita nei paesi del lembo meridionale di Sicilia. Ma Andrea, con la sua solita ironia, aveva tagliato con un colpo di cesoia il cuore della questione. Il capitale iniziale di uno scrittore della provincia di Agrigento non potevano essere i soldi, la posizione, le relazioni sociali, ma un talento da tirar fuori da se stesso. Scrivere non costa niente, è vero, ma ha bisogno di attenzione, di letture solitarie, di ricerca e di tensione.

Forse per questo la scrittura dei tre agrigentini – soprattutto di Andrea Camilleri – è stata tardiva, è sbocciata con la piena maturità. È come se quelle storie respirate, trasfigurate nel ricordo, ascoltate per bocca di qualcuno, cercassero il tempo per essere raccontate. Andrea Camilleri lo ha fatto con la sua potente macchina di fabbricatore di narrazioni, una fucina di fantasia e immaginazione che riusciva a partire da un documento, da una notizia, da una suggestione e diventava opera letteraria, ambientata nel passato o nel presente di una Vigata che racchiudeva l’intera Sicilia anche se aveva il suo nucleo pulsante nella Porto Empedocle della giovinezza di Andrea.

Adesso che Andrea non c’è più, è scattata l’ora dei ricordi personali e affettuosi, degli aneddoti, degli episodi. Ma quello che resta di Camilleri, al di là dell’uomo generoso e magnanimo che è sempre stato, è l’opera di Andrea. Un affresco potente che ha cambiato per sempre la raffigurazione della Sicilia, inventando una lingua irripetibile. Un dialetto non-dialetto, una lingua artistica e letteraria che ricade sotto la dizione di “camillerese”.

Una lingua che ha conquistato i lettori, ma ha fatto alzare il sopracciglio – almeno nella fase iniziale – a molti accademici e scrittori autorevoli. Perfino Leonardo Sciascia accettava di malavoglia quel linguaggio così infarcito e arricchito di termini dialettali, convinto invece che gli scrittori siciliani dovessero sfoggiare un italiano pulitissimo per poter parlare a tutti, per uscire dal provincialismo, per avere “polmoni larghi”. Anche a costo di scrivere per traduzione: pensare in siciliano e scrivere in italiano. Andrea Camilleri ha saltato il passaggio della traduzione, affidandola al lettore, siciliano o non siciliano, al quale è stata restituita la lingua originaria del pensiero dell’autore. Perché Andrea Camilleri pensava nella lingua in cui scriveva, quel “camillerese” che è sempre stata una delle caratteristiche più accentuate e visibili dei suoi marchingegni narrativi.

Andrea ci lascia una grande eredità, ma non lascia eredi. Perché è inimitabile. Ci lascia più di cento libri, una miniera di storie e saggi e romanzi da esplorare, da leggere e da rileggere. Ci ha insegnato che la Sicilia si può raccontare anche con l’ironia e l’umorismo, strappando le vesti neri del lutto che per molti decenni hanno ammantato la letteratura disegnando una Sicilia destinata a soccombere, a essere sconfitta. Camilleri è passato dalla Sicilia dei vinti, alla Sicilia di qualche possibilità di vittoria.

Cosa sono in fondo le avventure del commissario Montalbano? Un riscatto del bisogno di giustizia della Sicilia. La possibilità che in Sicilia, da parte dei siciliani stessi, si possa ottenere giustizia. Nel 1961, nel romanzo di Sciascia “Il giorno della civetta”, il capitano Bellodi – un settentrionale mandato in Sicilia – non riesce a tenere in galera il boss mafioso e i suoi complici che verranno, infatti, rilasciati. Bellodi, sconfitto, verrà trasferito al nord. Trent’anni dopo, Montalbano – che è siciliano – fa il poliziotto in Sicilia, arresta i colpevoli, resta nel commissariato di Vigata. Ecco cosa ci lascia Andrea: la speranza e la certezza che questa non è la terra dell’impunità.

Ma ci mancherà la sua voce. Quella voce arrochita e profonda, affascinante e potente che avevamo imparato ad ascoltare. Ci mancheranno le sue parole di veggente, di saggio, di uomo che aveva attraversato un secolo insieme a questa nostra Italia. Ci mancherà Andrea.

Articolo di Alessandra Alderisi   Foto di Samuel Tasca

Il gusto, l’olfatto, la vista. Il Cioccolato di Modica è capace di stuzzicare ognuno di questi sensi restituendoci morso dopo morso tutte quelle sfumature di sapori e odori che affondano le radici nelle leggende delle popolazioni mesoamericane per diventare, nel Vecchio Continente, una tradizione consolidata e custodita nei secoli dai cioccolatieri europei.
La storia del cioccolato è antica, longeva e ha inizio in un’America Latina ancora non colonizzata dai conquistadores. Si narra che 4000 anni fa il “cibo degli Dei” fosse addirittura usato come moneta di scambio tra le popolazioni dei Maya e degli Aztechi. Il primo a importare il cacao in Europa fu Hernàn Cortés. Era il 1502, data che segna la comparsa di questo alimento nei mercati occidentali. Accolto con qualche riserva, divenne presto rimedio medico casalingo, poi reso vero e proprio farmaco dagli speziali. Tra il XVII e il XVIII secolo si riteneva, infatti, che il cioccolato fosse adatto a curare ogni malattia. Con l’avvento dell’epoca moderna, questo prodotto perse la sua valenza scientifica ma non l’aura di mistero e la bontà che lo avevano accompagnato fin dalla notte dei tempi.
A Modica, il processo produttivo del cioccolato è rimasto immutato dalla dominazione spagnola ai giorni nostri. Nessun “concaggio” e nessun “temperaggio”, come accadde nel resto d’Europa, nei laboratori della Contea il dolce segue, ancora oggi, il metodo della “lavorazione a freddo” che impedisce ai cristalli di zucchero di sciogliersi e conferisce al prodotto finale quella granulosità e quella consistenza uniche e affascinanti. Lo scorso maggio è arrivato finalmente anche per il Cioccolato di Modica il tanto atteso riconoscimento a cui ogni prodotto simbolo dell’eccellenza territoriale dovrebbe aspirare: l’IGP, sancito dalla pubblicazione della notizia sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea. Un traguardo importante per il Consorzio di Tutela del Cioccolato di Modica che vede riconosciuta, per tutti i produttori, l’opportunità di potersi fregiare di un marchio comunitario e la possibilità di identificare la tipicità del processo di lavorazione di questo alimento. «È nostro dovere – ci dice il presidente del Consorzio Salvatore Peluso – divulgare, far conoscere e tutelare la storia e la tradizione del nostro prodotto attraverso un disciplinare che ne preservi la qualità nel tempo. La promozione non supportata dalla qualità, infatti, rimane solo un’azione di marketing fine a se stessa».
E se il Cioccolato di Modica oggi è pronto a conquistare anche il Giappone è grazie a una qualità che non è mai scesa a compromessi mantenendo sempre uno standard elevato.
«Il settore dell’export – continua il Presidente – rappresenta un’opportunità per lo sviluppo del Mezzogiorno e per tutti i nostri giovani che vorranno specializzarsi in materia di “cioccolato modicano”, diventando ambasciatori di questo prodotto nel mondo. Una risorsa e un valore per il nostro territorio, uno scenario futuro, una realtà in divenire, in cui crediamo fermamente».
E a proposito di scenari futuri, le attività del Consorzio sono impegnate anche nel far riconoscere il valore nutriceutico di questo alimento. «La lavorazione a basse temperature permette al nostro cioccolato di mantenere inalterate non solo le caratteristiche organolettiche ma anche quelle nutrizionali. «Il cacao, – conclude il presidente Peluso – ricco di polifenoli e flavonodi, ha delle proprietà curative eccezionali per patologie come l’ipertensione arteriosa, per esempio. Uno degli obiettivi del Consorzio, nel breve termine, è quello di vedere riconosciuto il valore nutriceutico di questo prodotto, un fattore che sicuramente conferirà ancora più appeal, sui mercati internazionali, al nostro cioccolato».

 

Articolo di Angelo Barone,  Foto di Samuel Tasca e Giovanni Lombardo

Nel Sud-Est della Sicilia insiste una delle più grandi produzioni europee di ortofrutta di qualità e tra queste l’Arancia Rossa di Sicilia IGP rappresenta la proiezione internazionale della nostra Isola. Un mare verde di agrumeti si estende dalle pendici dell’Etna a tutta la Piana di Catania fino e oltre al Biviere di Lentini. Seguendo le “vie della zagara” siamo arrivati a Scordia per visitare una delle aziende leader del settore agrumicolo, Oranfrizer.
Ci accoglie Nello Alba, amministratore unico dell’azienda che esporta in tutto il mondo i nostri frutti e la cultura della nostra gente, che con passione ci conferma «L’arancia rossa continua ad affermarsi come uno dei prodotti più rappresentativi del made in Italy e nei mercati nazionali e globali. Continueremo a puntare l’attenzione su questo tesoro agroalimentare che la natura ha donato alla nostra terra, come lo facciamo da oltre cinquant’anni. L’arancia rossa è il frutto e il simbolo più sano della nostra Sicilia, è ciò che di meglio possiamo offrire»
E il mercato apprezza e premia questa proposta, durante l’ultima edizione di Fruit Logistica, a Berlino, Oranfrizer ha ricevuto l’Award da Mark&Spencer, storica insegna della grande distribuzione, per aver proposto un frutto diverso, speciale, unico: si tratta dell’arancia rossa e nello specifico, per il mercato inglese, delle nuove varietà Tarocco Ippolito, Lempso e Nocellare alle quali si unisce il Mandared, un mandarino dalla polpa rossa; tutti frutti dell’innovazione varietale di Oranfrizer.
«Siamo presenti in diversi paesi del mondo con gli agrumi, i succhi e quanto di buono si produce nella nostra terra. Tutto quello che è Sicilia, cerchiamo di valorizzarlo. Abbiamo cominciato questa stagione con l’export di limoni, destinazione Hong Kong. In Giappone il segmento di vendita delle spremute è in crescita, siamo presenti in diversi paesi d’Europa, in Indonesia e negli USA. Siamo attenti ai nuovi mercati e li esploriamo organizzando incontri con buyer internazionali, effettuando dei test di consumo all’estero e partecipando ai grandi eventi del settore come il Gulfood di Dubai».
A conferma del grande livello di qualità e riconoscibilità raggiunto dal core business dell’Oranfrizer, Nello Alba con una punta di orgoglio segnala che il “Tarocco Ippolito” è il primo frutto che si fregia del marchio “Il Viaggiator Goloso”, brand premium quality della catena Unes. Oranfrizer, per la cura della natura e della cultura che da sempre ha per la propria terra d’origine, ha sostenuto il libro Piacìri, l’omaggio su carta a Roberto Toro, executive chef del Belmond Grand Hotel Timeo di Taormina, che introduce i lettori, con stile internazionale, nei territori della Sicilia Patrimonio dell’UNESCO e contribuisce a far conoscere le ricette che ne esaltano colori, profumi e sapori impotenciastop.pt. Oranfrizer coltiva ogni giorno responsabilità sociale nel “Giardino delle Arance”, che è un progetto editoriale educativo che ha già raggiunto 3.800 classi di scuola elementare in tutta Italia, circa cento mila bambini in tre anni. Le attività proposte illustrano la filiera dell’arancia rossa e usano il linguaggio dei bambini per spiegare ai consumatori di domani l’importanza del ruolo dell’agricoltore nella nostra società, solo grazie al suo impegno è possibile nutrirsi in modo sano.
Il “Giardino delle Arance” di Oranfrizer sta crescendo ed è stato accolto molto bene in Toscana nei grandi store della Coop che è una delle catene della grande distribuzione italiana più sensibili ai temi sociali. In un vero mini agrumeto dedicato all’edutainment per due settimane, i bambini hanno interagito con la natura in un giardino di arance Tarocco, hanno giocato tra gli alberi veri e hanno potuto godere eccezionalmente di un prezioso spettacolo dell’Opera dei Pupi dei Fratelli Napoli.
«Arance e Pupi di Sicilia, insieme rappresentano un patrimonio di natura e cultura incommensurabili – afferma Nello Alba – siamo orgogliosi dei nostri agrumi di Sicilia, sono un vulcano di storia, cultura, sapore e salute, sono frutti della Dieta Mediterranea che è Patrimonio Immateriale riconosciuto dall’UNESCO. Con il nostro Giardino delle Arance e con l’Opera dei Pupi, anch’essa patrimonio UNESCO possiamo far portare a casa a tutti i bambini e agli adulti un’esperienza ricca, gustosa e indimenticabile come la nostra arancia rossa».