Articolo di Alessia Giaquinta  Foto di Giuseppe Leone e Bruno Rédarès

Nella splendida cornice del Castello di Donnafugata, gentilmente concesso dal comune di Ragusa, dal 17 al 20 ottobre, si terrà il 1° Seminario della fotografia di nudo, un evento che si nutre di arte, maestrìa e bellezza.
Immersi in un contesto elegante e sontuoso, circondati dai meravigliosi panorami che offre il paesaggio ibleo, i seminaristi della master class avranno, infatti, la possibilità di lavorare e perfezionarsi nella fotografia del nudo. Per la prima volta in Italia, in collaborazione con Arles – Francia, il maestro Giuseppe Leone e il fotografo francese Bruno Rédarès mettono a disposizione la loro grande e consolidata esperienza nel campo della fotografia, e in particolare, nell’arte di immortalare la nudità. Due muse, una francese e una siciliana, saranno da ispirazione per gli scatti che mirano a ritrarre il fascino, la naturalezza e dunque la bellezza del corpo femminile. Verranno, poi, selezionate delle foto per essere esposte al Festival Internazionale di Nudo ad Arles, nel 2020 e, inoltre, in una mostra a Ragusa. La sensibilità dei partecipanti, sapientemente guidata dai maestri, farà emergere, così, l’originalità di ciascun scatto che può considerarsi opera d’arte di opera d’arte: il nudo di donna, appunto.

Articolo di Samuel Tasca   Foto di Biagio Tinghino

È una tradizione ormai consolidata, quella che ogni anno porta migliaia di visitatori nella città “dove la vite è vita”, a Mazzarrone, in provincia di Catania, per i festeggiamenti del Festival dell’Uva da Tavola IGP. Anche quest’anno una tre giorni dedicata alla musica, allo spettacolo, alla cultura e soprattutto all’unica vera regina della città: l’uva da tavola, eccellenza siciliana apprezzata in tutti i mercati del mondo. Ad aprire i festeggiamenti, venerdì 6 Settembre, è stato il Festival Cinematografico “Ciak Si Cresce”, appuntamento che ogni anno vede come protagonisti giovani studenti produttori di cortometraggi a sfondo sociale. Un messaggio importante contro il bullismo e il cyberbullismo quello contenuto all’interno dei film proiettati durante la serata. A giudicarli, una giuria di eccezione proveniente dal panorama cinematografico e televisivo nazionale e internazionale: la coreografa e regista Anna Cuocolo, il regista Rai Lucio Cocchia e l’attrice Cinzia Clemente. La sera di sabato 7 Settembre è stata dedicata alle eccellenze siciliane con l’assegnazione dell’ormai consolidato premio “Grappolo d’Oro”. Tra questi: il giornalista che da anni conduce una battaglia contro la mafia, Paolo Borrometi; il ciclista Damiano Caruso del team Bahrain-Merida e il Sottocapo della Guardia Costiera Giuseppe La Rosa. Quest’anno, inoltre, valorizzata l’eccellenza femminile nativa di Mazzarrone con l’assegnazione del premio all’astronoma Angela Adamo, per le sue scoperte di rilevanza internazionale, e alla giovanissima Asia Scribano, per i suoi riconoscimenti sportivi nel karate. Particolare attenzione è stata riservata anche ai valori sociali perseguiti, tra cui anche l’eco-sostenibilità con il riconoscimento assegnato a SIA Group S.r.l. Sul palco, a dirigere l’orchestra il grande Maestro Vince Tempera, icona storica della musica italiana. A chiudere la serata in bellezza il concerto di Lello Analfino e i Tinturia che, con il loro sound dal ritmo popolare, hanno fatto ballare tutti fino a notte fonda. I festeggiamenti sono terminati domenica 8 Settembre con il grande concerto di Luca Carboni che ha richiamato decine di migliaia di visitatori da tutta la regione, e non solo. Ad accompagnare le tre serate, anche quest’anno, un programma molto ricco e variegato: dai “Tamburi Imperiali di Comiso” al gruppo storico di sbandieratori “Leoni Reali Città di Camporotondo Etneo”; dalla gara dei go kart alla folle corsa “Waky Race” dei veicoli senza motore. A visitare, poi, la fiera espositiva, nel pomeriggio di domenica, anche il Presidente della Regione On. Nello Musumeci. Un successo a detta di tutti, confermato dalla soddisfazione degli amministratori e della Pro Loco di Mazzarrone, organizzatrice dell’evento. Un appuntamento, quindi, da non perdere, che ogni anno raggiunge livelli sempre più alti!

 

Articolo di Salvatore Genovese   Foto di Michele Maccarrone

 

Catania, ancora una volta, vivrà di tango argentino e lo farà, dall’8 al 19 agosto, grazie al Catania Tango Festival, un festival internazionale che ha ottenuto la Nomination nella categoria “Best Festival” dell’Oscar del Tango 2018, i “Premios tango” argentini, prestigiosa manifestazione che si svolge annualmente a Buenos Aires.
Un riconoscimento importante per l’ “Associazione Culturale Caminito Tango” di Catania, la cui anima è Angelo Grasso, ingegnere, che, a sua volta, non solo è entrato in Nomination per “Miglior organizzatore”, ma ha anche ottenuto l’Oscar nella categoria. Altra Nomination ed altro Oscar a Michele Maccarrone, apprezzato Musicalizador (cioè TangoDj), cui è stato attribuito l’Oscar come miglior fotografo di tango. Ma non basta: altro riconoscimento è andato all’ “Accademia Proyecto Tango”, diretta da Donatella ed Angelo Grasso. Premi che confermano come ormai l’associazione catanese si ponga ai vertici del panorama tanghero mondiale.
All’origine di tutto ciò, l’incontro di Angelo Grasso con il tango argentino nel 1997; da allora è stato un continuum: prima lo studio, frutto di passione vera per il tango argentino, poi l’avvio della “Caminito”, l’attivazione di una scuola tanghera e la nascita dell’Accademia, grazie alla quale sono stati organizzati stage e spettacoli con la partecipazione di artisti di altissimo livello: una crescita esponenziale che ha portato alla realizzazione di diciotto edizioni del Catania Tango Festival, manifestazione che ha attirato appassionati tangheri da ogni parte del mondo (ben 34 i Paesi rappresentati nell’edizione 2018).
Ma cosa ha reso possibile tutto ciò?
Soprattutto, il numero sempre crescente di appassionati che praticano il tango argentino e ne seguono le lezioni tramite scuole tanghere nate un po’ ovunque nel mondo.
Per rimanere nel più ristretto ambito della Sicilia orientale, Catania, con le sue numerose e ben strutturate scuole, si pone come incontrastata leader, ma scuole di ottimo livello sono presenti anche a Messina e Siracusa e, in buon numero, a Ragusa, nonostante città di medie dimensioni; eppure le scuole tanghere iblee sono molto frequentate e riescono, in buon accordo, ad organizzare frequenti milonghe (come vengono chiamate le serate di tango argentino) che registrano la presenza di numerosi tangheri.
Inizialmente, l’amore per il tango argentino origina, per lo più, da immagini e video suggestivi, che celebrano coppie di ballerini impegnati nelle coinvolgenti ed affascinanti figure del tango porteño; ma anche una semplice locandina ben impaginata riesce ad attirare l’attenzione e portare nuovi adepti, che desiderano “entrare nell’abbraccio del tango”.
Ma per far questo occorrono anche serate di studio, impegnative lezioni e una costante pratica milonghera. Occorre anche saper accettare le “regole” del tango nato nella regione del Rio de la Plata, tra Argentina e Uruguay, che prevedono, tra l’altro, inviti al ballo eseguiti in un modo particolare: con la mirada, cioè uno sguardo a distanza alla ballerina (mujer) da parte dell’uomo (hombre) alla quale la donna, se gradisce l’invito, risponde con un lieve cenno del capo (cabeseo); altrimenti gli occhi, di solito accuratamente ben truccati, della mujer vagano altrove o si perdono dietro eleganti e colorati ventagli.
Il tango argentino, pensiero triste che si balla (E.S.Discépolo), è anche danza dell’abbraccio, dei magici intrecci di gambe, del dialogo costante dei corpi, dell’improvvisazione, dell’incontro con sé e con l’altro: un viaggio a due tra amore, mistero, sogni e speranze.

Due chiacchiere con Angelo Grasso:

Il tango è ancora attuale, in un momento in cui sembrano prevalere, a tutti i livelli, sentimenti di chiusura quasi autarchici?
«Proprio per questo lo è, visto che oggi i contatti umani sono mediati dai social: il tango costituisce un ritorno all’incontro».

C’è sensualità nel tango?
«C’è una forte comunicazione tra due persone nel condividere quelle emozioni che il fluire della musica e gli eleganti movimenti del ballo riescono a produrre».

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Giovanni Isolino

 

Si è conclusa con un grandissimo successo e la piazza di Santa Marina gremita di pubblico l’ottava edizione del MareFestival Salina, nel venticinquennale della scomparsa dell’indimenticabile attore Massimo Troisi, protagonista insieme alla bellissima Maria Grazia Cucinotta, madrina della manifestazione, de “Il Postino”. La kermesse, diretta dal giornalista Massimiliano Cavaleri e organizzata da Patrizia Casale e Francesco Cappello e svoltasi dall’11 al 14 luglio nell’isola eoliana ha previsto proiezioni di lungometraggi, corti e documentari in anteprima, incontri e interviste con personaggi dello spettacolo, esibizioni live, spazio ai talenti emergenti e alla moda legata al grande schermo nelle serate presentate dalle giornaliste Nadia La Malfa e Marika Micalizzi e lo spettacolo dell’esilarante comico palermitano Sasà Salvaggio. Il MareFestival Salina accoglie anche artisti musicali, scrittori, presentazioni di libri ed eccellenze sportive, tanto che questa edizione è gemellata con il Club Panathlon Messina e la Rassegna cinematografica internazionale SportFilmFestival. A ricevere il riconoscimento in ricordo del regista e comico napoletano sono stati: lo storico tastierista dei Pooh Roby Facchinetti che ha ritirato il premio per la sezione musica; Attilio Fontana, cantante, attore di fiction, spettacoli teatrali e musical; l’attrice e cantante Clizia Fornasier che ha presentato il suo romanzo “È il suono delle onde che resta” (edizioni Harper Collins Italia); Rossella Brescia, ballerina, insegnante di danza, conduttrice radiofonica e televisiva, attrice; il talentuoso re del trasformismo internazionale Arturo Brachetti; l’attesissima attrice catanese Miriam Leone, protagonista di successo al cinema e in Tv; l’attore di numerosi film e fiction tv, Giorgio Tirabassi interprete di Paolo Borsellino e neo regista de “Il grande salto”; Anna Mazzamauro, iconica attrice cinematografica e teatrale con una carriera cinquantennale, interpretando tra l’altro la signorina Silvani nei film di Fantozzi. Per la sezione emergenti il Premio Troisi è stato consegnato al regista Piergiorgio Seidita e all’attore Jacopo Carta che hanno presentato in anteprima “L’Inizio”. Le Targhe Argento 2019 sono andate: all’attrice Barbara Bacci; ai registi Alessandro Genitori ed Elis Karakaci per il documentario “Stromboli”; a Giuseppe Moschella per il corto “Una signorina con sesamo”, interpretato da Emanuela Mulè e Mario Pupella; al documentarista Stefano Salvatori per “TartaNet”, a cui ha collaborato Monica Blasi della Filicudi Wildlife Conservation; alla stilista siciliana Tina Arena che ha vestito l’attrice Ieva Lykos all’ultimo Festival di Cannes; al costumista Pippo Miraudo, direttore del Museo del Costume e della Moda siciliana di Mirto, per la lunga e ricca carriera cinematografica. Ezio Greggio ha ricevuto il Premio MareFestival Salina, realizzato dallo scultore Sergio Santamarina. La statuetta è stata assegnata anche alla soubrette e modella Romina Pierdomenico, al fianco di Greggio nella conduzione de “La Sai l’Ultima”, per il “miglior debutto in tv”. L’attore siciliano Tony Sperandeo ha ricevuto il premio CRAL Provincia di Messina mentre il Club Panathlon Messina ha consegnato un premio al campione pongista paraolimpico Massimo Girolamo, due volte Medaglia di bronzo ai giochi mondiali “Special Olympics” di Abu Dhabi 2019. I riflettori sono stati puntati sulla madrina della kermesse Maria Grazia Cucinotta, reduce dal red carpet del Festival di Shangai in Cina e del Taormina Film Fest, ricevendo il premio speciale per l’impegno profuso a fianco dello sport paraolimipico, ha ricordato anche il legame con Salina: «Il postino rappresenta quella che sono oggi, se non avessi fatto quel film, forse non ce l’avrei mai fatta o avrei fatto qualcosa di completamente diverso. Mi ha dato una popolarità che dura da venticinque anni e mi ritengo fortunata». In uno splendido scenario mozzafiato il MareFestival Salina dà appuntamento alla prossima edizione.

 

Articolo di Angelo Barone   Foto di Giuseppe Leone

«Credo che sia arrivato il momento di rifondare la Fondazione Sciascia, pur lasciandola a Racalmuto. Occorre un intervento forte della Regione, con una ridefinizione dello statuto e della struttura organizzativa della Fondazione affinché diventi un’istituzione di rilievo nazionale. Sciascia è lo scrittore che maggiormente ha contribuito a formare l’idea della Sicilia nel mondo: la sua Fondazione deve avere un posto centrale nel paesaggio culturale siciliano». Con un articolo pubblicato su Repubblica il 31 maggio, lo scrittore Gaetano Savatteri ha avuto il merito di avviare un dibattito e una riflessione sulla Fondazione Leonardo Sciascia in preparazione del trentennale della scomparsa dello scrittore. «A trent’anni dalla morte di Sciascia, la Fondazione di Racalmuto è sempre sul colle più alto del paese. Una bella struttura che custodisce la pinacoteca dello scrittore, una parte della sua biblioteca e dodicimila lettere. Un patrimonio notevole. Eppure qualcosa non va. La catalogazione delle lettere, dopo tre decenni è ferma alla lettera M, il materiale è quasi inaccessibile agli studiosi. Il sito della Fondazione non riporta alcun documento e nemmeno i titoli dei libri custoditi nella biblioteca: non viene aggiornato dal 2012. Nella ricorrenza del trentennale della scomparsa nessuna iniziativa è stata ancora varata, né a Racalmuto né altrove».
Che la Fondazione attraversi una fase d’impasse è evidente e lo ammette anche Salvatore Fodale, uno dei generi designato dallo stesso scrittore componente a vita del Cda della Fondazione: «La crisi attuale è innegabile, ma la ritengo e spero passeggera». Anche Antonio Di Grado, direttore letterario della Fondazione Sciascia, ammette il ritardo nella catalogazione, incomprensioni e dissensi nella Fondazione ma rivendica la pubblicazione di molti carteggi, ultimo quello fra Sciascia e Consolo e anticipa diverse iniziative che si terranno in occasione del trentennale, lamenta la mancanza di risorse finanziare e condivide la necessità di esportare alcune iniziative in centri di maggiore visibilità.
Nel dibattito sono intervenuti anche il vice presidente della Regione Gaetano Armao e il sindaco di Palermo Leoluca Orlando annunciando la disponibilità a collaborare con la Fondazione.
Ci auguriamo che i buoni propositi espressi si concretizzino con il rilancio della Fondazione e la divulgazione del grande patrimonio culturale della Sicilia che Leonardo Sciascia ha lasciato a tutto il Paese e con delle iniziative adeguate per celebrare il grande scrittore.
«La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini» il pensiero e gli scritti di Sciascia sono sempre attuali e finalmente anche il Miur ha utilizzato una delle opere più famose dello scrittore, “Il giorno della civetta”, pubblicato da Einaudi nel 1961, quale traccia della prova scritta agli esami di maturità. Fino ad allora non esisteva ancora un’opera letteraria che descrivesse i sistemi mafiosi e le modalità di azione dell’organizzazione criminale.
«La presenza di Sciascia è stata fondamentale, è stata la voce della coscienza, un uomo impegnato moralmente e culturalmente, ricordo ancora il nostro primo incontro da Sellerio mentre lavoravo nel 1977 al volume “La pietra vissuta”. Da allora è nata un’amicizia e una collaborazione con Enzo Sellerio, Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo che hanno proiettato Ragusa al centro dell’attenzione culturale siciliana». Giuseppe Leone ricorda con nostalgia quei tempi raccontati e fotografati in “Storie di un’amicizia” (Postcart Edizioni), «allora c’era un grande fermento culturale e gli anni ottanta furono per me il periodo più rigoglioso grazie alla conoscenza di queste personalità, oggi purtroppo con la cultura non si mangia è tutto a forfait: per i lavori fatti alcuni complimenti, pochi o nessun compenso e alcune volte manco Grazie. Questa la decadenza della Cultura siciliana che non risparmia nemmeno un grande come Leonardo Sciascia».

Articolo di Omar Gelsomino   Foto di Andrea Tuttoilmondo

Nella straordinaria cornice di Militello in Val di Catania, città ricca di chiese, musei, ex monasteri, palazzi e fontane tardo barocche dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’umanità insieme agli altri sette centri del Val di Noto, dal 10 al 12 maggio si è svolta la Fiera Mediterranea del Cavallo, trasformando così la Tenuta Ambelia nel centro del mondo equestre. L’iniziativa è stata organizzata dalla Regione Siciliana con il coinvolgimento degli assessorati per l’Agricoltura, il Turismo, le Attività produttive, i Beni culturali, dopo aver rimesso a nuovo l’antica Tenuta, grazie a un imponente restauro, dopo anni di incuria e abbandono. La struttura, appartenente in età feudale ai nobili locali, sin dall’Unità d’Italia è stata una Stazione di monta dello Stato attraverso il ministero della Guerra, è gestita dall’Istituto di incremento ippico, con l’obiettivo di tutelare le razze autoctone siciliane: il Cavallo orientale, il Cavallo sanfratellano, l’asino ragusano e l’asino di Pantelleria. Infatti, dopo Lazio e Lombardia, con il 9,4 per cento del totale nazionale, la Sicilia è la terza regione per capi di equidi allevati: dalla Banca nazionale delle razze autoctone, gestita dal Mipaf, risultano attualmente allevati 1.256 cavalli sanfratellani, 3.454 asini ragusani e 77 asini panteschi. Gli allevamenti di asini nell’Isola sono 1.113, quelli di cavalli 15.752 e 44 di muli. La Fiera Mediterranea del Cavallo intende rilanciare le razze degli equidi autoctone italiane e dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e promuovere il territorio dell’Isola, soprattutto nei suoi itinerari “minori”, cioè quelli al di fuori delle Guide ufficiali. Diverse le iniziative di carattere sportivo, ludico e culturale che hanno scandito questa tre giorni: le competizioni agonistiche, il carosello di muli, l’esibizione acrobatica della campionessa mondiale di volteggio Anna Cavallaro, l’ippoterapia, convegni e seminari, stage nazionale attacchi e monta da lavoro Endas e la rievocazione storica in costumi d’epoca del “Gran ballo del principe”. Invece, balli di gruppo, fattoria didattica, angolo della biodiversità e giri su mini pony e carretti siciliani sono stati dedicati ai bambini. Sono stati esposti 48 reperti archeologici provenienti da svariati musei siciliani nella mostra “Il cavallo nella storia”, alcuni dei quali risalenti a 12 mila anni fa.

La Fiera del Cavallo è stata un’occasione straordinaria per consentire alle oltre 30.000 persone (famiglie con bambini, intere scolaresche, addetti ai lavori, appassionati e semplici curiosi) che hanno affollato la Tenuta Ambelia, attraverso il cavallo, di esplorare le nuove frontiere del turismo esperienziale, del tempo libero, in un contesto naturale straordinario con esibizioni sportive, visite guidate e degustazioni con le eccellenze enogastronomiche siciliane, animando le isole espositive allestite all’interno dei 45 ettari della seicentesca tenuta di Militello in Val di Catania. «Sono veramente contento e soddisfatto del risultato – evidenzia il presidente della Regione Nello Musumeci – non è tuttavia un punto di arrivo, ma solamente l’inizio di un percorso che punta a riqualificare un bene pubblico e a valorizzare un territorio, promuovendo gli sport equestri in un’Isola nella quale il rapporto tra uomo e cavallo ha radici lontanissime. Il successo di pubblico è il risultato di un gioco di squadra che ha visto un lavoro sinergico tra otto assessorati e numerosi dipartimenti regionali. Da domani saremo già a lavoro per la nuova edizione della Fiera, che si terrà dal 15 al 17 maggio 2020, facendo tesoro dei suggerimenti arrivati dai visitatori». Già da giugno prenderanno il via nuove manifestazioni e proseguiranno i lavori per rendere Ambelia un impianto per gare nazionali ma soprattutto farla diventare la “casa del cavallo” in Sicilia oltre che un ponte virtuale di comunicazione tra l’Oriente e l’Occidente per porre la nostra Isola al centro del Mediterraneo.

 

 

Articolo di Salvatore Genovese   Foto di Oliver Kendle

E siamo a 12! Un bel traguardo per il Vittoria Jazz Festival e Cerasuolo Wine, una manifestazione, organizzata dall’associazione Sicily Jazz Music, cresciuta nel tempo e che costituisce oggi una delle più qualificate session di musica jazz, ed è concreta espressione, ad alto livello, di quel genere musicale di origine afro-americana, nato nei bordelli, dove addirittura si ballava, ma che si è evoluto fino a diventare musica colta, quasi di nicchia, destinata a chi ama sonorità particolari e forme ritmiche pulsanti; ma è soprattutto nell’improvvisazione che il jazz trova la sua migliore e più singolare caratteristica.
Ad esprimerla a livelli altissimi è Francesco Cafiso, nato a Vittoria, ma diventato oggi cittadino del mondo. Solo per dare un’idea, la sua ultima tournée ha suonato ad Abu Dhabi, Dubai, Berlino, Parigi, Lisbona.Ed è facile pensare che all’origine del Vittoria Jazz Festival ci sia lui, Francesco Cafiso, che ne è il direttore artistico.
Quest’anno la manifestazione si snoderà in tre weekend, dal 1° al 16 Giugno, con performance di notevole livello. Solo per citarne qualcuna: Domenica 2 giugno si esibirà il sassofonista portoghese Ricardo Toscano; poi Domenica 9, con l’Italian Songbook proposto dal trombettista Luca Aquino; a chiudere il festival, l’esordio della Vittoria Jazz Festival Orchestra, formata tutta da musicisti siciliani, con special guest Francesco Cafiso. Ma anche le altre proposte musicali che compongono questa edizione sono delle vere e proprie chicche.
Festival che, oltre alla tradizionale location di Piazza Enriquez, troverà accoglienza anche nel Chiostro del Convento delle Grazie, per un concerto di musica/teatro tratto da “L’inseguitore” di Julio Cortazar, e a Piazza San Giovanni, per una jam session, iniziativa che ritorna dopo alcuni anni di assenza.
Ad affiancare ed arricchire la manifestazione, le degustazioni di Cerasuolo di Vittoria Docg proposte da cantine vinicole locali.
Spettacolo nello spettacolo, il pubblico: una marea di gente che segue, che partecipa, che si emoziona; e che prende consapevolezza di un genere musicale del quale, altrimenti, avrebbe avuto scarse possibilità di avere contezza ed apprezzare.
Che il festival cominci!

Chiediamo al direttore artistico Cafiso in quale contesto si consolida e cresce questo Festival.
«Un contesto, ovviamente, diverso da quello che possono rappresentare città dove il jazz trova precisi punti di riferimento. Non faccio paragoni con città come Roma, Milano o New York, nelle quali esistono luoghi e ritrovi dove questa musica viene suonata, respirata, mangiata. Altre dimensioni, altre realtà. Dico solo che la città ha accolto molto bene il Festival e molti si sono avvicinati al jazz; mi riferisco, in particolare, a giovani musicisti che stanno orientando le loro scelte professionali verso il jazz».

Sono in programma altre iniziative, oltre a quella dell’organizzazione annuale di questa rassegna? Non sarebbe opportuno fosse affiancata da altre progettualità?
«L’idea di tale affiancamento esiste, ma non dimentichiamo che qualsiasi idea, anche la più valida, necessita di condizioni generali favorevoli dove possa attecchire. Stiamo valutando l’opportunità di dar vita ad un Circolo del Jazz, con incontri cadenzati, non necessariamente settimanali, con incontri e concerti di tanti bravi musicisti Jazz che, in particolare, operano nella nostra isola e che potrete, ad esempio, valutare e sicuramente apprezzare a chiusura del Festival, con il debutto della Vittoria Jazz Festival Orchestra. Ma tutto ciò non è facile: e la temporanea chiusura del Teatro Comunale non favorisce certo progetti di questo tipo».

Dal punto di vista organizzativo, questa impostazione sarà mantenuta anche in futuro?
«Non voglio dare risposte di circostanza; dico solo che quest’anno non è stato facilissimo organizzare il Festival e che abbiamo idee precise per il futuro, ma non mi sento di anticipare nulla. In ogni caso, sono scelte e decisioni appannaggio dell’Associazione Sicily Jazz Music, cui fa capo l’organizzazione della manifestazione».

E per il maestro Cafiso? Quali prospettive?
«In giro per il mondo…»

Ricordi quando, non ancora decenne, una troupe de “La Vita in diretta”, che io accompagnai in quanto aveva contattato l’Ufficio Stampa del Comune per un supporto logistico, venne a casa tua per un servizio speciale su questo giovane fenomeno? Il sassofono era alto quasi quanto te, ma rimasi di stucco quando ascoltai il brano che hai eseguito per la trasmissione Rai.
«Ricordo solo che non ero molto emozionato… sicuramente l’incoscienza della giovanissima età…».

O forse la consapevolezza, già allora, di avere doti veramente eccezionali…

 

Articolo di Gaetano Belverde    Foto di Rosario Roccaforte

La Pasqua è sicuramente tra gli eventi più importanti dell’anno per ogni credente, questo è il periodo in cui si celebra il mistero della morte e della resurrezione di Gesù Cristo. In Sicilia i riti della Settimana Santa si mostrano in una complessità di contenuti e di simbologie senza pari. I momenti della passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo vengono messi in scena in ogni paese con forme espressive teatrali e drammatiche che si sviluppano in maniera articolata e complessa. A San Biagio Platani l’intero paese viene trasformato in uno scenografico teatro con pittoresche quinte guarnite dai prodotti della terra e di pane in molteplici forme. Stiamo parlando degli Archi di Pasqua o Archi di Pane, un’antica tradizione legata al mondo agricolo e contadino, nata intorno al 1700. In quel tempo il borgo di San Biagio Platani, situato nell’entroterra agrigentino, faceva parte di un feudo della famiglia Joppolo, i cui membri in occasione della Pasqua esigevano tasse e gabelle ai contadini. Gli Archi, grandi e possenti come quelli di una basilica, venivano allestiti per la Pasqua e rappresentavano un’offerta a Cristo ricca di frutti, di essenze e di odori, omaggio del popolo contadino che serviva anche ad accogliere in paese i signori del feudo.
Per la realizzazione dell’apparato scenico si utilizza una pesante impalcatura di legno rivestita di canne di bambù, verghe di salice e fibre di agave, intrecciate a formare mosaici e forme geometriche sempre nuove. A completare il tutto le fastose decorazioni con mille forme di pane, con legumi posti a formare disegni, cereali, datteri, palme, alloro, rosmarino e pasta.
A realizzare gli Archi sono i membri delle due confraternite: “Madunnara” e “Signurara” che allestiscono rispettivamente i due lati di Corso Umberto I, rivaleggiando per la migliore e più fastosa realizzazione dell’anno.
Il lavoro di preparazione è lungo e certosino, i diversi pezzi vengono lavorati al chiuso e in gran segreto, si spendono parecchi mesi per il completamento degli Archi ma l’allestimento finale si completa sempre la mattina di Pasqua, giusto in tempo per celebrare sotto l’ombra degli Archi di Pane l’incontro tra Gesù Risorto e la Madonna.
Il tempo dell’evento è quello della primavera, la stagione della metamorfosi, così come metamorfica è la natura stessa del rito nel quale si celebra la vittoria del Cristo sulla morte, del bene sul male, con il mistero della risurrezione.
Gli Archi di Pane, con l’esposizione dei frutti della terra, erano un chiaro auspicio di prosperità e buon augurio, la volontà da parte dei contadini di affrancarsi dalla miseria e povertà in cui vivevano.
Ovviamente oggi sono venute meno le motivazioni ma è rimasto vivo il sentimento religioso che spinge questa gente alla sapiente manipolazione di materiali naturali e dei frutti generosi della terra per arrivare alla realizzazione di veri e propri capolavori.
Gli Archi di Pane di San Biagio Platani sono annoverati dal 2015 nel Registro delle Eredità Immateriali della Regione Siciliana. L’allestimento degli Archi sarà pronto per la mattina di Pasqua del 21 aprile 2019 e sarà visitabile fino al prossimo 2 giugno 2019 inoltre vi suggeriamo di visitare anche il Museo degli Archi dove è possibile visionare i pezzi più significativi delle precedenti installazioni.

Info: 0922 910605. Associazione Archi di Pasqua:
APS, via Cesare Battisti 29, 92020 San Biagio Platani
Tel: +39 329 4427745.

 

Articolo e Foto di Gaetano Belverde

Ad Enna, i riti della Settimana Santa sono senza dubbio un lascito della dominazione spagnola, nati però su un substrato religioso frutto di sedimentazioni di culture e riti ancora più antichi. Le confraternite che animano la Pasqua ennese furono fondate sulla base delle “confradias iberiche” e trassero origine dalle associazioni corporative delle arti e dei mestieri create in Sicilia da parte dei viceré spagnoli a partire dal XVI secolo, nate come un’ unione fraterna tra i devoti con l’obiettivo di assistenza reciproca.
Le confraternite erano anche degli organi di potere che partecipavano attivamente alla vita politica e sociale con compiti specifici e privilegi elargiti nei secoli da sovrani e papi.
Ogni confraternita era ed è guidata da un rettore, in genere il più anziano e saggio, e nel periodo risorgimentale molte di queste diventarono delle sette segrete che si schierarono politicamente.
Dopo l’Unità d’Italia alcune vennero soppresse, venne loro revocato ogni privilegio e solo successivamente, nel 1929, con la firma dei Patti Lateranensi gli venne riconosciuto uno stato giuridico, con l’ obbligo di munirsi di uno statuto sotto la stretta dipendenza della diocesi di appartenenza.
Esiste anche un Collegio dei Rettori nato ufficialmente nel 1714 con il compito di coordinare le varie confraternite nelle loro attività religiose e sociali. Il Collegio fu sciolto nel 1783 dal viceré Domenico Caracciolo per via del grande potere che aveva conquistato e venne ricostituito solo nel 1944.
La Pasqua ad Enna inizia con la Domenica delle Palme e prosegue senza sosta per l’intera settimana, ogni giorno si può assistere ai diversi riti delle congregazioni che si alternano in adorazione e processione.
Senza dubbio il Venerdì Santo è il giorno clou dei riti pasquali, quando la città mette in scena una fastosa processione con circa 2.500 confrati in costume.
Sedici confraternite sfilano per la città in ordine di anzianità con in testa quella del SS. Salvatore, nata nel 1261, e in coda la Confraternita di Sant’Anna, nata nel 2011.
Nel 1740 si contavano ben 34 tra confraternite, compagnie e collegi, ciascuna con le proprie peculiarità, alcune si occupavano del sostentamento dei poveri, altre dell’assistenza agli ammalati ed altre ancora dei condannati a morte e della loro sepoltura.
I confrati della Compagnia della Passione portano in processione 25 vassoi con i simboli del martirio di Cristo, detti anche “misteri”, come ad esempio la corona, gli arnesi utilizzati per la flagellazione, i chiodi, la croce, la borsa con i trenta denari, la lanterna, il gallo.
La domenica di Pasqua si concludono le celebrazioni della Settimana Santa in piazza Duomo ove avviene l’incontro di Gesù Risorto con la Madonna dopo la commovente processione della pace.
Veniva chiamata “da paci” perché rappresentava un momento di unità tra le varie anime della società e fino al XVI secolo era l’unica occasione in cui i contadini potevano entrare in città e avere contatto con i cittadini che per il resto dell’anno rimanevano protetti dietro un possente muro.
Nonostante la primavera sia alle porte, nelle sere delle processioni pasquali, il freddo è pungente e sovente la bruma incornicia la città. Nebbia e oscurità donano un’aura di misticismo e mistero alle processioni, per certi versi inquietanti, animate da figure incappucciate che sbucano all’improvviso dai vicoli e dalle traverse buie e ispirano in ciascuno di noi delle paure primordiali, si torna per certi versi bambini e ci si spaventa e stupisce di questi confrati ma allo stesso tempo non si può fare a meno di inseguirli con lo sguardo e un velo di curiosità.
La Settimana Santa di Enna è un evento imperdibile nel panorama regionale, ogni anno richiama più di 60.000 presenze, un terzo delle quali per la sola giornata del Venerdì Santo. Il calendario delle processioni e degli eventi è disponibile sul sito www.settimanasantaenna.it.

 

Articolo di Alessia Giaquinta    Foto di Salvo Gulino

Un viaggio nel tempo che abbraccia storia, cultura, tradizioni e fede: ecco cos’ è il Presepe Vivente di Giarratana, uno degli eventi più importanti e suggestivi del territorio.
Giunto ormai alla 28esima edizione, vanta un’escalation di premi e riconoscimenti fino a giungere alla menzione di Presepe Vivente d’Interesse Internazionale.
Questo traguardo, ottenuto durante la sua 26esima e 27esima edizione, è unico: nessun’altra rappresentazione ha mai conquistato tale onorificenza.
“Miglior Presepe Vivente di Sicilia” per il 2013-2014 e poi ancora per due anni di seguito, nell’edizione 2014-2015 e nella successiva 2015-2016, quello di Giarratana è stato il “Miglior Presepe Vivente d’Italia”.
Rintracciare in qualche dettaglio il segreto di tanta bellezza è veramente difficile. L’evento della nascita di Gesù Bambino è già motivo di stupore e meraviglia anche nelle umane rappresentazioni. Se a questo, però, si unisce la bellezza di un paesaggio incontaminato, più di trenta antichi mestieri che riprendono vita nel suggestivo quartiere del Cuozzu, si può già percepire l’incredibile fascino di questo evento che, ogni anno, coinvolge più di 100 figuranti e richiama migliaia di visitatori da ogni dove. C’è ‘u cirnituri che setaccia il grano, ‘u caliaru che tosta i ceci nella sabbia rovente, le ricamatrici che tessono come si faceva una volta e poi ancora ‘u scarparu, ‘u falegnami, ‘u varbieri, ‘u scalpellino, ‘a pastara…
Insomma i mestieri del passato, che costituiscono la nostra identità, tornano a rivivere nella magica cornice del Presepe Vivente di Giarratana. Ogni cosa è curata nei dettagli dall’Associazione “Gli Amici ro Cuozzu”, giovani volontari giarratanesi che lavorano con impegno e dedizione tutto l’anno per far sì che la tradizione del Presepe Vivente non svanisca ma soprattutto perché essa possa diventare l’occasione per riscoprire e mantenere vive le nostre radici.
Ambientato tra fine dell’800 e gli inizi del ‘900, le scene caratteristiche accompagnano il visitatore lungo un percorso che culmina al Campo Grotta dove si rivive l’incanto della Natività.
Spettacolare è anche il panorama che si staglia davanti agli occhi del visitatore: la Grotta, infatti, si trova in un sito sopraelevato, nei ruderi del vecchio Castello dei Settimo, dove si ha la percezione di essere avvolti dal manto stellato, allietati dai dolci flauti che intonano ninna nanne per Gesù Bambino.
Difficile da raccontare: il Presepe Vivente di Giarratana è un’esperienza da vivere e rivivere perché ogni anno si arricchisce di suggestioni sempre nuove.
Per accedere al Presepe bisogna munirsi di un biglietto che garantisce un ordine d’ingresso in base alla numerazione. La biglietteria è a disposizione dei visitatori a partire dal pomeriggio dei giorni di apertura. Il 26 e 30 Dicembre 2018, e poi ancora l’1, il 5 e il 6 Gennaio 2019 è possibile fruire delle emozioni autentiche che il Presepe Vivente di Giarratana sa dare.