Articolo di Alessandra Alderisi   Foto di Milena Ippolito

Ogni volta che passeggio per il lungomare di Acitrezza i miei occhi s’inondano di bellezza, il cuore di gioia e lo spirito di leggerezza.
Quando poi, scendendo le scalette, si arriva al Cantiere Navale Rodolico, è come se il tempo iniziasse a scorrere a un’altra velocità. A scandirlo quella mattina era il suono del calafataggio, un gesto antico nel quale, ancora oggi come una volta, erano impegnate le sapienti mani del mastro d’ascia Salvatore Rodolico intento a impermeabilizzare lo scafo di una barca prima di consegnarla al mare. Lui, anche se ottantenne, è sempre al lavoro nel cantiere di famiglia ed è attualmente uno dei Tesori Umani Viventi iscritti nel Libro dei Saperi del Registro delle Eredità Immateriali UNESCO. Un riconoscimento specchio della consapevolezza che il maestro non solo rappresenta la vecchia tradizione dell’arte marinara trezzota, ma è anche, insieme al figlio Giovanni, “uno degli ultimi in grado di mantenerla viva come artigiano locale purtroppo in estinzione”.
Qui, al cospetto dei Faraglioni dei Ciclopi, l’aria che si respira ha il profumo della salsedine, della roccia basaltica, del legno e di una storia che si tramanda da quattro generazioni. Gianni Rodolico, conosciuto come “U Vaccarolu”, è mastro d’ascia come il padre, il nonno Sebastiano e il bisnonno Salvatore. Ci accoglie, con un sorriso sincero e un’energia trascinante, accompagnandoci attraverso i suoi racconti nel cuore della vita e del lavoro nel cantiere. Più le sue parole attingono a particolari custoditi nei cassetti della memoria più i suoi occhi s’illuminano. L’arte della costruzione dei pescherecci lui ce l’ha impressa indelebilmente nel Dna. E la sua famiglia ne ha costruiti e varati tanti, fino a 150 tonnellate, senza computer, senza progetti, senza l’aiuto di sofisticati programmi, ma solo con l’esperienza di chi conosce il mare e lavora il legno con il sudore della fronte, l’arte nelle mani e la passione viscerale per un mestiere che oggi rischia di scomparire. E non solo per il drastico assottigliamento della flotta trezzota, ma anche a causa della burocrazia.
Come lo storico, scrittore e giornalista Rodolfo De Mattei ci ha insegnato dalla sua cattedra universitaria, la Sicilia è stata da sempre l’Isola «dove fanno sposalizio Favola e Problema». Sì, perché dove finisce la magia di questa storia nata a fine Ottocento in una Trezza dall’atmosfera verghiana, inizia, qualche anno fa, tutta la problematica dei giorni nostri legata alle concessioni edilizie. Dopo un esposto anonimo con conseguente denuncia, secondo le autorità competenti i Rodolico avrebbero occupato abusivamente il suolo pubblico e quindi andrebbero sfrattati. Nel frattempo, infatti, l’area del cantiere era passata sotto la competenza del Comune ed era stata dichiarata anche Sito di Interesse Comunitario. E dato che le condizioni per poter operare in quella zona non erano più quelle di un tempo, per la famiglia che da generazioni gestisce il cantiere navale è iniziata una sequela di multe, verbali, diffide, richieste di adeguamento e minacce di sequestro. Se da un lato l’Amministrazione si era detta pronta a un accompagnamento verso la messa in regola, dall’altro anche la comunità si è mossa per tutelare e valorizzare l’ultimo baluardo dell’arte marinara trezzota. È, infatti, in atto la riconversione del Cantiere Navale Rodolico in associazione culturale e centro di trasmissione del sapere. Al via quindi laboratori per i bambini e gite scolastiche alla scoperta dei mastri d’ascia di Trezza e della loro arte. Un progetto questo che ci auguriamo possa continuare a registrare il successo attuale perché se oggi dovessimo scelleratamente rinunciare a preservare la nostra memoria storica perderemmo lungo il cammino tasselli preziosi e irripetibili della nostra tradizione, della nostra cultura, della nostra identità.

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