Articolo di Omar Gelsomino, Foto di G.Barbagiovanni e R. Fichera

Un binomio indissolubile. Un bene Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco e un Tesoro Umano Vivente, come “maestro del ciclo della pietra lavica”, iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali. Parliamo dell’Etna e di Barbaro Messina. Un legame forte con il suo territorio, perché lo racconta, e una passione smisurata per l’arte.

«Completati gli studi artistici, volevo iniziare un’attività artistica lontana dalla pittura e dalla scultura, in quanto nel nostro territorio c’era una concorrenza spietata, e la scelta cadde sulla ceramica però, non trovai porte aperte in Sicilia e nemmeno nel resto d’Italia – spiega Barbaro Messina -. Era un percorso difficile, tutti mi facevano vedere il lavoro finito ma non mi permettevano di entrare in bottega. Con la mia caparbietà e con una lettera di presentazione del prof. Maganuco, entrai nelle botteghe più qualificate. Ero bravo nella modellazione e bravissimo nella ricerca, con la voglia di sperimentare. Il mio percorso formativo di ceramica è stato lungo: esauriti in due anni tutti i percorsi nazionali, mi rivolsi al Mediterraneo, passando in Francia, Spagna, Portogallo, Marocco, Tunisia, laddove c’era ceramica, attorno ai miei percorsi, andavo per capire le varie differenze. Provenendo da una famiglia molto povera, vivevo facendo ritratti, paesaggi, nature morte con acquerelli, tempere, gessetti, per poche centinaia di lire, un modo che mi permettesse di sopravvivere e accumulare quanti più soldi per visitare i musei ed entrare nelle botteghe della ceramica in modo autonomo».

Sicuramente non è stato un percorso facile ma ha tracciato una “strada maestra” e col tempo sono arrivate tante soddisfazioni ed altrettanti riconoscimenti.

«Nasco come pittore, poi divento scultore e nella ceramica i due elementi diventano unici, diventano maiolica con un’identità rigorosamente etnea, perché tutte le esperienze fatte nelle varie “città ceramiche” e nelle aziende mi hanno portato a lavorare lungo una ricerca per “l’identità ceramica” – continua Messina -. Un percorso durato un decennio fino a quando sono arrivato a ceramizzare la lava con l’argilla silicia della Valle del Simeto e da lì è iniziato un progetto di ricerca, di sperimentazione e di divulgazione che mi ha permesso di entrare nel mondo del design, dell’architettura urbana, della bioarchitettura e della bioedilizia, prima a me sconosciuti. Tutta questa ricerca iniziò dopo la mia sperimentazione perché cercavo delle cose che mi identificassero, non solo come stile, ma anche come materiale. Il primo segmento è stato quello del cotto miscelato con sabbie vulcaniche, subito dopo, quando ho visto che pure i pavimenti si ceramizzavano, iniziai il percorso di ceramizzazione della pietra lavica».

Barbaro Messina è ottimista sul futuro della sua arte e dall’alto della sua esperienza acquisita in tanti anni prova a dare anche dei consigli. «Il futuro della pietra lavica non ha fine perché si è aggiunta al materiale esistente. Io sono un ceramista, la ceramica non morirà mai. È uno dei mestieri più antichi del mondo, il problema è il ceramista: se vuol essere un testimone del tempo in cui vive, deve camminare al passo delle tendenze e della moda. Se il ceramista ha questa sensibilità la crisi, la fine, il collasso non esisteranno. La lava proviene da cave che si esauriscono, è necessario tutelare i nostri prodotti, basterebbero poche righe di una legge regionale per farlo. Ai giovani che vogliono intraprendere questa attività dico solo di essere attenti testimoni di questo tempo, di guardare al mondo del design, dell’arredamento e della contemporaneità. Se cercano di arrancare o copiare cose in cui manca l’identità meglio non iniziare».

Affiancato da diversi anni nel suo “Studio Le Nid” dai tre figli Vincenzo, Filippo e Rita che seguono l’azienda di famiglia, Barbaro Messina si dedica con passione alla sua attività in maniera instancabile e guida la Scuola Museo a Paternò dove insegna la sua arte alle giovani generazioni, trasmettendo loro l’amore per l’arte e per la propria terra.

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