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Aldo Mantineo, come contrastare le fake news

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Articolo di Salvatore Genovese   Foto di Media & Books

In piena emergenza Coronavirus si è ingigantita un’altra pandemia, già presente da tempo nel campo dell’informazione: quella da fake news, note anche come bufale. Infezione meno mortale, certo, ma altrettanto contagiosa e strisciante. Per saperne di più abbiamo posto ad Aldo Mantineo, giornalista professionista siracusano che per Media&Books Edizioni ha pubblicato il 3 maggio 2020 l’instant book “Fakecrazia – L’informazione e le sfide del coronavirus”, alcune domande, cui sono state date risposte estremamente chiare ed esaustive.

Cos’è una fake news?
«Partirei dalla definizione del vocabolario Treccani.it: “Un’informazione in parte o del tutto non corrispondente al vero, divulgata intenzionalmente o inintenzionalmente attraverso il Web, i media o le tecnologie digitali di comunicazione, e caratterizzata da un’apparente plausibilità (…) ciò che ne agevola la condivisione e la diffusione pur in assenza di una verifica delle fonti”. Fake news è il prodotto di un’alterazione di uno o più aspetti sensibili di un dato fatto, al fine di una differente rappresentazione dell’accadimento originario. Può anche essere la sommatoria di più rappresentazioni parziali di diversi fatti reali».

Quali interessi spingono a produrle?
«Inizierei dalla fine: a chi non giovano in alcun modo le fake news? La risposta è semplice: agli utenti finali (lettori, telespettatori, radioascoltatori, navigatori del web). La produzione di disinformazione, come ha ben spiegato Nicola Bruno, uno dei principali fact checker italiani, ha diverse motivazioni: quella più banale è economica; vale sui siti web e su YouTube, dove si viene pagati in base al numero di utenti che si riesce ad attirare. Poi c’è una motivazione non economica: la volontà d’influenzare e orientare l’opinione pubblica».

Come individuarle?
«La maggiore difficoltà è l’effettiva riconoscibilità di una “bufala”. Non si tratta, infatti, sempre e comunque di notizie “soltanto” false – quando non inventate di sana pianta – ma di contenuti che miscelano vero e verosimile, descrivono scenari plausibili, prendono a prestito “pezzi” di verità assoluta e li innestano in contesti differenti da quelli propri. Questo può avvenire anche con le immagini, dove l’inghippo sta nel mixaggio tra immagini vere, ma relative ad altro contesto, e immagini altrettanto autentiche, ritenute in qualche misura logicamente accostabili alle prime. Impariamo a diffidare dei titoli “urlati”, scritti in maiuscolo e magari seguiti da puntini di sospensione tipo “Non hai idea di ciò che è successo dopo la diretta…”. Un titolo simile ci porterà su una pagina dove di tutto quanto annunciato in modo roboante non c’è traccia alcuna: siamo solo finiti in un sito che ha fatto guadagnare (forse) qualche centesimo: è il cosiddetto “clickbaiting”».

Nel periodo pandemico hanno assunto maggiore pericolosità?
«Spacciare informazioni inesatte, se non completamente false, è sempre estremamente pericoloso. Lo è a maggior ragione in momenti difficili come quelli che stiamo vivendo, con un’opinione pubblica impaurita, angosciata e immersa costantemente in notizie che non sempre sa valutare nella loro esattezza. La differenza la può fare soltanto il sistema dell’informazione affidabile, professionale e responsabile, sia da un punto di vista etico, che deontologico».

Cosa fare per contrastare questo fenomeno?
«La prima cosa da fare è verificare le informazioni. Un principio elementare di cautela che spesso dimentichiamo, presi dall’ossessione di condividere, cliccare, postare, mettere in rete. Prendiamoci sempre il tempo necessario per analizzare un contenuto, verificarne la fonte, controllarne l’attendibilità. Spesso abbiamo a portata di mano, già in rete, molti strumenti per una verifica che può metterci al riparo da piccoli e grandi infortuni».

È importante la struttura anti bufale della Rai?
«Sì. Ogni strumento che venga messo in campo per contrastare un’informazione distorta è utile. Se poi questa iniziativa viene dalla principale “industria” culturale dell’Italia ha ancor più valore».

 

 

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