Al tavolo da gioco con Camilleri. Storia di un Natale d’altri tempi.

Articolo di Irene Valerio

Corre l’anno 1943. L’Europa è in subbuglio a causa del conflitto che ha fermato il tempo e che ormai sembra essere eterno. Le città sono strette nel silenzio dell’attesa e tengono il fiato sospeso per paura di non udire l’avvicinarsi degli aerei che sorvolano i cieli gemmati di un mondo che spasima per tornare alla vita, ma che ogni giorno è costretto ad assistere a scene atroci in cui la vita è dissacrata.


In simili periodi, quando non ci sono più certezze e anche sperare può essere opprimente, ci si attacca ai piccoli gesti che ricordano la quotidianità interrotta, atti semplici che però sono in grado di sgravare l’animo. Non appena giunge il Natale, quindi, ci si chiude in casa per lasciare la devastazione all’esterno e dopo cena ci si riunisce per giocare a carte con amici e parenti, opponendosi con il fragore della risata al funesto rombo della guerra.

Il 26 dicembre Andrea Camilleri, che ha diciotto anni, si trova in casa di un certo Don Sasà Bellavia, “cinquantino tracagnotto dai grossi baffi neri, dal volto duro, di scarsa parola”, uno che gira sempre armato. A invitarlo è stata la figlia di lui, Lea, che con il consenso dei genitori ha creato uno spazio riservato esclusivamente ai giovani, scampando così alla noia di una serata trascorsa in soggiorno con le signore e i bambini a trastullarsi con il “soporifero sette e mezzo”.

Durante la prima ora, il futuro creatore di Montalbano rimane affianco ai suoi amici nella suddetta sala, dove ci si intrattiene ballando, ma poi un sedizioso desiderio si appropria di lui: entrare nella leggendaria stanza in cui don Sasà e i suoi compari tentano la sorte giocando forte. Inizialmente intimorito e poi sempre più elettrizzato, Andrea cede alla curiosità e si intrufola nella camera proibita, dove ben presto, come risucchiato da una forza malefica, si ritrova seduto al tavolo da gioco a puntare le sue mille amlire, una somma miserevole rispetto ai numeri da capogiro dei suoi sfidanti. Il primo turno va bene, ma dal secondo la fortuna gli volta le spalle e gli strappa fino all’ultima moneta.

Costretto e abbattuto dalle circostanze, Andrea si scosta pertanto dal tavolo della rovina e si dirige verso la sventurata porta che lo ha tentato. Prima che varchi l’uscio, tuttavia, la vigorosa voce di don Sasà arresta la sua ritirata e gli propone di rimanere ancora, permettendogli di continuare a giocare sulla parola. L’entusiasta diciottenne non se lo fa ripetere due volte: fruga nelle tasche e ritorna alla carica, puntando prima la sua scatola di fiammiferi da mille amlire, poi il suo fazzoletto, dopo tutto ciò che ha con sé, fino a quando l’unica cosa che gli rimane è un debito da diciottomila amlire da saldare entro le ventiquattro ore.


Avvilito e furioso per la leggerezza che lo ha intontito, Camilleri si avvia verso casa, cercando di studiare una strategia per racimolare in fretta i soldi che gli occorrono, e il pensiero lo assorbe a tal punto che, arrivato a destinazione e ritiratosi nella sua stanza, il giovane non riesce a dormire e trascorre “una notte infame”. L’indomani però un’idea gli solleva il morale: chiederà aiuto a Elena, una sua amica di Agrigento, la quale informata dell’accaduto accetta di prestargli il denaro e glielo manda poco dopo tramite il fratello.

Verso sera, Camilleri si dirige rinfrancato da don Sasà, entra nel suo ufficio e trionfante posa sulla scrivania la busta piena di contanti. L’uomo, il più grosso esportatore di mandorle e cereali della città, è impegnato a fare i conti, perciò prende il bottino sbrigativamente, si accerta che contenga il gruzzolo stabilito e congeda il suo debitore. Quando questi è già arrivato alla porta, tuttavia, lo richiama e con tono severo gli ingiunge di riprendere il denaro: non avrebbe mai potuto accettare soldi da un picciotteddro come lui; voleva solo dargli una lezione affinché impari che scommettere ciò che non si ha è una scelta da irresponsabili, “pirchì abbisogna sempre stendiri lu pedi fino a quando il lenzolo teni”.

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