11 Gennaio 1693, dal terremoto alla rinascita barocca della Sicilia Orientale

Articolo di Irene Novello

“Ecco l’ira di Dio…, la terra traballa, sì fortemente ondeggiando si scuote, che tutto il Popolo alla fuga dar si voleva…; … tutto a un tempo e le Chiese e le case e qual si fosse edificio diroccar si vedea. … Perdurò sì fiero terremoto per lo spatio di un Miserere; onde que’ miseri scampati… semivivi e dolenti, tante statue sembrando, privi di spirito, in piedi trattener non si potevano. Gl’occhi alla luce aprirono, e vedendo non esserci pietra sopra pietra si abbagliò dalle lagrime la vista, e dal tremore e timore si sentiva ognun l’anima esalare”. Così Mario Centorbi giurato di Occhiolà sopravvissuto al terremoto, descrive l’evento catastrofico che l’11 gennaio 1693 alle ore 13.30 circa sconvolse la Sicilia Orientale. È passato alla storia come uno degli eventi sismici più forti degli ultimi mille anni, ma anche come momento di rinascita artistica e culturale. Le province più danneggiate furono quelle di Catania, Ragusa e Siracusa.
All’epoca del terremoto, la Sicilia era dominata dalla monarchia spagnola, con l’Isola suddivisa in tre valli (province amministrative), istituite in epoca normanna facendo riferimento agli antichi confini arabi: il Val Demone, il Val di Mazzara e il Val di Noto. Quest’ultimo comprendeva i centri economici e culturali più importanti dell’Isola Catania, Siracusa, Noto, Caltagirone; ma fu anche il territorio che subì maggiori danni: molti centri furono rasi al suolo.



Nonostante gli aspetti catastrofici, il sisma determinò degli esiti positivi soprattutto sulla ricostruzione che ne seguì. Infatti, i centri furono ricostruiti in stile barocco, una delle espressioni artistiche più belle della Sicilia. Città come Catania, Ragusa, Modica, Siracusa, Scicli, Noto possono vantare le bellezze di un patrimonio così ricco grazie alla ricostruzione. Palazzi nobiliari e edifici sacri con prospetti scenografici e teatrali spesso dalle complicate geometrie, mascheroni, putti, balconate con ricche balaustre in ferro battuto, il tutto arricchito dalla luminosità del calcare tenero e dorato della pietra locale.
Il sisma fu anche occasione di riflessione sui temi legati all’urbanistica, cambiando anche il modo di concepire il sistema viario interno delle città, si abbandonò lo schema della città medievale arroccata e con vicoli stretti e si sposò l’idea dell’impianto moderno, con ampie strade ortogonali e ricche piazze scenografiche concepite come salotti urbani, luoghi d’incontro della borghesia.

Furono progettati e sperimentati nuovi modelli di impianto urbanistico, tra cui quelli di Avola e di Grammichele, ispirati al concetto di razionalità e perfezione legati alla figura geometrica dell’esagono. Particolare è il caso di Grammichele che conserva tutt’oggi l’originale impianto esagonale. Fu fondata il 18 aprile 1693 dal Principe Carlo Maria Carafa Branciforti, per accogliere i sopravvissuti del suo feudo di Occhiolà. Il progetto urbanistico fu ideato dallo stesso Branciforti ed eseguito dall’architetto fra’ Michele da Ferla. La città esagonale costruita su una grande pianura, è circondata da cinque borghi perimetrali, il sesto era destinato alla residenza del Principe. Al centro una grande piazza, anch’essa di forma esagonale, da dove s’irradiano sei strade; quattro corone concentriche di regolare larghezza formano gli isolati suddivisi da strade che disegnano il perimetro esagonale della pianta urbana e da altre che sono ortogonali a queste. La piazza è inoltre arricchita dallo stile tardo barocco della Chiesa Madre dedicata a San Michele e a Santa Caterina d’Alessandria e dal Palazzo Municipale che nel 1896 fu riedificato seguendo il nuovo progetto dell’architetto Carlo Sada.
Il risultato di questa ricostruzione è un’ elegantissima piazza dove matematica, geometria e religione s’ intrecciano creando sensazioni uniche nello spettatore che si ritrova ad ammirarla.

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