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La voce del padrone – Fabio Cinti

A TUTTO VOLUME a cura di Paperboatsongs

Fabio Cinti reinterpreta un grande classico del maestro siciliano Franco Battiato.

Un adattamento gentile e una lettura personale dell’album di Frano Battiato che per primo nella storia della musica italiana vendette ben 1.000.000 di copie .

 

Ciao Fabio e benvenuto nella nostra rubrica che in qualche maniera, in questo numero, ti collega alla nostra Sicilia attraverso il tuo ultimo lavoro che sta riscontrando tante recensioni positive, ovvero “La voce del padrone – Un adattamento gentile”.

Già, bisogna muoversi con gentilezza ed avere molto coraggio per riprendere Battiato, maestro della nostra Sicilia e di tutta la musica italiana. Tu lo hai fatto magistralmente.
Qual è stato l’impulso che ti ha spinto ad intraprendere questa decisione a questo punto della tua carriera? Grazie, anzitutto a te, a voi, per l’accoglienza!
In un periodo della vita e del mio percorso musicale mi sono ritrovato a fare i conti con il mio passato. E ho sentito il profondo bisogno di allontanarmi dai meccanismi soliti che governano questo mondo, il mondo della produzione musicale intendo. Avevo bisogno di tornare a non avere più aspettative, a fare e essere il musicista che in fondo sono, senza competizioni o affanni. E il modo migliore mi è sembrato quello di tornare alle origini dei miei ascolti, quando ho imparato a mettere le mani sulla chitarra, ascoltando proprio La Voce del Padrone. Ho voluto ripercorrere quegli anni e allo stesso tempo fare un dono a Franco Battiato nel modo più gentile possibile, proprio com’è lui con me, con gli altri.

Hai rielaborato arrangiando nuovamente il famigerato disco del 1981 con una suite di archi, spiegheresti ai nostri lettori quali sono i vantaggi e le peculiarità dell’affrontare un arrangiamento in questa modalità?

La Voce del Padrone è un classico, ormai. E come tale va trattato. Fin da subito non ho avuto nessuna intenzione di rendere una versione o una cover dell’album, ma, appunto un adattamento: si tratta di una rilettura delle parti così come sono, senza aggiungere o modificare nulla. Il quartetto d’archi e il piano, la formazione da camera, classica per eccellenza, mi ha permesso di essere rigoroso, di avere dei paletti e di rendere tutto senza tempo. Gli archi poi sono “gentili” se usati in una certa maniera, e quindi rispecchiavano anche il sentimento che mi ha portato a realizzare l’album.

Come stai progettando il live che presenta questo album ed in quale contesto?

Nel live rifaremo tutto l’album, naturalmente! Ma ci arriveremo attraverso una piccola introduzione di qualche canzone che ripercorrerà gli esordi sperimentali di Battiato per poi, dopo La Voce del Padrone, andare a indagare quanto e come questo album ha influenzato la discografia successiva. Ci sarà poi spazio anche per qualcosa di mio, delle mie canzoni, e per arrivarci passeremo per Devo, il brano che proprio Battiato mi ha regalato nel 2013.

Hai avuto grandi maestri e amici come Morgan o Paolo Benevgnù. Sarebbe bello tu ci parlassi di come loro hanno influenzato o contribuito la tua carriera.

Lo hanno fatto in modo diametralmente opposto. Il primo, Morgan, è un istrione, mi ha insegnato a stare sul palco, per esempio, a vivere gli impulsi, a cogliere gli attimi. Abbiamo pateticamente gusti identici, per cui era tutto semplice, ci si capisce al volo! Paolo invece è più un maestro di vita, lunghe chiacchierate, passeggiate… è un uomo che si dà e che ti dà molto, si lascia assorbire. Entrambi hanno un gran cuore e lo esprimono in maniere diverse.

“Rileggere” i dischi più importanti del passato potrebbe essere la buona occasione per disimparare la musica e la scrittura di canzoni e migliorare quella contemporanea?

Non credo sia obbligatoria la mia operazione, ma senza dubbio credo che ogni musicista debba confrontarsi con il passato, quello più lontano e quello più recente. Avere la presunzione di sapere, di sentirsi una personalità addosso senza averla formata, non fa mai bene. Bisogna avere una percezione del mondo per riconoscere la bellezza, gli istinti non bastano. Tutti i grandi, all’inizio, hanno fatto cose di altri. Questo non vuol dire fare cover, ma un bravo pianista che viene dal conservatorio conosce bene i classici, li ha studiati per almeno dieci anni… Perché non dovrebbe essere così nel pop?

Un consiglio per i nostri giovani lettori musicisti siciliani…

Studiate, siate curiosi, viaggiate, collaborate con gli altri, siate coraggiosi.

 

Grazie infinite speriamo di sentirti presto nella nostra splendida isola.

 

Lo spero anch’io!

 

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Tony Canto, il suono “Moltiplicato”

a cura di Paperboatsongs,  Foto di Charlie Fazio

Cantautore, autore, compositore, arrangiatore, chitarrista e produttore. L’esperienza poliedrica di un siciliano che è già maestro musicale della nostra terra. Tony Canto è un artista “Moltiplicato”.

Ciao Tony e benvenuto tra le pagine della nostra rubrica che si consolida sempre di più grazie alla partecipazione di artisti veri e importanti come te. Partirei proprio dal tuo ultimo album chiedendoti, forse banalmente, perché il titolo “Moltiplicato”?

«“Moltiplicato” è l’album che avrei voluto fare da sempre ed è soprattutto l’album che vorrei fosse ascoltato dai miei figli quando non ci sarò più, perché è ciò che realmente sono in musica, come espressione, sintesi delle mie esperienze e anche come testi in cui loro sono molto presenti. Con “Moltiplicato” ho fatto dell’anacronismo la mia bandiera, perché lavorando nel campo a 360 gradi, come hai detto tu, ne vedo tante di mode passeggere che sono chimere del momento e non avendo velleità da classifica o da radio ho preferito essere me stesso completamente.

Questo declino del mondo per me è una tabula rasa, è un volano per essere carbonaro e fare lo stesso le cose come le sento. All’estero sta avendo parecchi riscontri ma è prematuro parlarne qui, un po’ per scaramanzia.

Il titolo è dovuto alla track title e vuol rappresentare il fatto che in questo momento della mia vita non mi identifico in nessuno e non ho punti di vista, ripudio le correnti di pensiero ed io stesso sono acqua nel mare, potrei essere uno, nessuno, centomila (l’hanno già detto?). Sono musicista, padre, marito, cuoco, uomo, ma forse sarò un’altra cosa domani e forse sono già stato altro in vite precedenti. L’esistenza è una delle possibilità. Il mio e il nostro destino è comunque straordinario».

 

Cinema e musica, due mondi che sappiamo s’incrociano spesso nel tuo percorso artistico. Avendo collaborato alla creazione e scritto alcune colonne sonore, racconteresti ai nostri lettori come hai vissuto fino ad oggi questo binomio e se questa esperienza ti ha arricchito come artista?

«È importantissimo per un musicista praticare il teatro e il cinema musicalmente. Il linguaggio si arricchisce e si capisce che l’enfasi è alla base della musica. Una singola nota suonata in modi diversi evoca qualcosa, è la magia della musica. Questa cosa mi ha molto cambiato».

 

Come riesci a separarti dai tuoi progetti musicali personali per calarti con lucidità nelle vesti di produttore per altri artisti?

«Questa è la cosa più facile e che mi arricchisce. Quando leggi un libro assorbi l’esperienza della vita di chi lo ha scritto ma non sei lui. Io agisco sulle vite, riesco a immedesimarmi nelle vite degli artisti che produco apportando il mio vissuto ovviamente».

 

Hai qualche anticipazione per il prossimo futuro da rivelarci?

«Sì, alcune. A marzo uscirà “Ci vuole un fisico”, un film commedia prodotto da Rai Cinema di cui ho curato l’intera colonna sonora che già si trova su Apple Music. Per l’interpretazione di un brano del film da me composto ho chiamato “Le Sorelle Marinetti”, un trio molto famoso che sposa i suoni anni ‘40. Poi sto collaborando con almeno cinque artisti per co-scrittura e produzione, un paio sono big ma non posso rivelare nulla. Inoltre, ho delle belle novità, come anticipavo, per l’estero per quanto mi riguarda».

 

La nostra rubrica dedica solitamente l’ultima domanda ai giovani lettori e artisti che vogliono intraprendere una carriera nel mondo della musica. Hai qualche consiglio da dare, vista la tua grande esperienza?

«L’unico consiglio che mi sento di dare è di essere sempre professionali, anche se intorno tutto sembra fatiscente, nel senso di essere preparati sulle cose che si fanno e di essere puntuali che è un segno di grande rispetto per se stessi e gli altri. Suonare allo stesso modo in un pub con tre persone e in un teatro con tremila».

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Celeste

a cura di Paperboatsongs

La musica siciliana che vola nel mondo. È con Celeste Caramanna che in questo numero vogliamo parlarvi di come una voce, un talento e tanto lavoro duro possono far emozionare anche il pubblico oltre oceano.

 

Ciao Celeste, siamo onorati di poter parlare del tuo bellissimo percorso che possiamo definire “alternativo”.

Tu hai iniziato la carriera in un noto talent televisivo per bambini e ti ritroviamo adulta con una voce incredibilmente matura ed un’esperienza notevolmente arricchita.

 

Com’è cambiata la tua percezione della musica da bambina ad oggi che sei un’interprete più matura?

 

«È cambiata insieme a me, ascoltando e ammirando il lavoro di altre persone che amano la musica e che per me sono come dei maestri, parlo di Mina, di Lucio Battisti, di Sergio Endrigo, di Sarah Vaughan, di Stevie Wonder, di Caetano Veloso, di João Gilberto, di Amy Winehouse … e così via. Ho sempre amato la musica sin da bambina, sicuramente avevo un interesse particolare, ma questo amore è stato alimentato seguendo le mie sensazioni. Mi sono lasciata catturare dalla brezza della loro musica e me ne sono innamorata, sempre di più. Così è cambiata la mia percezione della musica nel tempo, solo che da bambina, come è giusto che fosse, non capivo la vera essenza di un testo, di una melodia, di un cantante… poi da più ragazzina ho iniziato a farlo… non credo di aver finito. Oggi ho acquisito la consapevolezza che la musica è importante per me, è parte della mia vita, che solo la musica ti porta a fare e vivere determinate situazioni ed emozioni. Dove c’è musica io sto bene».

 

Ci è parso di capire che in questi anni stai affinando il tuo stile, quanto tempo dedichi allo studio e alla cura dei dettagli tecnici prima di una performance?

 

«Si, cerco con il tempo di affinare il mio stile, o i miei stili, in realtà non credo di avere uno stile unico e specifico. Almeno non ancora. Comunque dedico molto tempo alla preparazione tecnica, è una prassi continua, ma molto più all’analisi di un testo o di una melodia, è la parte più lunga e più difficile per me, a volte solamente il tempo mi aiuta trovare la chiave di un determinato brano».

 

Quest’anno hai pubblicato “+18″ , il tuo album di debutto, ci parli della sua realizzazione?

 

«È stata un’esperienza bellissima, +18 è un disco molto importante per me. Il tutto è stato realizzato in diversi mesi, abbiamo iniziato con il lavoro di ricerca e scrittura degli inediti e poi all’arrangiamento di ogni brano. Non è stato facile creare l’intero disco. La cosa più difficile è stata senza alcun dubbio capire quale dovesse essere il tema o stile di questo primo disco. Non voglio identificarmi con uno stile ben preciso ma voglio fare quello che mi piace, tutto quello che ho fatto fino ad oggi, quindi, ho pensato che sarebbe stata un ottima scelta mettere tutto insieme e parlare di diario musicale, il mio diario musicale, decidendo di prendermi la libertà di uno stile libero, vario, almeno al momento.

Dopo questo periodo di continuo raziocinio, credo che tutto dopo sia stato più fluente. Sia come esperienza personale che come esperienza artistica posso dire di aver imparato molto dalle persone che mi hanno sostenuto e aiutato in questo lungo periodo, ho avuto la possibilità di conoscere e di lavorare con persone bravissime, non poteva essere meglio di così. Durante questo lavoro mi è piaciuta l’idea di cambiare la mia percezione su alcune cose, di sperimentare cose diverse, e racchiudere tutto questo in un piccolo diario musicale, +18. È stato un momento molto felice».

 

Hai un consiglio da dare alle tue coetanee che vogliono intraprendere questo percorso?

 

«Non mi sento in grado di dare dei consigli, o meglio, il consiglio sarebbe non seguire il mio consiglio. Ho tutta un’altra visione di quello che sarebbe oggi la strada da percorrere. Voglio cantare in tutti i posti, sperimentare tutti i tipi di musica, di genere, fare tutto lentamente, durare nella musica… quindi sono un po’ fuori strada».

 

Celeste è stato un immenso piacere e saremo tuoi follower per seguire ogni passo del tuo percorso.

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La S’ignora bellezza di Giovanni Caccamo

a cura di Paperboatsongs

Questa rubrica, per noi e per i lettori di Bianca Magazine, sta diventando sempre più importante perché a prenderne parte sono artisti sempre più completi e strutturati che non hanno il solo obiettivo di proporre la propria musica, bensì di affiancarla a progetti ben più ambiziosi che rendono orgogliosi noi siciliani.

Tu sei una nuova perla della musica italiana, sinonimo di delicatezza, raffinatezza e ricerca, quanto è aumentata o cambiata dai tuoi esordi questa tua attitudine a interagire con tutte le forme d’arte e artisti possibili al fine unico della “bellezza”? 

«Prima ancora del mio esordio nel panorama musicale, ho sempre coltivato la passione per la bellezza. Sono nato, d’altronde, in una terra che è palesemente bella, in ogni suo scorcio, in ogni suo canto, in ogni suo profumo. Ho cercato sempre di prendermi cura di questa passione perché più che un piacere ho capito, col tempo, essere un’esigenza. Il mio è sicuramente un approccio curioso e estremamente discreto volto ad accrescere quel senso di bellezza che vive già dentro ognuno di noi e non aspetta altro che nuovi stimoli. Siamo eredi della vita, che di per sé è il dono più bello, circondati, poi, da una bellezza sconfinata che ci rende immortali nel tempo. Come diceva Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”, e siamo noi dunque a doverne avere cura».

“S’ignora” il tuo ultimo spettacolo, una performance fianco a fianco con il pittore siciliano Giovanni Robustelli, è progetto ambizioso e importante ed ha svariati significati, vorrei tu potessi riassumerci questo nuovo viaggio…

«Il titolo, poi, ha preso il nome di S’ignora perché ci siamo resi conto che nonostante la bellezza riesca ad ammaliare a primo colpo, alcuni dei suoi aspetti, compresi la storia, gli artefici e i suoi aneddoti, sono a volte ignorati. Il valore del progetto quindi è porre un faro di luce sulla bellezza nascosta in maniera sintetica, in un dialogo sincero tra musica pittura e architettura. S’ignora anche come donna, voce femminile che nel tempo ha custodito e cantato la bellezza. Nel tour infatti propongo canzoni di grandi artiste, che nel loro repertorio musicale hanno cantato brani che custodiscono storie o aneddoti o a volte non hanno avuto il dovuto successo».  

Un gioco di parole “Signora / S’ignora” che diventa un messaggio per la valorizzazione dell’arte ma anche per la femminilità madre di tutte le bellezze. Com’è nata l’idea di affiancare questi due concetti e come nel vostro spettacolo avviene questo intreccio che solleva due questioni delicate e contemporanee?

«L’idea di affiancare questi due concetti, apparentemente lontani ma in sostanza cosi vicini, prende forma perché oggi più che mai abbiamo il dovere e la necessità di gridare bellezza ad un mondo che ci risponde con la voce della guerra e prepotentemente ci mostra immagini prive di umanità. Ignorare e tacere sono azioni che ci impoveriscono e ci fanno dimenticare che siamo artefici del nostro destino e di quello collettivo. Il progetto vuole mostrare in chiave leggera e autentica ciò che nel tempo abbiamo saputo fare e che senza dubbio, riappropriandoci del vero significato della bellezza, possiamo ancora fare». 

Abbiamo voluto incentrare l’intervista su quello che stai facendo e non sul tuo passato musicale che ti ha visto vincitore e protagonista indiscusso al Festival di Sanremo ma ci è sembrato prioritario dare spazio al tuo presente artistico che mi sembra ricco di buoni propositi ed idee uniche come poche oggi, credi che altri artisti dovrebbero seguire il tuo esempio oggi per dare una svolta importante e di contenuto nei propri progetti? Credi possa mancare questo alla musica italiana, interazione con altre forme artistiche, idee e ricerca?

«Proprio in virtù del progetto penso che ogni artista porti al pubblico qualcosa da raccontare, anche se all’apparenza un progetto può sembrare più leggero rispetto ad altri. La cosa che ho imparato e cerco di trasmettere in questo tour è trovare il tempo per fermarsi, osservare ed interrogarsi. La musica può avere anche il più semplice dei progetti, affinché abbia qualcosa da comunicare. La musica è il dialogo tra anime».

Grazie Giovanni sono sicuro che i lettori di Bianca Magazine seguiranno il percorso tuo e di Giovanni Robustelli nelle date siciliane e non solo e grazie per tutto quello che state portando avanti.

 

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Quattro chiacchere con Miele

Articolo di Paperboatsongs,  Foto di Alessandro Castagna

Ciao Miele, ti confesso che questa intervista noi di PaperBoatSongs con te l’aspettavamo da tempo. Siamo estimatori della tua musica ed è motivo di orgoglio sapere che la Sicilia ha dato alla luce ancora un talento con un timbro inconfondibile.

La prima curiosità, forse ovvia, è perché “Miele”?

«Ciao a voi di PaperBoatSong. È un piacere rispondere alle vostre domande. Dunque per iniziare … Ho scelto Miele, quasi per istinto. Mi riconosco molto in questo elemento, apparentemente dolce ma dal sapore molto intenso, forte. Rappresenta il mio carattere “contraddittorio”».

Sanremo è un passaggio obbligato anche perché ti ha aperto una strada importante con il brano “Mentre ti parlo”. Tutto si è sviluppato in maniera strana al momento dell’eliminazione ma immagino ti abbia insegnato delle cose importanti, ti andrebbe di raccontarci il tuo punto di vista ad un anno dal tuo debutto?

«Sanremo ad un anno di distanza rappresenta per me un trampolino di lancio e vi assicuro che è stato in tutto e per tutto un “tuffo di pancia”. Però per non creare equivoci, io penso che i tuffi di pancia siano tuffi coraggiosi. È stata un’esperienza decisamente importante e positiva (al di là della polemica) perché dopo quel giorno penso di aver vissuto dieci anni in uno. È stato un anno frenetico, pieno di scelte istintive e di tante opportunità ed esperienze che forse non sarebbero accadute senza quel presupposto».

Hai dichiarato che “Mentre ti parlo” l’hai scritta dopo una telefonata con tuo padre, una riflessione sull’emancipazione della persona, a noi farebbe piacere che tu raccontassi a noi questo concetto ed il rapporto con la tua famiglia che per noi siciliani rimane ancora il centro di tutto.

«Mentre ti parlo è la mia prima canzone in assoluto. È sostanzialmente un vero e proprio sfogo, nello specifico causato da una lite con mio padre e la paura dell’impossibilità di riuscire a comunicare certe cose. Guardata con maggior distacco (anche temporale) rappresenta la voglia ad un certo punto di emanciparsi dalla famiglia d’origine (tagliare i fili), che non significa scappare lontano o troncare i rapporti, significa iniziare a camminare con le proprie gambe, iniziare a combattere per la propria rivoluzione personale o lavorativa che sia (spesso coincidono)».

“Questa strada” che è una canzone del tuo disco a nostro parere meriterebbe di essere più conosciuta , a noi piace molto ed anche il resto del tuo album “Occhi” a tal proposito volevamo che tu ci raccontassi come è stato lavorare al tuo primo album e quali professionisti hai avuto al tuo fianco tra autori e arrangiatori, a noi piace sempre dare spazio a chi sta dietro le quinte facendone i nomi.

«Dunque, in questo disco sono contenuti brani scritti da me e brani scritti da altri autori.”Questa strada” è uno di quei brani che avrei voluto scrivere io, ma che in realtà è stato scritto da una bravissima cantautrice, Gina Fabiani (vi consiglio “d’in-seguirla”). È una “perla” … Parla  proprio del viaggio e della fatica, del sudore che occorrono delle volte per andare alla ricerca del proprio percorso, della propria strada (spesso contro tutto e tutti, anche contro noi stessi …). Ringrazio Eugenio Sournia (Gli occhi per vedere ) e Gina Fabiani (Questa strada) due autori che hanno reso sicuramente più speciale e più completo questo album. Ringrazio Andrea Rodini coautore assieme a me di Mentre Ti parlo, Parole al vento, M’ama non m’ama e Mastica per essere stato la “miccia” di questo magnifico percorso. E poi si passa dalle canzoni nude alle canzoni vestite e questa fase non è roba da niente … Ringrazio i miei amici musicisti: Antonio Moscato (basso), Donato Emma (batteria), Maximilian Agostini (tastiere e piano), Peppe Milia (chitarra), Giuliano Lecis (piano) per aver trattato questo progetto con la cura e il sacrificio che si investono per una cosa propria. Non posso che citare e ringraziare Placido Salamone, produttore artistico dell’album “Occhi”. Con Placido non ci conoscevamo ma è riuscito a captare la mia natura (selvaggia) e a far in modo che si traducesse in quello che poi è stato il risultato, in cui mi riconosco veramente tanto. Ringrazio Massimo Zanotti per aver scritto l’arrangiamento degli archi di Mentre ti parlo e Claudio Fabro per essersi preso cura della mia voce . “Occhi” non è un insieme di canzoni messe a caso: parla del viaggio di ognuno di noi, della paura di perdere quello che si lascia indietro e della forza magnetica di portare i piedi avanti, della nostalgia dei ricordi e perché no, anche del ritorno a casa».

Quali sono i tuoi progetti futuri? Ci sarà un altro tour?

«Sono immersa nella fase creativa, sto scrivendo tanto e sto prendendo il giusto tempo e la giusta cura. Ma lo ammetto, mi manca salire sul “ring” … spero di farlo al più presto!».

Un consiglio per i musicisti siciliani che sognano di portare la loro musica nel resto della penisola?

«Sacrificio, sudore, sostanza. Le tre S bisogna poi portarle in giro».

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Deborah Iurato

a cura di Paperboatsongs

Ha vinto la tredicesima edizione di Amici al suo esordio nel 2014, da lì un susseguirsi di dischi di platino e d’oro, diverse collaborazioni con i più affermati cantanti italiani, l’album di debutto Libere. Parliamo di Deborah Iurato, orgoglio ragusano e siciliano, che nello scorso Sanremo ha duettato con Giovanni Caccamo nel brano Via da qui, dell’uscita del nuovo album Sono ancora io e della vittoria nel talent Tale e Quale Show.

Contenti di averla ospite nella nostra rubrica ripercorriamo insieme a lei un cammino fatto di traguardi bellissimi.

Sappiamo tutti che hai vinto la tredicesima edizione di Amici “il talent” per eccellenza. Una scuola così importante come ha arricchito il tuo bagaglio personale?
«Amici è stata una delle esperienze più importanti ma sopratutto quella che ha fatto diventare il mio sogno realtà. Devo molto al programma perché mi ha fatto crescere e ha fatto sì che la mia passione diventasse il mio lavoro. Lo rifarei nello stesso identico modo altre mille volte».

Hai avuto modo di collaborare con diversi grandi artisti della musica italiana, muse ispiratrici come Loredana Bertè e Fiorella Mannoia, cosa ti hanno insegnato e cosa di queste “signore della musica”  ha lasciato il segno dentro di te?
«Fiorella Mannoia ha scritto per me due pezzi “Anche se fuori è inverno” e “Dimmi dove è il cielo”. Lei è un’artista straordinaria oltre ad essere una persona umanamente meravigliosa con un cuore grande.
Duettare con lei è stata una grandissima emozione, come lo è stato per la Bertè quando l’ho avuta ospite al concerto del mio Libere Tour a Milano… Che dire… Due artiste immense!!!».

Hai partecipato e vinto il terzo posto al Festival di Sanremo con Giovanni Caccamo, ci racconti come è nata questa esperienza insieme che ha il sapore della nostra bella Sicilia e dei suoi innumerevoli talenti?
«Giovanni Caccamo è uno dei miei migliori amici e lo era già prima di Sanremo. Il duetto nasce un po’ per caso, Giovanni mi aveva fatto ascoltare Via Da Qui e mi piacque subito così una sera lui si mise al piano e iniziò a suonarla ed io iniziai a cantarla… Si è creata una particolare magia e decidemmo di presentarci insieme. Un grazie speciale va all’autore Giuliano Sangiorgi che ci ha scritto questa meravigliosa poesia e al nostro produttore Placido Salamone».

Tre album all’attivo ed uno staff cresciuto nel tempo insieme a te. Ci parli del tuo entourage? Di solito non chiediamo mai del rapporto con l’artista e sapendo che tu sei molto simpatica immagino loro ti adorino.
«Diciamo che ho una squadra fortissima fatta di gente fantastica!!! Mi sento di dire grazie a tutti per il lavoro svolto fino ad oggi. Ogni persona rappresenta un tassello importante del mio percorso musicale, un grazie speciale lo devo a Placido perché in questi 3 anni non mi ha mai lasciato da sola e ha sempre creduto in me e nel mio lavoro».

“Sono ancora io” e “Libere” sono i titoli dei tuoi ultimi due album entrambi esprimono un forte desiderio di affermare la tua personalità, non credo sia un caso…
«Assolutamente no! Credo tanto in quello che faccio. Ho messo l’anima e la grinta per fare della mia passione più grande il mio lavoro. Credere nei sogni non è sbagliato… se vuoi qualcosa e hai un obbiettivo devi lottare ma soprattutto crederci… Io ci ho sempre creduto e continuo a crederci!!!!».

Uno dei brani di “Libere” si chiama “Sono troppo buona” in duetto con Rocco Hunt, siamo curiosi di sapere se pensi di essere veramente troppo buona e se Rocco Hunt lo è stato con te…
«(Ride)… Beh, forse non spetta a me dire se sono troppo buona, sicuramente sono una persona super positiva e solare. Rocco Hunt sicuramente “Troppo Buono”… è stato bello lavorare con lui».

Pochi possono vantare di Vincere due talent ed il tuo ultimo traguardo si chiama “Tale e Quale show” . Per quanto ci riguarda sei stata formidabile, ci parli delle tue emozioni in merito?
«Tale e Quale è stata un’esperienza straordinaria. Si lavora tanto ma ci si diverte tantissimo! Carlo Conti insieme a tutta la produzione riuscivano a metterci a proprio agio e mi sono divertita veramente tanto.Ho fatto nuove amicizie con colleghi fantastici e questo mi ha resa felice».

Ora tocca al futuro, a quale “Deborah” state lavorando, qualche anticipazione?
«La “Deborah” del futuro sarà frutto di una ricerca che proprio in questi mesi stiamo mettendo in atto, è momento di esplorazione musicale che presto darà nuovi frutti e linfa vitale al mio progetto ed al mio sound».

 

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Cassandra Raffaele

a cura di Placido Salomone

 Polistrumentista, cantautrice, produttrice, Cassandra Raffaele è un’artista pop-art sui generis, che fa della musica uno strumento per esprimere il suo personale mood artistico, fatto di testi forti e suoni cangianti. “IN LOOP – New solo tour” è il nuovo live della cantora siciliana, che propone “in solo” alcuni brani tratti dai suoi due album “La valigia con le scarpe” e, il più recente,“Chagall” in una chiave più intima, ma allo stesso tempo rivisitata.

 

Cassandra siamo felici di poter intervistare un’artista di talento ed energica come te. La prima domanda che voglio porti riguarda proprio il tuo nuovo “In loop – new solo tour” . Dopo le esperienze vissute con la tua band per la presentazione di “La valigia con le scarpe” e “Chagall” ci racconteresti gli aspetti positivi di un live acustico in solitaria in giro per l’Italia?
«Io adoro il palco, in tutte le sue forme. Mi piace nutrirmi dell’energia che si scatena dal live con la band. Ma la dimensione acustica è sicuramente quella che ti permette di stabilire un contatto più intimo e colloquiale con il pubblico. È ideale per chi vuole raccontare, e condividere parole, vissuti. E poi basta veramente poco, per realizzarlo. È un’ottima pratica di essenzialità».

“Valentina” da cui il tuo ultimo video tratto da “Chagall” è una canzone, credo, sopratutto dedicata alle donne che amano le donne e alle difficoltà del cosiddetto “coming out”, da dove arriva questa ispirazione?
«Valentina parte da un sentimento profondo, che non ha barriere, né schieramenti, se non nell’animo di
chi lo vive: l’abbandono nell’amore. C’è chi lo subisce e c’è chi n’è l’artefice. In questo caso, si realizza tra due donne e Valentina è la mala femmina. Il suo agire poi influenza e sconvolge la vita di una donna che scopre la sua omosessualità».

Nel tuo ultimo album hai collaborato con due importanti personalità maschili come Elio (di Elio e le storie tese) e Brunori, in comune questi due giganti musicali hanno l’ironia come caratteristica del loro personaggio oltre che una grande cultura musicale. Quanto è importante l’ironia nell’affrontare il tuo percorso musicale?
«L’ironia è un ingrediente sempre presente nella mia vita e di conseguenza nella mia musica. Anche nei contesti lirici più difficili che scrivo e racconto, cerco sempre di dosare un po’ di leggerezza. L’ironia è per me come un ancora di salvezza, una piccola luce con il compito di crearti comunque un’alternativa via d’uscita dal momento buio».

Ci racconti quanto della tua terra e cosa porti nei tuoi testi, nei tuoi concept musicali?
«La Sicilia è nel mio essere pioniera, nel mio istinto di sopravvivenza, che mi porta a vivere intensamente quello che faccio. Fa quindi parte di quello che sono, di quello che scrivo. Ma ho dovuto abbandonarla per arricchirmi e contaminarmi. È nel viaggio e nel confronto che mi completo e trovo poi l’ispirazione per scrivere».

Un consiglio da dare ai musicisti lettori di Bianca Magazine che vogliono approcciarsi al mondo della musica.
«Vivete la musica con dedizione. La passione non basta più».

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A tutto volume con…Maurizio Chi?

Maurizio Chi?

di Placido Salomone  Foto di Niko Giovanni Coniglio

Vedrà la luce il 21 ottobre il nuovo lavoro discografico del cantautore catanese. L’album “2” è un disco sull’Amore ma non è composto da canzoni d’amore.

La vita di ognuno di noi è segnata dal paradosso dell’amore, dell’incontro di due infiniti con due limiti, per parafrasare Rainer Maria Rilke. Due fragili e limitate capacità d’amare e un numero che condiziona le nostre esistenze. É il tema, fra domande e confessioni sull’amore, che Maurizio Chi affronta in questo suo nuovo lavoro che esce il 21 ottobre, anticipato dal video “Nudo”, sotto la direzione del noto film-maker cosentino Giacomo Triglia.
Catanese d’origine, padovano d’adozione, Maurizio Chi è più che un cantautore. Dedito fin da piccolo alla danza, figlio d’arte (entrambi i genitori erano insegnanti di danza), approderà alla musica e alla scrittura di canzoni nel corso del periodo scolastico. Si forma in quella fucina di musicisti che sono i piccoli club del catanese che hanno visto passare tanti artisti locali, anche del calibro di Carmen Consoli. Dopo il suo trasferimento in Veneto, crea una nuova etichetta discografica, la PaperBoatSong, una vera e propria factory per la promozione di nuovi talenti. Lo abbiamo voluto incontrare per parlare del suo nuovo lavoro.

Forse tutti ti pongono la stessa domanda, ma Maurizio Chi?
Maurizio è un cantautore, amante delle parole, della musica, un ballerino, una persona che ama esprimersi di certo.
In realtà il mio nome completo è Maurizio Chisári ma tutti spostano l’accento per cui abbiamo tagliato una parte del cognome cosi da permettere a tutti di ricordarsi meglio di me, ovvio questo comporta la domanda che mi hai appena posto ad ogni intervista ma ne sono consapevole.

Come mai hai scelto come titolo dell’album “2”? Cosa significa per te questo piccolo numero?
Ho scelto “2” come titolo di una canzone e di conseguenza dell’album in quanto sintetizza e al tempo stesso lascia spazio alla riflessione su un numero che condiziona la nostra esistenza.
Per tutta la vita andiamo alla ricerca dell’altra metà per creare il nostro “2” appunto, poi una volta trovato ci poniamo delle domande. Alcune di esse le troverete tra i versi delle canzoni che ho scritto, sono domande lecite il quale spesso però hanno risposte amare o difficili da accettare. Sono domande positive perché fanno crescere le nostre relazioni.
È un disco sull’amore, non sono canzoni d’amore anche laddove cosi pare.

Pare che ad ispirarti sia stata la convivenza, parli di una “casa tutta bianca” , di una spiaggia da raggiungere dove confrontarsi, di tradimento…

Indubbiamente.
Mi piace scrivere di quello che ho la fortuna di vivere e poi capire se anche gli altri che ascoltano si rivedono in quello che io ho vissuto.
È come un esperimento dove scopri che gli altri ti somigliano e tu non sei mai solo. Sono magie che solo la musica può fare.

Nell’album vi è un pezzo in siciliano intitolato “A’ comu jè gghiè”. Quanto è importante per te la tua terra e quindi anche scrivere in dialetto?
Anche se in Veneto vivo benissimo e sto imparando tantissime cose e prendo il meglio da un popolo che somiglia terribilmente al mio per tenacia, talento e orgoglio, provo sempre un senso di colpa per essermene andato dalla Sicilia.
Riscattarmi attraverso la musica, attraverso il dialetto è impagabile.
Poi non so perché ma è come se fossi un altro cantautore quando scrivo e canto in siciliano, un altro Maurizio.

Seguirà un tour all’uscita dell’album immagino quanto sia entusiasmante, come vorrai strutturarlo?
Ho sognato per anni di poter andare da solo in giro con la mia chitarra a far conoscere le mie canzoni proprio come le ho composte in casa mia.
Per questa ragione in alcune date andrò da solo con tutti i miei personaggi e le mie storie, altre volte con il trio/quartetto d’archi tutto rosa “Les fleurs” che mi aiuteranno a reinterpretare il mio punto di vista sull’amore.

Maurizio Chi?