Articolo di Alessandra Alderisi,  Foto di Samuel Tasca

Il suo linguaggio espressivo è libero e originale ma al contempo fortemente caratterizzato attorno a un intimo e variegato concetto di sicilianità. Pittrice catanese, artista e artigiana, è l’unica donna ad aver dipinto i carretti siciliani dopo aver appreso le tecniche decorative e cromatiche nella bottega del maestro Domenico Di Mauro, che era uno degli ultimi custodi di questa tradizione. Questo è stato l’inizio di una grande avventura che l’ha portata a collaborare dal 2016 con Averna per la realizzazione delle etichette “limited edition” dell’amaro siciliano che quest’anno compie i suoi primi 150 anni, e dal 2017 con Dolce & Gabbana per le decorazioni dei frigoriferi Smeg.

Alice, com’è iniziato il tuo percorso all’interno della bottega del maestro Di Mauro?
«Mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali a Pisa nel 2000. Dopo l’università ho sentito l’esigenza di riscoprire la mia terra e la sua arte popolare. Durante i miei studi sul carretto mi sono imbattuta in un libro in cui con sorpresa ho scoperto che era citato mio nonno Giuseppe. Lui era un falegname, e io questo lo sapevo. Il tassello di questa storia che mi mancava era il fatto che a Scordia costruiva i carretti che poi venivano decorati da Domenico Di Mauro. Chiesi allora a mio padre di accompagnarmi ad Aci Sant’Antonio. E così ho trascorso 5 anni per imparare questo suggestivo e appassionante mestiere».

Quali sono gli aspetti di quest’arte antica e popolare che ti hanno più affascinato?
«Decorare i carretti è un mestiere complesso che richiede pazienza e precisione. Ogni pezzo deve essere dipinto in un modo diverso rispetto a un altro. È un lavoro estremamente codificato. Ogni provincia ha infatti i suoi motivi decorativi distintivi, un vero e proprio codice figurativo che permette di capire la provenienza di ogni carretto. È un’arte che si avvale di tanti saperi derivanti da altrettante maestranze, ma è un mestiere ormai in via d’estinzione e io mi sento una privilegiata per aver partecipato all’epilogo di questa parabola gloriosa».
Il carretto rimane un caposaldo del tuo linguaggio espressivo ma le ispirazioni per le tue opere arrivano anche da altri aspetti della cultura siciliana, quali?
«Mixare vari elementi, trasporre l’apparato decorativo del carretto sui mobili e sugli oggetti è stato il mio modo per integrare tradizione e sperimentazione. Avevo bisogno di trovare immagini che attingessero al bagaglio folcloristico siciliano ma che avessero per me un sapore nuovo. Ho iniziato a interessarmi agli ex voto, alla ceramica, ai dolci, all’Opera dei Pupi di Catania dove ho avuto il piacere di conoscere i Fratelli Napoli, alle barche di legno del magico porticciolo di Acitrezza, dove ho dipinto la mia, che si chiama “Spiranza”, e incontrato i maestri d’ascia del cantiere Rodolico, un bene storico-culturale messo a rischio da politiche di sviluppo territoriale a mio avviso azzardate».

Come artista, da un lato, e come cittadina, dall’altro, qual è il tuo rapporto con Catania?
«La mia arte è molto influenzata dalla mia terra. Nonostante questo il mio rapporto con Catania è molto contrastato. Sensazioni e suggestioni meravigliose si scontrano con la vita di tutti i giorni per certi versi difficile sia dal punto di vista sociale sia da quello lavorativo. Penso che dovremmo riappropriarci del nostro ruolo di cittadini e riqualificare molti spazi pubblici. L’arte è uno dei mezzi per raggiungere questo obiettivo. Essere felici del luogo in cui si vive migliora la qualità della vita. È per questo che mi sono impegnata in prima persona nel progetto “Partecipa”, movimento civico per la prima municipalità di Catania».

A parte il lavoro e l’impegno civico, quali sono le tue passioni? Cosa ti piace fare nel tuo tempo libero?
«In realtà sono a tempo pieno la mamma di Elio, che ha 5 anni. Mi piace affrontare con lui le cose belle, fargli scoprire i luoghi in cui mi capita di lavorare. Abbiamo, per esempio, vissuto per un po’ ad Acitrezza. È stata una gioia vederlo giocare in questa meravigliosa cornice storica e naturalistica, fargli conoscere Giovanni Rodolico e lo zio Turi, raccontargli dei Malavoglia e di Verga. È per questo che quando scelgo un progetto guardo al valore umano ed emozionale che può avere non solo per me ma anche per lui».

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